BROWN

Racconto fantastico

I.

   E così fu convenuto… La giovane insensata si abbandonò piena di fidanza alla promessa di Brown; ed il cuore le palpitò d’una trepida gioia al pensiero del viaggio al di là della tomba. Lieta dell’amore del più vasto ingegno del paese, e superba di essergli utile nella scoverta sovrumana, Jenny non istette dubbiosa un istante, e promise di morire

   La fanciulla non era bella; non avea oro per capelli, stelle per occhi e rose per guance; ma era una gentile brunetta, che aveva un vulcano per testa ed un demonio in muscolo per cuore. Il gran chimico Brown la vide, ne fu preso d’amore; e fu questa, cred’io, la prima volta che due anime d’ugual tempra si conobbero e si amarono, non di quell’amore de’nostri mansueti bisavoli, felice abitatore del serico mondo, nudrito col nettare de’fiorellini e col mele di dolci parolette. Eglino si amarono, non di quell’amore, oggi di moda, pallido, torbido, sepolcrale, che fa la patologica notomia de’cuori per contemplarvi una pulsazione disperata, un battito di morte; ma que’due si amarono perché la fibra de’loro cuori era la stessa, ed i loro cervelli erano stati impastati sulla stessissima forma.

   Quel Brown era dunque un dottissimo uomo, e fra suoi contemporanei dir si poteva il più esperto chimico e naturalista; e di questo, signor lettore, posso accertarvi in fede di buono storiografo. Per quello poi che risguardava la sua persona, figuratevi un ometto presso a poco della mia statura, che aveva il volto butterato e ben raso; due occhi larghi e neri che potevano rassembrare a due grossi sgorbi gittati da un fanciullo sulla carta sugante; ed inoltre certe labbra così strette e compresse per abito di meditazione, che appena una linea segnava la fenditura della bocca.

   Brown aveva studiato gli elementi delle cose; erasi avvezzato a semplificar tutto, a tale che solea dire molto spesso, che un giorno forse egli avrebbe trovato il mezzo di rendere la vita ai cadaveri…

   Ed un giorno, il suo sguardo scintillò di sovrumana albagia; si mostrò per un istante in mezzo agli uomini, solo per dir loro:

   «Rallegratevi; io vi renderò immortali»; e per un mese non uscì dal suo laboratorio. Aveva, a suo dire, sollevato il velo che covre il mistero della vita; avea trovato il mezzo di ritornare agli estinti il soffio dell’esistenza… E tacque il gran trovato, perocchè gli uomini gli avrebbero appiccato il nome di pazzo o di mago; ma no’l celò alla donna del suo cuore, la quale con quanta gioia ne lo felicitasse, e come sollecita fosse a dimostrargliene il più gran compiacimento, si può solo imaginare da chi si faccia a considerar bene la matta fantasia di que’ due capi bizzarri.

   «Oh il nuovo mondo − essi diceano − che schiuderemo agli occhi stupefatti delle nazioni! Oh l’epoca memoranda che tale scoverta segnerà nella storia dell’umano progredimento! Ed il sonno della morte non sarà più ferreo e inesorabile; il freddo seno della terra non inghiottirà per sempre una vita d’amore; e l’arte infame, dopo aver leniti i dolori d’un infermo, forse non istarà più oziosa ed inerte al capezzale di un cadavere».

   Tali erano i sogni di gloria che ferveano nell’immaginazione del Brown, e che rifletteansi in quella di Jenny.

   Era pertanto necessario un esperimento che avesse dato l’ ultima certezza a questo trovato fin allora creduto impossibile come un impossibile matematico. Jenny saltò alla mente del Chimico; Jenny gli parve la sola degna di poter dividere con lui la gloria di questa scoverta, e le manifestò il suo pensiero, promettendole di farla morire, senza che ella sofferto avesse un doloretto di capo, di lasciarla viaggiare al di là della tomba per lo spazio di quattro o cinque ore, e di darle poi di bel nuovo la vita, affinché gli avesse raccontato ciò che avea veduto nel regno delle ombre.

    E la fanciulla accolse questa proposta con tal piacere, che appena si sarebbe potuto perdonare ad un condannato che riceve la grazia.

   Ella promise di morire; egli di ritornarla in vita… E così fu convenuto.

II.

    Due affumicate camerette si levavano malaugurate e solitarie sulle ruine d’un vecchio palazzo; ed il sole, riflettendo i suoi raggi vacillanti e nebbiosi sulla oscura tinta di quelle mura, facea passare, attraverso l’invetriata d’un chiuso finestrino, un’elastica fascia di colori tra le bige confine d’un letticciuolo e rischiarava il volto d’una giovanetta, che su vi posava, non saprei dire se addormentata o morta; dappoiché avea le palpebre socchiuse, immoto il seno, e la faccia scolorata. Quel corpo impertanto non poteva essere un cadavere, dappoiché ogni qualvolta un orologio a pendolo batteva un quarto d’ora, si apriva l’uscio della camera contigua, ed appariva una figura piccina, che ognuno conoscerà pel chimico Brown; e costui si avvicinava a quel letto, esplorava il polso di quella giacente, che ognuno conoscerà per l’animosa Jenny; e poi sen tornava sulle punte de’piedi nel suo laboratorio.

   Ciò volea dire che l’anima di quella fanciulla non avea fatto ancora divorzio dal corpo, e che forse il veleno somministratole non le avev’ancora fermato il corso del sangue. Questa rappresentanza durò per due ore.

    L’aere venivasi rabbuiando pel calar della notte, e prometteva una di quelle notti veramente inglesi, nera, brutta, soffocante, insopportabile. L’oriuolo suonò le sei ore… Brown, toccando il polso di Jenny, sentì sotto le dita un urto debolissimo che si liquefece, si equilibrò, e si perdette in un gelo… muto… eterno; e poi, accostando il suo volto alle livide labbra della fanciulla, sentì un soffio accompagnato da un sordo singulto; e quel soffio era freddo come l’aria d’una fossa, come l’ultimo vapore d’un lucignolo che si spegne. Quel soffio era l’estremo di Jenny.

III.

   Erano scorse cinque ore, ed il cadavere di Jenny era su quel letto, schiarato appena dal pallido riverbero d’un fanale situato a poca distanza nella strada.

   La porta del laboratorio si aprì, e Brown si cacciò nella camera, ove Jenny dormiva il sonno de’sepolcri. Egli avea nella destra mano una lucerna ad un sol luminello, e nell’altra non so che cosa avvolta in un pezzetto di carta. II silenzio era solenne, assoluto come nel cuore d’un cadavere. Il chimico alzò il lume sul corpo di Jenny, e poi che l’ebbe un istante contemplato, profferì a mezza voce: .

   «È tempo di ritornarla in vita».

   Ed aprì la gelida bocca dell’estinta; pose a terra il lume; schiuse quel pezzettino di carta; e sul cono della fiammella fece cadere non so che polvere.

   Tosto una luce vivissima, abbagliante, si diffuse intorno alla camera, ed un vapore si levò, un gas sottilissimo e soave…

   Le fibre di Brown tremaron tutte; gli occhi gli si velarono come d’una nebbia; le orecchie gli zufolarono; e gli sopravvenne una vertigine, un capogiro, e poi un corpo di tosse seguito da un vomito allagante. Egli cadde…

    Paco stante, non più luce, non più vapore; era un silenzio che ti mettea spavento, un oscurità che pareva il basso fondo d’un vecchio calamaio.

   Le cortine del letto, si aprirono, e si levò dritta dritta, lunga lunga, un’ombra umana concava, pallidissima, assottigliata, come un profilo senza sfumo: era Jenny, non la fanciulla cogli occhi soavi, colle guance colorite, col sorriso d’amore; ma sibbene uno spettro trasparente per ischifosa magrezza, colle luride trecce scompigliate sulle spalle. Chi ne volesse una immagine più perfetta, si figuri uno di quei pezzi anatomici, che servono per la prima lezione d’osteologia. E la fantasima che pareva avesse gli occhi di vetro abbassò la mascella inferiore, aprì una bocca sdentata e puzzolente, e tirò dall’ossea caverna del petto un soffio che accese di nuovo la lucerna, e sparse all’ intorno un fetore di cimitero.

   Brown vide il  tronco di quel nudo cadavere dondolar sulle livide gambe, ed accostarglisi con passo vacillante. Un sudor freddo si condensò sulla fronte del chimico, che tremò a verghe e volea chiudere gli occhi per torsi a quello spettacolo ributtante, se le palpebre questa volta si fossero prestate al suo volere; cercò di gridare, ma non altro poté mandar fuori che un suono soffocato, come uno sbuffo d’aria spinto con impeto in una stretta canna. Si soffre qualche cosa di simile allorché nel sonno vogliamo toglierci agli amplessi poco garbati d’un morto redivivo (ed era proprio il caso di Brown). Il chimico volea levarsi, perché Jenny era venuta a piantarglisi in faccia; ma le gambe restavano immote… intanto quella vizza creatura delle tombe si era posta a guardarlo fiso fiso, e di tratto in tratto, stirando lateralmente un muscolo del labbro superiore, gli sorridea, e questo sorriso potea rassomigliarsi a quello che fa la bocca dell’impiccato, quando viene separata dalle canne delle gola…

    Jenny era viva; almeno l’azione dei muscoli facea supporre una vita; ma come spiegare l’orrido cambiamento avvenuto in lei? Brown non potea parlare, però che la lingua gli si era incollata nelle fauci; e quella larva spaventevole era ivi immobile, e additava il cuore che batteva come una molla di oriuolo, e che l’estrema trasparenza dei segmenti lasciava scorgere in mezzo agli altri visceri adiacenti. 

   Cinque ore quella larva sepolcrale era state chinata in faccia a Brown, senza proferir parole; ma già il canto del gallo annunziava l’avvicinamento del giorno; l’olio della lucerna erasi consumato, ed una livida luce a mala pena vacillava su quel gruppo di cadaveri animati. Jenny finalmente si alzò, e traballò come un tisico che si alzi per poco dal letto; le bianche pupille di lei rotearono nelle orbite con un moto convulsivo; poscia sparirono affatto… Jenny strinse fra le sue dieci bacchette che tenevan luogo di dita la fredda mano di Brown; e, con una voce che non saprei descrivere, perché era una voce cupa, angosciosa, strozzata, come quella d’un sepolto vivo, che gridi di sotto al marmo della tomba:

   «Brown − gli sussurrò all’orecchio − tu volevi la relazione del mio viaggio; essa è breve. Sprigionata appena dal corpo, vidi l’ETERNITÀ, e mi vi dannai per sempre… Un’eterna dannazione; ecco il dono della tua scienza e del tuo amore».

   E quell’ombra, svanendo colle tenebre, smorzava collo strascico d’aria il fioco lume della lucerna, che mise un fumo densissimo… II giorno appariva, ed imbiancava il cadavere di Jenny su quel letto, ov’era stato per tutta la notte…

   Brown avea sognato!

                                        FRANCESCO MASTRIANI