SU VITTOR HUGO
Vittor Hugo, l’enfant sublime di Chateaubriant, il rappresentante del secolo XIX, è nato a Besanzone al nascer del secolo. Nel dì 26 febbraio 1802 da Giuseppe Leopoldo Sigilberto, e da Sofia Trèbuchet nacque il gran drammaturgo e romanziere, di cui offriamo a’nostri lettori l’immagine.
Ecco, egli ha 38 anni; e molte vicende passate possono leggersi fra le rughe, onde i pensieri mi solcarono la fronte (sue parole). Eccolo, il suo sguardo tristo e malinconico ben vi appalesa quella sensitività immensa, che sta come un’eco sonoro al centro del tutto; la sua fisionomia, su cui la sventura stampò un’orma prematura di vecchiezza, par che si annuvoli fra le scure latebre d’un pensiero, interprete sagace e fedele della natura e del secolo.
Ascoltatelo a narrar la sua venuta al mondo:
« come il seme lanciato all’arbitrio dell’aura, nacque di sangue brettone e lorenese un bambino senza colore, senza sguardo, senza voce, fievole così, che fu da tutti abbandonato, fuor che dalla madre; e il cui collo piegato come un frale rosaio, ne fece allestire al tempo stesso e la culla e la bara. Questo fanciullo, che la vita depennava dal suo libro, e che non avev’a vivere neppure un domani, son io».
L’infanzia di Hugo fu severa e procellosa come l’onda che rompesi sugli scogli dell’Elba, ov’ei trasse i primi anni di sua vita, ed ove sbucciarono nel suo animo i primi germi di quell’ ingegno tenero nel tempo stesso e selvaggio, che dettava nel 1823 l’Han d’Islande.
Non è mio divisamento il giudicare Vittor Hugo, ed interrogarlo sulle ragioni del suo sistema, il genio e la critica sono divisi da una barriera immensa. Chi può segnare la linea che deve percorrere l’aquila nel suo volo? Chi fu che interrogò Napoleone quando si cinse della corona imperiale? Pedanti, levate un po’gli occhi da’vostri codici di letteratura; guardate in alto; mentre voi andate esaminando se il suo sistema sia conforme a que’codici, sul vostro capo s’innalza il guarda stupefatto, compreso di maraviglia, e lo siegue cogli occhi, e lo accompagna con plausi d’ammirazione.
Mal dissi: Hugo non ha sistema; egli non appartiene a veruna scuola neanche a quella che si dice creata da lui medesimo. I suoi lavori non hanno una forma letteraria a questo e a quel genere. Dovunque egli ha trovato una immagine odiosa e ributtante, dovunque una difformità fisica o morale; egli vi si è avventato, l’ha vagheggiata, esaurita, diseccata fino alla nausea, senza fregarsi della forma, ond’egli l’espone al lettore. E affinchè quell’immagine, quelle difformità più nudamente si mostrasse, egli le ha posto al fianco una bellezza fisica morale, che serve di risalto al quadro come già come l’ombra che fa più spiccar la forma, come il lampo che schiara l’orrore della tempesta. Tricotet, de Lorme, La Borgia come chè diversissimi per la forma, somigliano nel concetto; l’amore è quello che in questi tre drammi mette a nudo le schifose turpitudini dell’animo. Crudeli pure i suoi detrattori, gli bandiscono la croce addosso per aver scandalizzato nella forma qualche lettor modesto; gridino pure a lor piacimento i partiti e le forme letterarie, e gli disputino all’accademia il posto di Michaud: Hugo non sarà però men grande, meno sublime, meno inarrivabile; le sue opere non saranno con minore avidità ricercate e lette, ed il piacere proveniente dalla loro lettura non sarà meno vero e duraturo.
Ecco le opere finora pubblicate da questo ingegno: Odes et Ballades vol. pubblicati in epoche diverse; Han d’Islande la Muse francaise; Bug Jargal; Preface del Cromwell; Les Orientales; Le dernier jour d’un condamnè à mort; Marion de Lorme; Hernani; Prefazione alle Poesie di Duvalle; Notre Dame de Paris: Les feuilles d’Automne; Tricotet; Lucrezia Borgia, Maria Tudor, Angèlo tyran de Padoue; Ruy Blas, Le voix interieures, ed altre opere filosofiche.
FRANCESCO MASTRIANI
