COMMENTI

   Sia nell’avvertenza che in altre pagine [1], l’autore specifica: «Dichiaro che le teorie spiristiche, su le quali è fondato il romanzo LA REDIVIVA mi sono servito semplicemente come elementi dello immaginoso che è tanta parte delle opere d’arte».[2]

   Ma sicuramente al narratore napoletano non sarebbe dispiaciuto se le teorie della reincarnazione si fossero realizzate per qualcuno dei suoi tre figli morti precocemente ed in particolare per il dilettissimo figlio Edmondo, che morì verso lo scorcio dell’anno 1875, a soli 24 anni e a cui dedica il romanzo « Alla cara  memoria del mio dilettissimo figlio Edmondo, i cui occhi beati vedono Dio». [3]

   C’è del gotico in questo lavoro di Mastriani, dove buona parte della trama, si svolge nel Cimitero degli Angioli di Genova, e dove sono sepolti i congiunti dei due protagonisti del romanzo: Clotilde e Valentino; ma dove ci sono anche le spoglie della giovane Natalia, che è stata l’amante di una altro protagonista del romanzo, Filippo, il quale trafuga poi le spoglie della sua adorata e se le conserva in un armadio della sua villa ad Albaro. E l’effige di questa donna, riprodotta su una cappelluccia dove ella era sepolta, è l’origine della romantica storia che nasce tra Valentino e Clotilde.

   La trama si svolge tra le città di Napoli, nei pressi dell’Orto Botanico, e in località liguri: Albaro di Genova e S. Remo. E dei dieci protagonisti, cinque sono liguri, quattro napoletani, un romano e una… neutra cioè la rediviva Ersilia, che è nata a Genova, ma è da considerare la reincarnazione di Clotilde, nata Napoli.

   L’autore fa notare che «Tra Genova e Napoli ci è una grandissima somiglianza. Sono due figliuole del Mediterraneo, entrambe seducenti, belline, aggraziate, seducenti. Genova è più seria. Napoli è più civettuola. Genova è la superba. Napoli è più allegra. Ma sono entrambe due odalische, due sirene, che bagnano i loro piedi lascivi nelle cerulee onde del Mediterraneo. Genova è pensosa nella maestà della sua bellezza. Il Bisagno e la Polvecera bagnano l’orgogliosa città di Doria e di Cristoforo Colombo». E cita ancora il navigatore genovese più avanti − Noi crediamo che il cuore di Cristoforo Colombo, nel momento in cui i suoi occhi attraverso il cannocchiale cercavano la terra, ch’era stata per lui il sogno e il sospiro di tanti anni, non dovesse battere con quella tanta precipitazione  onde batteva il cuore di Valentino…− [4] Napoli spensierata, briosa, tutta infiorata qual baccante, canta sempre: vera sirena! Vista dal mare Genova ricorda Napoli». [5]

   E sempre sulla sua amata città natia Napoli, ci troviamo una lunga e commovente digressione: «Napoli! Nome che racchiude una epopea d’amore! Napoli! città unica al mondo, sorriso di Dio, amore di natura! I napolitani, dovunque si trovano, sospirano sempre la cara terra dove sortirono i Natali. Il Napolitano si trova sempre fuori della sua eclittica sovra una terra che non è Napoli».[6]

   Il romanzo inizia con una lunga digressione su problemi sociali, che si possono considerare anche attuali. Parla delle precarie condizioni delle classi meno abbienti quando sono sull’orlo della senilità e non hanno assistenza sociale.  «Lavora! lavora! lavora! e, quando le forze ti mancheranno per infermità o vecchiezza, quando la grave età non consentirà che tu logori più oltre i tuoi nervi già sfiacchiti, se non sarai stato impiegato governativo, ti toccherà l’Albergo de’Poveri o l’ospedale […]…come se il lavoro non fosse monopolio de’più importuni, de’più audaci, dei meno abili e spesso di quella moderna creazione che minaccia d’invadere tutte le classi della società e che dicesi camorra». [7]

  E ancora «Non hanno tutti gli onesti cittadini uguali dritti al patrocinio dello Stato? Che legge di equità è mai cotesta che crea una riposta vecchiezza al militare ed all’impiegato e condanna morire su la paglia od in un ospedale l’onesto operaio, l’affaticato colono, il letterato, il professore o l’artista? L’eguaglianza de’dritti costituisce il fondamento della umana giustizia Per tutti o per nessuno».[8]

   Interessante è anche quando l’autore enuncia cognizioni astronomiche «Il nostro mondo non è che come un atomo di arena nella vastità della sabbia del mare e lo spazio è l’’infinito della estensione, come l’eternità è l’infinito del tempo. Lo spazio è infinito; e con tutti gli sforzi della nostra immaginazione noi non possiamo abbracciarlo. Tutto questo infinito detto spazio è disseminato di stelle o di soli, e ciascun sole o stella ha una famiglia di pianeti intorno a sé […] Tutto sottostà ad un’opera di trasformazione perpetua a cui noi impropriamente diamo il nome di morte». [9]

   Pochi i riferimenti storici, della città di Genova fa notare: «Nel 1796 la nostra Genova fu occupata dalle armi francesi, e nell’anno appresso formò parte della Repubblica ligure. Assediata di poi dagl’Inglesi e dagli Austriaci, i Francesi furono costretti a cedere la città, ma vi rientrarono alcun tempo appresso; e Napoleone incorporò Genova all’impero francese. Mio padre, fornitore dell’esercito, ebbe modo di crearsi quello che dicesi una fortuna  quando Genova fu data, nel 1814, al re di Sardegna». [10]

  E un altro protagonista del romanzo, il giovane Giacinto, ufficiale di marina fa notare: «Il congresso di Parigi ha tenuto la sua quarta seduta. Intanto, 140,000 giovani soldati, che formano in Francia il contingente della leva dell’anno scorso, sono subito chiamati in attività per l’esercito e per la flotta (per la guerra in Crimea, che fu combattuta tra il 1853 e il 1856 e che vide impegnate anche Francia, Inghilterra e il Regno di Sardegna».

   Ecco altresì il commento sulle assurdità delle guerra di Francesco Mastriani per bocca di Filippo d’Albani: «Lasciamo da banda la politica e la guerra. Le fanciulle non capiscono niente di questi guai del mondo civile, ed  hanno ragione di non volerne capir niente. Ed io non so perché gli uomini si danno tanto pensiero di ciò che fanno i principi e i re della terra; come non ho potuto mai persuadermi come ci possa essere al mondo una razza d’imbecilli che vanno a farsi sgozzare in guerra per l’ambizione di questo principe o di quello. Questa faccenda della guerra è cosa che fa disperare de’destini del  genere umano. Se non fosse deplorabile, sarebbe ridicolo!».[11]

   Anche in questo romanzo il narratore napoletano non manca di rilevare l’importanza della famiglia, del matrimonio che per lui è « l’espansione intera, illimitata, senza riserve, d’un cuore in un altro. Nulla è proprio tutto è in comune […] A che pensano le giovani spose quando elleno si accorgono di essere madri? Com’è orgogliosa la giovane moglie di portare nel suo seno il primo pegno dell’amore di suo marito donde le viene questo orgoglio? dal suo amore o dalla sua vanità? Ci è una misteriosa civetteria nella gravidanza» . [12]

    In questo romanzo ci troviamo un’altra interessante nota dell’autore: «Se Dio mi concederà agio e salute da scrivere le mie Memorie, dirò cose della mia vita che parranno il più maraviglioso romanzo ch’io abbia mai scritto. Nessuno scrittore in Italia fu più operoso di me; come nisssuno ebbe a lottare con più costante avversità di fortuna. Se la simpatia de’miei concittadini fu largo compenso alle mie sudate fatiche, non fu pertanto meno penoso il calvario, in cui mi lasciarono quelli che aveano l’obbligo di ricordarsi di me. M.» [13]

    Purtroppo non credo che il mio avo riuscì a scrivere queste sue Memorie! Sarebbe stato interessante scoprire in questo lavoro, le cause onde per cui una costante fatalità ha perseguitato tutti i Mastriani.

                                                                 ROSARIO MASTRIANI

[1] Francesco Mastriani, La rediviva. Napoli, G. Regina 1877, vol.I cap.IIIpag.41 «Ci sembra superfluo ripetere ciò che dicemmo nella prefazione ed avvertire novamente i nostri lettori che talune di queste credenze di Andrea di Santacroce si hanno a tenere come sue particolari opinioni. La nostra religione non consente che si adottino. Non si perda di vista tale avvertenza per tutto il corso di questo racconto».

[2] Francesco Mastriani, La rediviva, Napoli, G. Regina, 1877, in AVVERTENZA

[3] Ibidem.

[4] Ibidem, vol.I ap.VI pag.83

[5] Ibidem,  vol.I cap.III pp.31-32

[6] Ibidem, vol.I cap.VIII pp.116-117

[7] Ibidem, vol. I cap.I pag.3-4

[8]Ibidem, vol.I cap.IV, pp.56-57

[9] Ibidem, vol.I cap.III pp.36-37

[10] Ibidem, vol. III cap.XXI. pag.95

[11] Ibidem, vol.IV cap.VII pag.115

[12] Ibidem, vol.I cap.VI pp.23-25

[13] Ibidem, vol.III cap.XVIII pag.27

                                                

⁂⁂⁂

   Mastriani tenta qui una sintesi ardita. Nel romanzo si incrociano paranormale e religione. Il testo è preceduto da un’Avvertenza e da una Dedica. Quest’ultima è per il figlio morto, Edmondo. L’avvertenza è per dichiarare che «delle teorie spiritistiche sulle quali è fondato questo romanzo […] mi sono servito come elementi dello immaginario» [1]. La doppia indicazione metatestuale la dice lunga sull’interesse quasi morboso del Mastriani per questi temi. E val qui la pena di ricordare che anche il medico-personaggio suo più famoso, ben prima che La rediviva vedesse la luce, aveva avuto a che fare con lo spiritismo ed aveva avvertito il brivido della reincarnazione. Eccolo, Gaetano Pisani/Oliviero Blackman, di fronte alla contessa di Montes:

   «Ogni volta che la mano della giovanetta Beatrice toccava per avventura quella del medico, costui riceveva come una scossa elettrica, e le sue pupille si smarriano intorno al caro visino di quella bionda verginella, che parimente affisava lui in istrano modo. Per una di quelle combinazioni inesplicabili, che formano la tela dei più bei drammi della umana vita, gli occhi della giovanetta aveano il colore e la ineffabile e santa soavità di quelli della sventurata figliola del marchese Rionero. Gaetano ebbe un pensiero che il gittò in una perturbazione vivissima. In America egli avea per poco abbracciato le teorie degli spiritisti. Credé che la bell’anima di Beatrice Rionero si fosse nuovamente incarnata in quella gentil forma di donzella; ma questo pensiero non durò che un attimo; imperciocché Beatrice Rionero era morta da dieci anni, e quella giovanetta era forse presso a toccare i quattro lustri [2]

   Ma veniamo al racconto della Rediviva. Valentino Rivaroli, giovane e squattrinato pittore genovese, orfano di entrambi i genitori, si innamora di Clotilde di Santacroce incontrandola al cimitero. Clotilde è attratta in maniera particolare dall’immagine di una giovinetta affrescata su un muretto non distante dalla tomba dei suoi congiunti. Valentino ne dipinge una copia e ne fa dono a Clotilde. È questo l’inizio del loro amore. Il padre di Clotilde, Andrea, piccolo commerciante napoletano trasferitosi a Genova per il suo lavoro, a molto interessato allo spiritismo:

   «Nelle ore in cui non si occupava del suo commercio, si era voluto addentrare negli studi del magnetismo e dello spiritismo in guisa che erasi condotto alla tenacissima credenza delle dottrine di Mermer e del Kardec […] Queste credenze non aveano pertanto minimamente scosso o fatto vacillare nel Santacroce la sua fede cristiana. Andrea sapea conciliare a suo modo le novelle teorie spiritualistiche coi dommi e colla morale evangelica [3]. »

   Andrea di Santacroce è vedovo. La moglie e tre figli gli sono morti di tisi. Ha riversato tutto il suo affetto e tutte le sue speranze nella figlia superstite. L’ha anche istruita sulla religione e, naturalmente ha instillato in lei, già sensibilissima, una forte curiosità per la vita dello spirito e degli spiriti. Anche Clotilde, come il padre, crede che l’anima vaghi nel cielo dopo la morte e raggiunga un altro mondo, forse un altro pianeta, dove va a incarnarsi in un altro essere. Raramente succede che la reincarnazione abbia luogo sulla terra, le ha insegnato il padre; fatto sta che l’anima non muore ed è logico che si rivesta di nuove spoglie come l’albero che dopo l’inverno si riveste di nuove foglie.

   Clotilde e Valentino si sposano, hanno due figli, Giacinto e Adele. Clotilde si ammala, sputa rosso. I medici raccomandano l’aria natia di Napoli ed è lì che la famiglia si trasferisce. Clotilde muore, ma prima si fa promettere da Valentino che egli non sposerà altra donna se non quella del ritratto. Valentino promette anche se non intende la ragione della promessa. Intanto versa in gravi difficoltà economiche; va quindi ad offrire un suo dipinto, La Maddalena, a Filippo d’Albani, mecenate genovese, che lo accoglie bene, compra il quadro e gli assicura la sua protezione. Filippo è afflitto da profonda tristezza: la sua donna Natalia Maurizi è morta. L’intreccio porta alla rivelazione di una figlia, Ersilia Maurizi, che Filippo non sapeva di aver avuto da Natalia. Entra in scena Ersilia ed è la donna del ritratto. Ella nacque lo stesso giorno in cui morì Clotilde. Mille altre coincidenze confermano la reincarnazione. Valentino e Ersilia, si sentono fortemente attratti in maniera misteriosa e inquietante, nonostante la vistosa differenza d’età. Si rivelano il reciproco amore alla fine e, contro ogni legge della convenienza e del buon senso, si sposano e sono felici.

   Forse il passo più inquietante dell’intero romanzo, in cui si può verificare come il tentativo di conciliare spiritismo e religione di Andrea di Santacroce che abbiamo visto sopra sia alla fine l’assillo di Mastriani, è una citazione biblica dal ventesimo capitolo dell’Apocalisse nella parte finale del romanzo. È una lunga citazione presentata come lettura di Ersilia, cioè di Clotilde rediviva. Vi incontriamo «il serpente antico» [4], cioè Satana incatenato per mille anni e le anime di coloro «che non avevano adorata la bestia».[5]

   «E costoro tornarono in vita e regnarono con Cristo que’mille anni. E il rimanente de’morti non tornò in vita. […] Questa è la prima resurrezione. Beato e santo è colui che ha parte nella prima resurrezione: sopra costoro non ha potestà la morte seconda» [6].

   Mastriani vede qui due cicli di vita per il giusto che non ha adorato “la bestia”, e quindi due morti.

Non si può fare a meno di ricordare “la morte secunda” della conclusione del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi [7]. La morte seconda lì è proprio quella dell’Apocalisse e attesta la presenza di un ciclo di vita dopo la prima resurrezione (dei giusti) e prima del giudizio finale. Perché allora − ed è questo l’approdo dell’implicito percorso logico di Mastriani da lui indicato con la citazione biblica  − non ammettere la possibilità che quel secondo ciclo di vita possa esprimersi con una reincarnazione?

                                                                                                         FRANCESCO GUARDIANI

[1] FRANCESCO MASTRIANI, La rediviva. Romanzo contemporaneo, 1I-V, Napoli, Regina, 1887, pagina non numerata in testa al volume.

[2] Id., La Contessa di Montès, cit., p.15

[3] Id., V, p.96.

[4] Ivi, V, p.96.

[5] Ibid.

[6] Ivi, V, pp.96-97.

[7] «Laudato si mi Signore, per sora nostra Morte corporale. / da la quale nullo homouiuente po’ skappare: / guai a quelli ke trouarà ne le Tue sanctissime uoluntati, / ka la morte secunda no ‘l farrà male» (FRANCESCO D’ASSISI, Laudes creaturarum, in Poeti del duecento, a cura di GIANFRANCO CONTINI, Milano-Napoli, Ricciardi 1960. Versione online, sito: www.biblioteca italiana.it/testo/bibit000709- consultato il 19 ottobre 2019).