COMMENTO

     In questo romanzo l’autore mette un po’da parte il suo amato popolo napolitano, per cui personaggi della trama appartengono per lo più alla nobiltà napolitana che era sotto l’ala di re Ferdinando II.

   E ci troviamo anche dell’antisemitismo, infatti la protagonista del romanzo, Naim Dolamy è ebrea Questo mio antenato si nomava Eleazaro ed era il più ricco di quanti calpestavano il suolo della Gran Bretagna. Le dovizie di Eleazaro stuzzicarono la ingordigia di re Giovanni. Gli ebrei furono sempre trattati peggio che cani dai cristiani. È un ebreo – disse tra sé Giovanni, come se avesse detto: È un bruto. Glimpose un tributo sterminato. Eleazaro non volle pagarlo. Allora re Giovanni ordinò che fosse strappato un dente ogni giorno al ricco ebreo, insino a tanto che pagasse interamente la somma che gli si chiedeva. Eleazaro tenne fermo; e si contentò di farsi strappare tutti denti anzi che appagare la ingordigia dello avaro monarca.[1]

   Diverso spazio Mastriani dà al re di Napoli e alla sua consorte Erano recenti le nozze del re Ferdinando II con quel fiore di bontà che fu la principessa Maria Cristina di Savoja. La bellezza e la religiosità della giovane regina, formavano il tema principale delle conversazioni in casa della duchessa. [2] Ferdinando II era superstizioso ed avrebbe incontanente dato ordine di mandar via da Napoli la figlia de crocifissori di Cristo, se dallaltro canto non avesse temuta la jettatura. [3] Re Ferdinando era severissimo in fatto di costumi; e non tollerava scandali né in Corte né nelle famiglie dei suoi ufficiali superiori. Egli stesso era un buon marito e un buon padre di famiglia, come si dimostrò di poi. In fatto di donne, era molto dissimigliante dall’augusto suo avolo il Nasone. Egli è vero che, appunto in quel volgere di tempo, corse la voce che il giovine re si fosse invaghito d’una celebre cantante di S. Carlo; ma forse non fu che un capriccio che durò poco, e abortì in un famoso epigramma, che si disse uscito dalla bocca della stessa cantante.[4] […] Come avea detto re Ferdinando, la jettatura era piombata su la reggia e sul paese. Nel gennaio di questo anno 1836, due tristi avvenimenti funestarono la capitale; e ciò furono lincendio di un lato della reggia e la morte di Maria Cristina di Savoja, virtuosa e pia regina, che fu la prima moglie del re Ferdinando II. Maria Cristina morì alcuni giorni dopo di aver dato alla luce il principe Francesco, ultimo de Borboni che sedettero fino al 1860 sul trono di Napoli. La morte della buona e religiosa regina fu vero lutto per Napoli; e fu sciagura per la Italia tutta, dacché i santi costumi di questa principessa e le tradizioni di leale e cavalleresco patriottismo della gloriosa casa di Savoja avrebbero evitato a Napoli e al resto dItalia le sciagure, che il cocciuto dispotismo di Ferdinando fu causa. Si disse tra le altre cose che la regina puerpera fosse spaventata da una scena poco edificante tra il regal consorte e il costui fratello il principe di Capua, don Carlo, che fu di poi sempre inviso al re, e che si tenne quasi sempre lontano dalla reggia e da Napoli. [5][…] ma è noto che a Ferdinando II non piacevano i militari che avessero un po’ di testa e d’istruzione; preferiva i ciuchi.[6] […]

    Il titolo dell’opera, La Signora della morte, induce a pensare che nella trama del romanzo ci troviamo anche del genere gotico; e in effetti non mancano le situazioni macabre Il conte non può staccare i suoi occhi da questa terribile apparizione. Luomo più coraggioso non può difendersi dallo spavento per certe soprannaturali apparizioni. Lo scheletro co suoi profili era là, sul muro, in faccia a lui, colle sue apofisi, colle sue docce, colle due spirali di costole e con le spaventevoli cavità del teschio. [7] […] Era uno scheletro umano, dritto sovra una base di legno, la quale era mossa per via di piccole carrucole […] ho voluto farti stringere conoscenza col mio compare [8] […] Il conte Sebastiano de la Cruz in semplici mutande e camice giacea disteso su un cataletto di finissimo legno nero. Un velo nero gli copriva tutta la persona. Due fosche lampade di bronzo accese rischiaravano la stanza, il cui parato era tutto nero listato d’oro. [9] […] Sara Bernhardt (è questo il nome della esimia attrice) ha parimente uno scheletro dinanzi alla sua pettiniera; e la sua stanza da letto è parimente rivestita da lugubri tele. [10] […]  Questa cassa conteneva uno strano viaggiatore… uno scheletro; e questo scheletro era del conte Sigifredo Kraptowich. [11] […] vedeva nello specchio addietro alla sua testa quella dello scheletro, pensava che così sarebbe anchella divenuta un giorno; e questo pensiero le facea cadere dal cuore tutte le pompe e le vanità della vita. [12]

   Anche in questo romanzo, come in tanti altri, ci troviamo una digressione sul duello Oh come il Padre Eterno, signore delluniverso, devessere, per dir così, commosso di profonda commiserazione su le umane sorti, veggendo due sue creature, in giovane e fresca età, in tutta la lucidezza della loro mente, nel vigore di una sanità di corpo che promette una lunga vita, apparecchiarsi civilmente a far scorrere sangue luno dellaltro ed a precipitarsi nelle ignote regioni della morte per obbedire ad un fantasma, qual è lopinione d’una sciocca e burlona minoranza! Insensati! e chi ed a che sacrificate voi la vostra vita? – La società ci disprezza e ci ride in faccia, se non ci battiamo – voi dite – E, quando sarete caduto esanime sul terreno, questa cara società, di cui temete i sarcasmi; si riderà di voi come di un pazzo o di un imbecille; e non si parlerà più di voi, come se mai non foste stato nel mondo. E Dio lavete, voi consultato in questa faccenda? giacché in fin de conti, voi dite di credere che ci è un Dio, al cospetto del quale vi potete ritrovare tra pochi minuti, se la sciabola del vostro avversario vi spacca una tempia. E voi direte allo Eterno Giudice delle vostre azioni – Signore, io mi sono fatto spaccare il cranio, perché altrimenti la società mi avrebbe chiamato vile – Se lEterno Giudice non riderà di cotesta vostra giustificazione, egli è perché debbessere troppo avvezzo alle umane buffonerie. Ché, se poi non credete che ci sia Dio, come non ci debbono credere quelli che vanno freddamente a sbudellarsi in una così detta partita donore, voi farete un bel guadagno, giacché rischiate TUTTO pel NIENTE, e sempre per non far ridere la società. Risum teneatis! [13].

    Un’interessante digressione sul “Codice di Napoleone” Il codice Napoleone formava la base della nostra legislazione civile e penale. Tutti paesi che per via de trattati o per dritto di conquista erano stati incorporati alla Francia, avevano più o meno adottato il codice Napoleone, che si era fondato sui canoni proclamati dalla rivoluzione, la quale si era compita collabbattere i privilegi; ma leguaglianza politica era stata rabbrenciata nella eguaglianza civile. […] Quattro grandi basi eransi ottenuti dalla rivoluzione francese: leguaglianza de cittadini in faccia alla legge, labolizione dei privilegi aristocratici, lo svincolamento della proprietà, e il libero ampliamento dellindustria e del commercio […] È fuori dal dubbio che l’imperatore francese, se fosse vissuto ai nostri tempi, non si potrebbe considerare un femminista Napoleone non fu troppo amico della donna, verso la quale si mostrò rigidissimo. In un discorso fatto al Consiglio di Stato disse: Le donne hanno bisogno di essere frenate, e il solo divorzio può rattenerle. Esse vanno dove vogliono, fanno quello che vogliono: bisogna che ciò finisca, non è francese laccordare autorità alle donne“. […] Napoleone volea la famiglia come lesercito: in tutto obbedienza passiva non considerava la moglie come compagna delluomo, ma come un essere inferiore e soggetto. Nel codice napoleonico era ammesso e sancito il divorzio; ma gli staterelli dItalia da lui creati avevano modificato questa istituzione poco fatta per le popolazioni dItalia, vuoi per ossequio a canoni del culto cristiano cattolico, vuoi per mitezza dindole e di costumi e per rispetto di famiglia [14].

    Oltre a Napoleone, anche un altro importante personaggio storico viene citato più volte in questo lavoro: lo czar Niccolò di Russia  si vuole che la famosa SantAlleanza contro il primo Bonaparte fosse sua ispirazione. Avea saputo in singolar modo cattivarsi lanimo del czar Alessandro, il quale essa chiamava langelo bianco del mondo, come il Bonaparte era per lei langelo nero.[15] […] In su lo spirare dell’anno 1830, l’esercito russo chera stato richiamato dallAsia portò da quei lidi il germe del terribile morbo che si sparse in un baleno sul vasto territorio delle Russie. La Polonia si era sollevata contro lodiato despota e autocrata; il quale, non contento delle forche, del knout, delle deportazioni in Siberia e di altri generi di flagelli e di morti, mandò il coléra su le nostre belle province polacche. Varsavia divenne una tomba; e lEuropa diplomatica pronunziò il crudele ed amaro sarcasmo del motto Lordine regna a Varsavia. [16] […] Ricevo in questo momento da sua eccellenza il ministro degli affari esteri un ukase imperiale, col quale sua maestà lo Czar, volendo inaugurare con atti di clemenza il decimo anniversario del suo avvenimento al trono delle Russie, vi restituisce i beni ch’erano stati confiscati alla famiglia Colmar di Varsavia, di cui voi siete unico superstite erede. Sua Maestà clementissima non pone altra condizione a questa restituzione che quella che voi facciate una dichiarazione con giuramento di non fare più atto di ribellione contro la sua sacra persona, contro il suo imperiale governo.  [17] […] Niccolò è più accorto di Alessandro. La rivoluzione ferve sotto la cenere de morti di Varsavia, Niccolò vuole darsi lapparenza di generoso e di clemente. [18] […] Vuolsi che in questo breve intrattenimento che Niccolò di Russia si ebbe col conte de la Cruz, avesse lo Czar manifestato a costui il suo desiderio di visitare il re di Napoli, suo alleato ed amico, e vedere in questa occasione la incantevole Partenope. Lo Czar Niccolò venne in fatti in Napoli alquanti anni dopo.[19] […] Se lo Czar Niccolò avesse veduto una volta sola questa sua suddita polacca avrebbe ridonata la libertà, alla Polonia. [20]. E a proposito di belle donne, l’autore non manca di citare in questo romanzo, come in tanti altri, una frase di un sommo poeta tedesco Quanta era bella quella donna! Era proprio il caso di esclamare col Faust di Goethe: È egli possibile che la donna sia così bella? [21]

   Uno dei protagonisti del romanzo, il conte Sebastiano, è infedele alla moglie Costantina, per tal subbietto l’autore si pone un interrogativo Ci si è fatta talvolta questa domanda: Ci sono mariti che si serbino fedeli alle loro consorti fino al loro ultimo giorno? Ci sono – rispondiamo noi – ma talvolta non è merito loro, sibbene della loro particolare fisica costituzione. Avvi altri uomini, al converso, per cui il sesso ha potenti e terribili seduzioni; e costoro, per quanto onesti e virtuosi affezionatissimi alle loro mogli, cederanno allo prime tentazioni. Così è fatta la natura umana, e né il filosofo, il moralista, il romanziero, potrà mutarla giammai.[22]

   Sulle ricchezze della sua famiglia, la signora della morte elabora un curioso calcolo matematico Fu fatto il calcolo che un miliardo di minuti non sono trascorsi ancora dall’epoca della nascita del tuo Cristo; e ciò per dimostrare che somma esorbitante è un miliardo. Ebbene, dalla nascita del tuo Cristo sono passati appena 1833 anni, mentre che dalla era del passaggio del Mar Rosso sono trascorsi circa 2143 anni. Moltiplica in minuti primi questa cifra di anni; ed avrai la somma delle sostanze della mia famiglia.[23]

   Un pensiero anche ad un problema che ha sempre angosciato la vita di Francesco Mastriani Le pigioni erano discrete; benché Leopardi, nostro ospite in quel tempo, le trovasse carissime ed esagerate. Che cosa avrebbe detto l’illustre poeta se fosse vivuto ai nostri tempi? Misericordia! [24]

   Oltre a leopardi, una breve citazione a Manzoni, Boccaccio e Botta si pretendea dai tristi uomini che il colèra, che già si sapea prossimo a invadere il bel cielo di Napoli, non fosse che lopera umana, cioè lo effetto di misteriosi veneficii intesi a spaventare le popolazioni. Così avvenne nella pestilenzia di Firenze, descritta dal Boccaccio, in quella di Milano, descritta dal Manzoni, ed in quella di Napoli nel 1656, narrata dal Botta.[25]

   Chissà se corrisponde a verità che un famoso compositore italiano fu ospite nei salotti della duchessa di sant’Ippolito  Sedeva al piano il Donizetti, quel vasto genio, che avea già dato al mondo musicale maggior parte de suoi capilavori. Furono eseguiti dagli artisti del San Carlo e del Teatro Nuovo scelti pezzi di musica, che rallietarono la serata. [26] […] Ma non molto stante che il celebre baritono Giorgio Ronconi avea finito di cantare la grande aria finale del Torquato Tasso del Donizetti…[27]

   Per concludere un pensiero sulla speculazione libraia Spesso in Napoli, e anche altrove, un libro proibito ha fatto risorgere un povero autore fallito. Qualche volta simplorava come una grazia la proibizione di un libro.[28]

                                                                         ROSARIO MASTRIANI

[1] Francesco Mastriani La signora della morte, D’Amico Editore, 2025, cap. XII pag. 103

[2] Ibidem, cap. I pag.17

[3] Ibidem, cap. XIII pag.117

[4] Ibidem pag.118

[5] Ibidem, cap. XXI pag.180

[6] Ibidem, cap. V pag. 58

[7] Francesco Mastriani La signora della morte, D’Amico Editore, 2025, cap. XI pag. 99

[8] Ibidem, cap. XII pag. 114

[9] Ibidem, cap. XIV pag. 124

[10] Ibidem, pag.125

[11] Ibidem, cap.XVI pag.138

[12] Ibidem, pag.139

[13] Ibidem, cap. XVIII pp. 155-156

[14] Ibidem, cap. XXI pag. 181

[15] Ibidem, cap. XXI pag. 185

[16] Ibidem, cap. XII pag.105

[17] Ibidem, cap. XXII pag. 197

[18] Ibidem, pag.200

[19] Ibidem, cap. XXIV pag. 219

[20] Ibidem, cap.IV p.38

[21] Ibidem, pag.42

[22] Ibidem, cap. XX pag. 175

[23] Ibidem, cap. XII pag. 103

[24] Ibidem, cap. XXI  pag. 182

[25] Ibidem, cap. XXIII pag. 206

[26] Ibidem, cap. XXIII pag. 213

[27] Ibidem, pag. 214

[28] Ibidem, cap. VI pag.64