«Non fu ricevuta, e da quel giorno non si ebbero più nuove della misera giovane. Forse si mantenne onesta, forse divenne… un’ ombra.»
Ci sia consentita una breve digressione, alla quale ci invita questa parola sfuggita dalla nostra penna, e che ricorda il lavoro omonimo scritto dal nostro amato genitore Francesco (Le ombre)
Sono venti anni che Francesco Mastriani non è più.
La funesta data del 5 gennaio 1891, segna la più triste memoria della nostra vita.
Ci pare ancora di vederlo, il buon vecchio, seduto alla sua scrivania (che oggi è il più caro ricordo che noi serbiamo di lui) a tirar giù le paginette (cartelle), da servire per le appendici del Roma.
Ci pare ancora di vederlo, sempre calmo, sempre sereno, il modesto uomo, che, per cinquant’anni, ha spremuto il suo povero cervello, arricchendo librai ed editori, senza potersi creare una vita più o meno agiata.
Chi non conosce la eccezionale fecondità della mente di questo martire del lavoro, che fu, dal Morelli, chiamato: «Il romanziere inesauribile»; dal Bovio: «l’educatore del popolo»; dal Mancini: «il profondo pensatore»; dallo Zuppetta: «il Bellisario del pensiero»: dal Dumas padre: «il rigeneratore dell’ umanità»?
E malgrado ciò, il bisogno visitò spesso la sua casa, la sua vita fu amareggiata da dolori, disinganni e privazioni.
Chi non ha letto, se non tutti, gran parte dei suoi CENTOSETTE Romanzi? Chi non si è commosso nel leggere La Cieca di Sorrento? Chi non ha pianto alla triste storia dello sventurato Ugo Ferraretti, nel Federico Lennois? Chi della non ha seguito con vivo interesse le dolorose vicende della sventurata Lucia, nel Mio cadavere? Chi non ha palpitato per estrema commozione all’incontro, sul Vesuvio, dei due fratelli, Giorgio e Giovanni, nel Sotto altro cielo ? E, più tardi, qual cuore non si è intenerito alla dolorosa sorte di Margherita, nelle Ombre, e di Lucia, nei Vermi?
E con tutto ciò, oggi, che il processo Cuocolo ha fatto porre in vendita, centinaia di volumi e di opuscoli sulla Camorra, divulgandone i segreti, le leggi, le infamie, nessuno si è ricordato che su questa piaga ha così diffusamente scritto il Mastriani, appunto nei suoi Vermi, quarantanove anni fa [1], svelando quei segreti, quelle leggi e quelle infamie, alle quali oggi si è voluto dare un carattere di novità.
Ma non è la prima ingiustizia che si è fatta a Francesco Mastriani; qualche altra ne ricorderemo, tra le più mostruose, commessegli non solamente dopo la sua morte, ma quando era ancora in vita.
E tra queste ultime, citeremo quella, che non sappiam definire se più immorale o più scellerata, di aver voluto attribuire allo Zola il primato nella scuola del verismo, mentre nostro padre è stato il creatore di questo nuovo genere di romanzo, iniziato nei suoi Vermi nel 1863, e seguito poi nei Lazzari nel 1865, nelle Ombre nel 1867, nei Misteri di Napoli nel 1870.
Ancora vivente il disgraziato romanziere napolitano, nel periodo di tempo in cui le sue opere eran lette con la più grande avidità, sia pel grande interesse che suscitavano, sia perché egli non aveva rivali nel campo del romanzo immaginario e popolare, si ebbe, qui, in Napoli, l’ arroganza di stampare e porre in vendita un volume col titolo: Il 1860 portante in fronte il nome di Francesco Mastriani, mentre egli non si era mai sognato di scriverlo. [2]
E dopo questo, l’esosa genia degli editori napolitani (salvando la pace di pochi onesti), incoraggiata dal successo, riempi la città di volumi, portanti tutti il nome di quel benedetto uomo. E queste infamie, perpetrate durante la sua vita, sono un nulla, in confronto dello scempio che si è fatto del questo suo povero nome, dopo la sua morte, non solamente dai librai e dagli editori, ma anche da qualcuno che, nello esordire nella carriera letteraria e romanzesca, si è sentito ad un tratto mancare il terreno sotto i piedi e si è dovuto afferrare per − non cadere − agli stinchi di chi aveva già dato prova indiscutibile di eletto ingegno, rubando qua e là, pensieri, concetti, scene, aneddoti, ecс.
E si vide, allora, come si vede anche oggi, ingrato spettacolo che offrono alla vista volumi di ogni sesto, con copertine a colori, portanti il nome di quell’uomo venerato, ma scritti da qualche ladro, che, non avendo potuto rubargli altro, si è appropriato della popolarità del suo nome, per ismaltire i suoi volumi.
Si sono poi veduti, e si vedono, libri autentici del Mastriani accorciati, allungati, storpiati, assassinati e cambiati di titoli. Si sono veduti antichi romanzi di lui, riprodotti con veste nuova, e titolo diverso, per ingannare forse la buona fede di qualcuno che ignora ancora che Mastriani è morto da venti anni.
Si sono vedute, e si vedono oggi usurpazioni, ludificazioni e plagi, che farebbero nausea, se la tentata frode non fosse ormai troppo palese.
E fintantoché le usurpazioni, i plagi, i furti sono rimasti circoscritti nella classe degli editori, (persone, in generale, non dotate di grande coltura, né di soverchia delicatezza) [3] la cosa, per quanto non lasciò di essere deplorevole, non arreca tanta meraviglia, perché questi signori guardano soltanto lo interesse loro, e si ridono di tutte le leggi e di tutte le convenienze: ma quando si è vista allargata a qualche scrittore moderno, diventa addirittura una cosa vergognosa.
Nel 1848, (la bellezza di circa sessantatré anni addietro) nostro padre scrisse un romanzo intitolato Sotto altro Cielo. In esso faceva la descrizione di una scuola di ladri nella quale i novizi s’addestravano al furto sopra un fantoccio sospeso alla volta, carico di piccoli campanelli, i quali al più leggiero urto facevano sentire il loro tintinnio; e la destrezza consisteva appunto nello impadronirsi di qualche oggetto che era nelle tasche del pupazzo, senza fare oscillare i campanellini.
Orbene, uno scrittore moderno, che ha fatto precedere il suo romanzo dalla parola « GRANDE » forse perché avrebbe occupato grande numero di appendici, non solamente si è permesso di descrivere la scena da noi accennata, ma quanto non ha neppur usata al morto romanziere la delicatezza di nominarlo, come colui che fu il primo a porre in istampa questo nuovo genere d’ammaestramento. E ciò proprio come se Francesco Mastriani non fossi mai esistito, e non esistessero ancora suo figlio e molti nipoti.
Il più deplorevole obblio copre oggi la venerata memoria di uno scrittore popolare, che ha consumato la vita per promuovere coi suoi scritti la civiltà ed il progresso nel suo paese; e se è doloroso il constatare tale obblio nei suoi concittadini, è addirittura imperdonabile il verificarlo nelle autorità che non hanno ancora saputo magari in uno de vicoli più piccoli di Napoli, trovare un modesto posticino da piazzarvi un epitaffio, una leggenda, una lastra di marmo che ricordi ai posteri il nome del popolare romanziere.
E ne abbiamo visto sorgere a iosa, strade e piazze nuove, dopo il risanamento e la demolizione di tanti edificii, e alle quali si sono attaccati i nomi di certe celebrità ignote.
Come chiusura della nostra divagazione, aggiungeremo, per essere sinceri, che il busto in gesso di nostro padre, (splendido lavoro del defunto scultore Onofrio Buccino) che si trova al Museo di S. Martino, tra gli uomini illustri, non si trova a quel posto perché qualche autorità o lo stesso direttore del Museo abbiano avuto per Francesco Mastriani il magnanimo pensiero di illustrarne la memoria, ma perché noi stessi lo offrimmo a quel Museo al doppio scopo di dare ai posteri un ricordo del popolare scrittore, e riceverne un modesto compenso, onde indennizzare il bravo autore delle spese sostenute, non trovandoci noi, malauguratamente, nella posizione di poter degnamente compensare l’insigne artista, che spontaneamente si era offerto di eseguire il lavoro.
FILIPPO MASTRIANI
[1] I Vermi, furono pubblicati, la prima volta, nel 1863.
[2] L’Illustre critico D. O. Marrama, testé ma mancato ai vivi, scriveva di nostro padre le seguenti parole: «Francesco Mastriani dormiva da un pezzo, nella sua tomba modesta, ma un manipolo di romanzieri in sedicesimo si è affaticato a strappare da quella tomba i pochi fiori che erano venuti su dalle ceneri di lui e trapiantarli nei cocci che ciascuno di essi aveva allineati, accuratamente, alle finestre delle sale di redazione. D. O. MARRAMA Il Giorno del 23 ottobre 1907.
[3] Eccezione il mio carissimo amico Luigi d’ Angelilli, mosca bianca fra gli editori