Stanislao tornò a casa verso le due dopo mezzanotte… Egli avea la febbre… Si sedé, così com’era vestito per la festa di ballo, sulla sponda del suo letto, ed ivi restò qualche tempo senza proferir parola, senza fare un movimento. Il suo domestico entrò varie volte nella camera di lui, e gli dimandò se volea cenare; ma niuna risposta… Un pensiero fitto e lacerante rotolavasi nel capo di quel giovine, e gli mettea sulle labbra il lividore della morte. Poco stante, egli susurrava tra i denti ii seguente monologo.
«Io l’amo, sì; invano il negherei a me medesimo, io l’amo con tutte le potenze del mio cuor devastato, con tutta la forza de’miei sciagurati ventisei anni! Io ho scavato la tomba ad una donna, ed è giusto che una donna ora scavi la mia… Mio Dio, mio Dio, se almeno colei sapesse, che mentre un vortice di piaceri la circonda in quel ballo infernale, qui nel silenzio e nel buio vi è una creatura, un uomo, un giovine che soffre per lei!… Disperazione! Maledetta quella galoppa! Maledetti inventori di questo ballo diabolico; costoro al certo non avevano giammai amato… Se essi avessero veduto come me la donna del loro cuore stretta tra le braccia d’un rivale per più d’un’ora. Ab-abbandonarsi a tutta l’ebbrezza del piacere; costretta per le leggi di questo nuovo ballo a non isciogliersi un sol momento dal suo compagno! Ah! Un solo istante con lei ed io sarei stato il più felice de’viventi! Maledetta la mia timidezza! Maledetto il ballo! Maledetto questo mio amore che mi brucia il petto e mi soffoca».
Il giovine pianse amaramente sui guanciali del suo letto, e pianse lungo tempo… II suo cuore si sentì più sollevato, e la sua mente tornò a pensieri più tranquilli.
«Che cosa è mai il ballo?… Oh il ballo!… Ora conosco e ravviso questo mostro in tutta la sua schifosa nudità; il ballo è un serraglio dove gli uomini strappano arditamente il velo di castità che covre le più innocenti creature, e gittano nel seno di queste ingenue le fiamme dei più divoranti affetti: dov’è permesso ad ognuno avvicinare, stringer dappresso, covrire di sguardi osceni una vergine, di cui, là, vicino alla madre un uomo non avrebbe osato neanche sfiorare il lembo della veste… Il ballo è un teatro in cui tutti si dimenticano i sacri vincoli sociali, gl’ intimi affetti di famiglia, le care espansioni d’un primo amore, le ineffabili gioie dell’innocenza; tutto è posto in obblio, tutto calpestato; tutto è sfrenatezza e libertinaggio, col manto dell’ipocrisia… E la donna, quest’essere fragile e nervoso, la donna si abbandona nel ballo all’istinto del piacere, e, mentre il tumulto delle passioni fa battere il suo cuore d’insolito ardore, la sua fronte resta dimessa e pudica, i suoi occhi si velano d’ innocenza. E se voi amate questa donna con un amore geloso finanche dell’aria, dovete vederla passare tra cento avide braccia, dovete vederla passare sotto gli sguardi impertinenti di tanti vostri rivali di piaceri. Ecco il ballo, ecco il valzero, ecco la galoppa».
Stanislao diceva il vero parlando del ballo, comeché egli appunto allora fosse reduce da una Festa. Si dice che le passioni sovente accecano l’intelletto; non poche volte avviene però che esse il rischiarano, e gli fanno apertamente e senza orpello scorgere quelle cose, che non mai per lo addietro eransi vedute nel loro vero aspetto.
Stanislao B… era un giovine del nostro secolo, di sembianze non bello ma espressive e drammatiche; egli possedeva a fondo l’arte di far giuocare i muscoli del volto alle diverse passioni che volea fingere. I suoi occhi bigi osservavano, ed imparavano sempre; essi aveano l’orribile facoltà di penetrare fin nell’anima della persona che volean conoscere. Questa potenza d’analisi che possedeva il suo sguardo, era la cagione del disprezzo e dell’ orrore ond’egli guardava l’uomo e la società. Versato nella letteratura così detta de’ salotti, ricco abbastanza per beffeggiarsi di tutto e di tutti, scettico della vita e della morte, egli aveva, non è guari, ispirato ad una onesta donzella per nome Clelia una di quelle passioni oggi sì rare e infelici, una passione assorbente, micidiale; e la giovane ne era morta perché Stanislao non la credette… orribile forza dello scetticismo!… Ma il cielo non lascia impuniti su questa terra gli uomini senza cuore e senza fede. Se un istante eglino trionfano, presto o tardi il vuoto delle loro anime sarà riempito dalle stesse loro lagrime. Stanislao, menato più tardi in casa d’un ricco banchiere, vide la costui figliuola nomata Costanza e l’amò per fatalità, per giustizia del cielo o per capriccio del suo cattivo destino. Costanza era bella; contava appena diciassette anni; i suoi occhi naturalmente malinconici avevano una movenza tarda e passionata. Stanislao l’amò perché Costanza non mai gentile gli si era mostrata d’un sorriso; non mai volto gli aveva una di quelle parole che gettano in testa a un uomo tanti sogni dorati. Fredda e severa come una statua, ell’accolse dapprima con caricatura la timida dichiarazione d’amore che fatto le avea il giovin filosofo, e poscia con uno scoraggiante disprezzo. Stanislao non mancava mai a tutte le riunioni, a tutte le feste che si tenevano a casa di Costanza; perocchè egli sperava con la sua assiduità cattivarsi il cuore della fanciulla; ma quelle feste egli trovava un inferno; cento giovani gli contendevano il posto di cavaliere presso l’ amabile figliuola del banchiere. Stanislao sentiva una serpe infernale rodergli il petto, sentiva sanguinare il suo cuore; e il suo volto doveva restar tranquillo, e niun lampo trasparir doveva al di fuori di quell’incendio che gli divorava la vita; dappoiché ei temeva il ridicolo che si sarebbe inevitabilmente attaccato al suo nome, se il mondo avesse saputo come lo scettico libertino erasi volto ad amori romanzeschi e sentimentali.
Una sera Costanza stava seduta nella sua camera agucchiando un lavoro di tappezzeria; sua madre era uscita, e la sua cameriera, corrotta dall’oro di Stanislao, lo avea lasciato penetrare nel santuario della giovane. Questi si soffermò all’ uscio di quella camera senza essere veduto, e quivi restò molto tempo, deliziandosi così della presenza di lei. L’aria che circonda una donna amata a pregna d’una indicibile felicità; l’anima vi si addormenta in una calma celeste. E Costanza era così bella! La sua persona era così nobile e fina, i suoi capelli di seta inquadravano con tant’armonia un capo ripieno di malinconici pensieri! Chi avesse veduto allora Stanislao pallido, immobile e tremante, dietro la sedia di quella giovane, lo avrebbe certamente creduto un collegiate di prima uscita che non ha cuore neanche di salutare la sua innamorata; eppure Stanislao era un uomo depravato e stanco di facili amori, un leone della moderna società.
Costanza si voltò, e visto il giovine immobile sotto l’uscio, non mostrò la minima sorpresa o dispiacere; soltanto si alzò, gli fece un freddo e conciso inchino col capo, e gli disse senza guardarlo:
«Signore, non so chi vi ha dato il diritto di avanzarvi fin nella mia camera, e spiare il sacro asilo d’una donzella. Se la mia cameriera è stata smemorata o disaccorta, io vi dirò che son sola, che mia madre è uscita, epperò non mi conviene ricevere alcuno. In quanto poi alla vostra condotta, soffrirete ch’io vi faccia osservare mancar essa di delicatezza e d’onore».
Stanislao restò sconcertato avvilito, annientato; avrebbe voluto piangere, disperarsi, piantare un coltello nel petto di quella crudele e poscia nel suo; ma egli era innamorato e perciò timido come un fanciullo. Si contentò di mormorare una scusa mal combinata e non si mosse. Restarono ambedue in silenzio, senza guardarsi, all’impiedi. Una subitanea idea traversò la mente di Stanislao, un ripiego felice che doveva decidere del suo destino, e che in quel momento serviva egregiamente al suo ardimento.
«Signorina − diss’egli fissando le torbide pupille sul marmoreo viso di quell’angioletta − egli è vero ch’io ho commesso un grave fallo, ed ho peccato contro ogni delicatezza; ma scuserete la mia temerità in grazia della premura che aveva di rivedervi forse per l’ultima volta prima di partire».
«Voi partite?».
«Si, signorina, parto per la Francia, dove mi chiama una lettera di mio padre gravemente ammalato».
«Ammiro la vostra pietà filiale».
«Signorina, non è solo la pietà filiale che ivi mi tragge».
«Comprendo… vi è anche la speranza d’una vistosa eredità».
«Mille perdoni, non ci ho mai pensato».
«Bene, di ciò poco a me cale; io vi son tenutissima della premura che vi siete dato di farmi partecipe di questo vostro viaggio, e spero che una lunga dimora in Francia vi faccia interamente obbliare questa terra dove qualche misera esistenza è morta per voi d’amore».
Queste parole furon dette con caricatura ed ironia. Stanislao capì tutto il disprezzo di quella frase, e si morse le labbra. Egli avea sperato in qualche cosa che gli averse rivelato anche il più lontano attaccamento, e nulla… nulla… se non il sorriso del dileggio… Egli avea sperato un lampo d’amore, ed avea trovato il ridicolo; ed il ridicolo quando viene da una persona a noi cara è un pugnale acutissimo che trafigge il cuore. Un ultimo barlume di speranza riluceva ancora sul naufragato suo amore; egli si affrettò di dire, cercando di dare alla sua voce la maggiore indifferenza che poteva:
«Signorina, io spero per altro di rivedervi da qui a un anno, ed allora non mi presenterò più solo dinanzi a voi; verrà allora meco benanche la consorte che mio padre mi ha destinata, e che vado ad impalmare a Parigi».
Costanza si accomodò un filo di capelli che si era staccato dalla bella massa onde eran ricche le sue tempia, e col più amabile sorriso disse al misero giovine quasi congedandolo col gesto:
«Allora soltanto, o signore, vi permetterò di presentarvi in mia casa, quando son sola».
Stanislao non poté più a lungo resistere a tanta indifferenza e freddezza; egli si passò la mano sui baffi e se li strappò con violenza: la sua vista si abbuiò, e fuggì urtando contro le suppellettili e le mura.
Il domani i giornali annunziavano un suicidio avvenuto nella persona di Stanislao B…
Costanza a tale notizia restò pallida, senza vita, e fu poscia presa da orribili convulsioni. Ell’amava Stanislao, ma il terrore che il nome di costui le avea fatto dopo la morte della infelice Clelia, aveala sempre tenuta non solo dall’abbandonarsi ad un tale amore, ma neanche dal manifestare al giovine il minimo segno di compiacenza o di affetto.
FRANCESCO MASTRIANI