I.
«Questo è l’ultimo taglio» gridava un uomo sui 30 anni dalla lunga barba, il quale stava seduto dinanzi un gran tavolino da bassetta mischiando le carte, e preparandosi a dare il colpo di grazia alle scarselle di tutti i giocatori che gli facevano corona.
Il gioco era furioso; le monete d’oro covrivano per poco le carte schierate nel mezzo del tavolo, e poscia andavano a brillare davanti al tagliatore, la cui bruna faccia rimaneva interamente impassibile a tutte le vicissitudini e bizzarrie del gioco. Era questi un giovine alto e complesso; aveva il capo coverto da lucidi e folti capelli neri, che ombreggiavano la bella fascia di pizzi anche neri i quali disposavansi alla barba di velluto. II suo vestito era elegante; le sue maniere eran quelle di un uomo avvezzo alla vita del gran mondo. Questo giovine si chiamava Paolo.
Una signora gli stava dappresso: lo guardava con somma compiacenza, e sorridevagli ogni qualvolta gli occhi di lui si scontravano ne’suoi. E il giovine, benché inteso al gioco, era per altro troppo galante per lasciar iscorgere che egli vi mettea gran pensiero; epperò, svolgendo le carte su cui tante speranze e timori trepidavano, i suoi grandi occhi volgeansi prima alla signora e poi ad esse; un sorriso accompagnava sempre quello sguardo: ma questi due eran forse innamorati? No’l sapremmo dirvi; dappoiché nelle riunioni sovente l’amore non dura che una serata, e le simpatie nascono e muoiono in un’ora.
Seduta a un sofà discosta dal tavolino da gioco, pallida, affannosa, trattenendo a stento la piena delle lagrime, con gli occhi fissi sul tagliatore, stava una donzella di un 20 anni. Ogni sguardo che Paolo drizzava alla signora che gli era accanto, ogni parola che tra loro scambiavasi, portava la febbre nel seno di quella fanciulla, perocchè costei lo amava, amava Paolo con una passione vergine ed esaltata, con un amore che era quasi delirio… infelice! Eppure ella era bella come avrebbe potuto crearla il più immaginoso romanziere. Lunghe ricce d’ebano le scendeano dietro il collo, come sfumi di finissima pastella, vestendo un capo così gentile, un volto così soave, due occhi tagliati dal tipo del più bello de’serafini, che non potrebbesi dare un’immagine di tanta bellezza se non che trasportando la fantasia nelle regioni ove spaziavano il Tiziano per dar forma alle sue Veneri o il Raffaello alle sue Vergini.
Finito il taglio, i giocatori si sperperarono per la sala; Paolo si alzò; egli avea tutto perduto in pochi momenti: ma il suo volto non manifestava la minima dispiacenza o sorpresa. Molti zerbinotti che avean guadagnato si accostarono a Matilde (così nomavasi la giovine seduta al sofà) e le dissero molte di quelle insipide cose, che qualche volta attestano insufficienza di spirito, qualche volta presunzione e vanità, per lo più, poco rispetto al pudore. Matilde nulla udiva, nulla vedea; la sua mente e il suo cuore erano sotto il giogo d’un sogno tremendo; ella si alzò per seguire Paolo che si allontanava dal salotto, dando il braccio a quella donna che gli era stata dappresso durante il gioco; ma la poverina non poté camminare, la vista le si abbuiò, le ginocchia le tremarono; ed ella sarebbe caduta sul nudo pavimento, se un giovinetto che le era stato sempre addosso con gli occhi, non l’ avesse sostenuta tra le sue braccia.
Gli occhi di questo giovinetto eran gonfi di lagrime.
II.
Era l’una dopo mezzanotte. Paolo si era ritirato; il pensiero d’un nuovo amore, e l’idea d’un novello intrigo aveano bandito dal suo capo il pensiero della perdita. Egli erasi tolto i guanti color paglino, la canna animata, ed il cache-nez, onde ricoperto avea la finissima cravatta di raso; ed erasi gittato gonfio d’amore sovra una ricca poltrona. Gli occhi eransi attaccati alla fiamma bianca e velata d’un globo d’alabastro; l’immagine di Matilde piangente, abbandonata, era volata sulla fronte di quel superbo, ma tosto egli l’avea bandita come un pensiero molesto, ed avea richiamato mille disegni di piacere.
Un forte picchio alla porta trae il nostro elegante dalle sue meditazioni. Chi può mai aver bisogno di lui a quest’ora?
Un giovine di belle sembianze, ma imberbe, pallido ed emaciate, si presenta alto sguardo di Paolo.
«Signore, voi non mi aspettavate al certo. Io sono lsidoro B…; questa sera ci siamo veduti in casa del Barone».
«Non ho avuto il bene di notarvi».
«Comprendo; la vostra attenzione era tutta rivolta ad una dama molto elegante che vi stava dappresso allorché tagliavate la bassetta».
«Questo è probabile. Mi spieghi intanto il motivo che mi ha procurato l’onore di una sua visita in un’ora così straordinaria».
«Il motivo è semplice, e dirovvelo in poche parole: Voi siete un infame».
Paolo ha guardato con sorpresa il suo interlocutore; ma sul suo volto non si legge alcun segno di collera.
«Ringraziate il cielo, giovinotto, che siete in mia casa; questa parola in altro luogo vi avrebbe fatto guadagnare uno scappellotto nelle forme».
«Vi ripeto che siete un infame; non mi obbligate ad aggiungere che siete un vile».
«A quel che pare, voi siete stanco di vivere, n’e vero?».
«Per lo appunto; scegliete le armi; io vi ho offeso, e domani i batteremo».
«Adagio, adagio, giovinotto; io non vendo la mia vita o la tolgo al primo pazzo che viene ad insultarmi in mia casa, all’una dopo mezzanotte, senz’altro motivo che quello d’essere il poverino stanco di vivere. Se la vita vi è di peso, non mi par questa una buona ragione per venire a incomodare un signore e comprometterlo; ci sono tanti mezzi onesti e decorosi per coloro cui l’esistenza e divenuta pesante; potete scegliere uno di questi».
«Signore, non ho l’animo abbastanza tranquillo per celiar con voi, od udire le vostre insipidezze. Voi forse fingete di non comprendermi; vi chiamerò alla mente una breve storia, che voi probabilmente conoscerete meglio di me. Uno di questi uomini senza cuore, serpenti da’guanti bianchi, che strisciano ne’salotti e ne’talami, seduttori per sistema e per vanità, vide non è guari una donzella, una figlia d’Eva, più innocente d’un fiore, bella come un angelo; e quest’uomo disse tra sé: − Costei deve amarmi − Quanto di più scaltro poté inventare il demone, quest’uomo seppe dire, e le sue labbra si composero ad un fino sorriso d’ amore, i suoi occhi si velarono di tenerezza; affettò la tristezza del sentimento, le smanie della gelosia, le lagrime del cuore; e la povera fanciulla il credette e l’amò. E quando il ribaldo ebbe la certezza d’essere stato corrisposto, quando l’ebbe strascinata al delirio della passione fino all’obblio de’propri doveri, l’elegante signorotto se ne disgustò, l’abbandonò, e per colmo d’ingiuria e di disprezzo seguitò a presentarsi in casa di lei, dove si pose a corteggiare impudentemente altre dame che ivi traggono. Quest’ uomo è un infame; signore, e quest’uomo siete voi. Spero che mi avrete ora compreso».
«Bravo, giovinotto! Voi dunque vi siete fatto il cavaliere della baronessina Matilde; ve ne fo i mici complimenti; ma io non voglio battermi per lei; io non l’amo più, e la vita vale più di una donna, fosse anche la donna che si ama».
«Ma io, signor Paolo, io l’amo da uscirne pazzo».
«Prosit, signore! Voi siete padrone d’amarla fino alla consumazione de’secoli; io non me ne credo offeso».
«Non vi credete neanche offeso de’titoli ignominiosi che vi ho gittato in faccia pocanzi?».
«Mi avete detto che siete innamorato pazzo, ed i pazzi non offendono».
Paolo si accese un sigaro e si pose a fumare senza più curarsi del giovine che gli stava presente, il quale era restato così tristo, concentrato e abbattuto, che chi lo avesse mirato allora, ne avrebbe sentito la più viva pietà.
Pochi minuti il silenzio durò solenne dall’una parte e dall’ altra.
«Signore, voi dunque non volete battervi?».
«Mi rincresce di non potervi servire».
Paolo gittò uno sguardo sul povero Isidoro, il quale divorava il silenzio in lagrime della rabbia e dell’amore.
«Ebbene, signor Paolo, sappiate che il mio scopo nel venire qui è stato di provocarvi, di insultarvi, affinché ci fossimo battuti, e voi m’aveste ucciso. Io volea morire per vostra mano; volea lasciare questo rimorso al vostro cuore, giacché io non potrò togliervi la vita fintanto che Matilde vi ama».
«Ma Matilde si è mai accorta del vostro amore per lei?».
«Non ho mai cercato di farla accorta di questo».
«Voi siete troppo timido, o giovinotto; e la timidezza non è amata alle donne. Lasciate che francamente io vi dica essere voi incamminato in un sentiero falso e pericoloso; voi siete innamorato col cuore, mentre bisogna esserlo col capo; bisogna calcolare prima di amare. D’altra parte, consolatevi; tutto cangia e finisce quaggiù; le passioni si succedono nel cuore e svaniscono senza lasciare neanche un’orma del loro passaggio. Matilde mi ama, perché io non rispondo al suo amore; voi l’ amate per la stessa ragione. Questo delirio che si chiama amore non è che il più raffinato amor proprio. Sentite a me giovinotto; l’eternità dell’amore è finita; oggi abbiam compreso che le più forti passioni muoiono come le più deboli; questa è la legge mutabile di natura. Due cuori che si amano alla follia morirebbero di noia, se fossero gittati in mezzo all’universo senz’ altra occupazione, che quella del loro amore. La mia filosofia parrà scoraggiante, ma purtroppo è vera e positiva. Anch io, all’ età vostra volea uccidermi ogni giorno per qualche contrarietà. Eppure ora sto bene; conosco la vita, e, se mi fossi ucciso, avrei fatta la più madornale bestialità».
Isidoro uscì senza volgere al filosofo neanche un saluto, e questi l’accompagnò alla porta con un buffo di sigaro e con un sogghigno di disprezzo.
III.
Erano scorsi due anni dalla scena descritta sopra.
Una sera, in uno stanzino d’un vasto appartamento, sovra una seggiola di raso bianco era seduta una giovane di circa 22 anni. La sua fronte bianca e dimessa, i suoi capelli mal composti, lo sguardo incerto e sospettoso, l’agitato movimento del seno, tradivano in lei violenta lotta di passioni. Ella tenea nelle mani da due ore una lettera; l’avea letta cento volte; e quello scritto le facea battere i polsi come per acutissima febbre. Qualche volta ella si alzava smaniosa, ansante, e correva ad una finestra che riusciva su un’aperta campagna; ivi ella restava immobile, palpitante; ed ogni aura che si movea tra le fronde, ogni suono che partiva dalle brune macchie, faceano balzare il cuore di quella donna come lo scatto di arroventata molla. La luna spandea sulla natura quella luce d’un biancore cadaverico che tanto potentemente agita i nervi per forti commozioni: brani di fuggevoli nugolette venivano di tratto in tratto ad oscurare la fronte di quell’astro come un gruppo di desolanti pensieri… Quale penna potrà mai descrivere l’orribile ansietà di que’ momenti che passano l’ora del ritrovo?
Un rumore di passi nella campagna, un fischio vicino alla finestra… e poscia un uomo è entrato nella camera di lei; un bel giovine, ma così pallido, cosi tremante, che parea allora sfumarsi come un raggio di luna sotto una nugola.
Al suo entrare la giovane gli è corsa incontro con un grido di tremante gioia, e sono restati a lungo tempo muti, immobili, e… pallidi. Questi due giovani si chiamano Matilde e Isidoro.
«È la prima volta, Matilde mia, che mi è dato di starti dappresso; alza il capo, lascia ch’io ti vegga negli occhi».
La giovane levò su lui uno sguardo d’amore: la sua fronte scottava.
«Matilde, angiolo mio, se tu sapessi quanto ho sofferto, quante lagrime mi è costato questo momento di felicità! Sei ben sicura che egli non tornerà ora?».
Qualche cosa ella rispose, ma non fu udita, che a bassa e tremante voce ella profferito avea le parole.
Una candela di cera tramandava una luce fioca, presso a poco come quella che veniva dal cielo.
I due amanti furono sorpresi nel mezzo delle loro gioie dal calpestio che si udì non lontano: ma i due amanti attribuirono quel rumore allo scrosciar delle fronde, e il silenzio tornò novellamente co’palpiti di piacere e di estasi, co’mutui giuri d’amore.
Que’ due erano così felici, che non si accorsero d’un altro capo che si disegnò in fondo al muro dirimpetto ad un camerino d’onde era partito quel rumore; quella testa intanto sparì dal muro, e si accostò nera e gigante sul gruppo.
Matilde e lsidoro parlavano a voce bassa e misteriosa. Tutto a un tratto Isidoro manda un grido acutissimo, ed afferra la fredda lama d’un pugnale.
Quest’uomo era Paolo, il marito di Matilde.
FRANCESCO MASTRIANI