Sull’educazione e istruzione dei fanciulli.
Uno degli errori che maggiormente contribuiscono a rendere la maggior parte degli uomini tenaci in alcuni mali abiti e proclivi ad abbandonarsi a viziose passioni si è il credere che l’educazione incominci a quell’età in cui i fanciulli sono in istato di essere mandati a scuola o sottoposti in casa a qualche istitutore che loro insegni i primi rudimenti.
Pensiamo che ciò dipenda massimamente dal confondere che si fa l’educazione colla istruzione, cose del tutto differenti e separate, e che possono anche andare disgiunte. Eppure a quella età in cui da’genitori si crede che i fanciulli abbiano a cominciare la loro educazione; gran parte di questa avrebbesi già dovuta compiere; imperocchè in su i sei o sette anni già si è pienamente sviluppati il germe di quelle virtù o si que’vizî che faranno del fanciullo un uomo dabbene o perverso. E quel germe non a caso e per mera fortuna si andò sviluppando in quel tenerissimo terreno; sibbene si fu l’effetto di quelle impressioni, di quei giudizî, di que’paragoni e di quelle idee primordiali che gradatamente concepì il fanciullo fin falle fasce. Non perché il bambino è incapace ancora di articolar suoni e di formar parole hassi a credere che egli sia parimente incapace di ragionamenti e di sillogismi; anzi, essendo in lui vivissimo il lavorio delle comparazioni e dell’analisi, le idee ch’ei si forma rimangono impresse nel suo animo come sensazioni buone o cattive, piacevoli o tristi, e che possono essere sorgenti di errori per tutta la vita.
Si costuma ordinariamente d’intraprendersi l’istruzione de’ fanciulli molto per tempo, e di differire al tardi l’educazione. I genitori credono d’aver adempito al loro più grave dovere nel mandare a scuola i fanciulli di tre o quattro anni, tenendoli colà inchiodati per lunghissime ore, e facendo esercitare da’maestri tutta la severità possibile per indurre allo studio que’tenerissimi corpicini. E quando si sono sgravati di questo compito, i genitori generalmente più non si danno alcun pensiero al mondo del cuore de’figliuoletti, credendo che basti l’aver costoro apparato a recitare quattro cujussi e a tirare in su la carta lunghe aste. Intanto il cuore e la salute del fanciullo si corrompono e deperiscono; il suo umore diventa tristo e ipocondrico, e la tristezza a quell’età è sorgente d’indicibili guasti cui il tempo nono potrà riparare. A casa questi fanciulli sono caparbi, dissimulatori, impertinenti e scioperati; nessun amore alberga in essi pe’loro genitori o pe’loro maestri, nei quali veggon sempre i loro tiranni; così che quella precoce istruzione costa loro sovente la vita naturale o quella del cuore.
Deesi adunque praticare appunto l’opposto di quel che pel consueto si pratica, vale a dire che l’educazione esser dee la prima a richiamare le cure de’genitori, e non affrettarsi ad infarcire la mente de’fanciulli di sterili precetti. È necessario innanzi tratto rinforzar quelle deboli complessioni con graduali esercizî; avvezzar quelle anime vergini a ricevere ben presto le impressioni del bello e del buono; associare le modificazioni dell’essere fisico ad opportuni sentimenti morali; istillare coll’ esempio il gusto delle belle azioni; correggere e sviare a tempo le nocivi propaggini dell’animo: ecco il lavoro che per gli affettuosi genitori incomincia fin dal tempo che i loro figliuoletti sono nelle fasce; compiano essi questo importante lavoro, e poscia pensino ad allontanarli dalla casa paterna sotto il pretesto dell’istruzione. Un uomo può istruirsi anche a trent’anni, senza che la dignità della sua anima ne scapiti; ma a quattro o cinque anni il cuore già dev’essere formato. (12 maggio)
FRANCESCO MASTRIANI
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È mestieri adoperare la più minuta cautela nel porre tra le mani degli studiosi giovanetti que’libri che si versano particolarmente sulla morale e sulla educazione del cuore – Così è da mio fratello Francesco saggiamente detto in un articolo del n. 4.° di questo Giornale. Ora a comento ed aggiunta vuolsi avvertire che ancor più minuta debb’essere la cautela da avere nel porre tra le mani dei giovanetti quei libri, i quali di tutt’altro parlano che di morale e di educazione del cuore.
Chi guardi bene addentro i misteri del cuore umano, assai facilmente gli verrà scorto che il bene ed il male non entrano nel cuore (mi si permetto il così dire) a torrente, ma sibbene vi s’ insinuano come acqua che penetri attraverso i pori ed i spiragli degli ostacoli in cui s’incontra. Epperò accade che volgere al male i buoni e convertire al bene i malvagi assai meglio si ottenga per via indiretta e coperta, che per mezzo di ammonimenti, di consigli, e di suggestioni; dacché né i buoni si aprirebbero così facilmente e svelatamente a ricevere nell’animo consigli e suggestioni cattive senza volersi fare schermo della loro virtù contro cotanto sfrontati seduttori; né i malvagi si farebbero così docili a volere pure ascoltare le voci e i consigli che dal mal fare gli dissuadessero e distogliessero. Per la qual cosa, bene fu egli detto che bisogna essere diligenti nella scelta de’libri di educazione; imperocchè, dove tali libri contengano qualche errore, possono tanto più facilmente farlo entrare nell’ intelletto del giovine lettore, quanto meno egli sta apparecchiato a difendersi contro un’aperta seduzione. Pur beato però che tra i libri di morale e di educazione, che oggi corrono nelle mani dei studiosi giovanetti, nessuno ci ha che contenga gravi errori; dappoichè grande e diligente è la sorveglianza che sopra vi hanno i maestri, gli educatori, e le Autorità. Il perché dicevamo che fa mestieri essere diligente e avveduto sopra i libri che di tutt’altro trattino che di morale e di educazione, e ciò perché non tanto male posson fare ai buoni, quanto bene ai non buoni. Con tutto ciò si vede che oggi generalmente più si pensa ad impedire che i buoni siano guastati, che non si pensi a fare che i tristi siano guariti. I padri di famiglia, i maestri, gli educatori vegliano che non capitino tra le mani de’loro figliuoli ed allievi, che sono usi a leggere e a studiare, qualche libro o sospetto o cattivo; e nessuno avvisa al modo di allettare alla lettura i più restii e scioperati, e fare che questa lettura riesca profittevole alla morale educazione del loro cuore. Impedire che i buoni giovanetti siano guasti e inviziati da qualche reo libro non è così malagevole, come il fare che i giovani oziosi e cattivi siano al bene allettati da qualche buon libro, che non dev’essere certamente libro di morale, imperò che essi nol leggerebbero. Onde mi pare che la cautela e la sorveglianza vogliono essere adoperate sommamente sopra i libri leggieri e di passatempo, i quali vanno per le mani di giovani e di persone nel resto aliene e lontane dal volere applicare un poco la mente allo studio e alla meditazione di cose gravi e importanti. Chi ha l’animo buono e disposto al miglioramento, sarà docile e diligente nella scelta dei libri: l’impresa gloriosa degli scrittori, degli educatori, e dei savii esser dee questa di servirsi dei libri leggieri e piacevoli per ottenere quel fine che i libri gravi e da studio si propongono conseguire: e fare che per mezzo del Romanzo della Commedia e forse anche dei Giornali, senza uscire da quella gaiezza e amenità della loro natura richieste, si versi nel cuore di certa specie di lettori quei principii e quei sentimenti, che i medesimi mai non si volgerebbero a leggere e studiare nei libri di morale e di educazione. (16 maggio)
GIUSEPPE MASTRIANI
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Noi non ristaremo giammai dal tornare, a brevi tratti, sull’importante argomento dell’educazione, sempre che ci verrà ricordata qualche considerazione e alcun pensiero che crederemo possa riuscire di qualche utilità.
È indubitato che la pratica in talune cose vale più della teoria. Pochi e solidi precetti, e l’esempio costante: ecco il fondamento di ogni buona educazione. I fanciulli non sono che uomini in piccolo, siccome gli uomini non sono che di grandi fanciulli, epperò pressoché le stesse cose le quali muovon questi sogliono comunemente muover quelli. I precetti ricisi e sterili non sono per lo più fecondi di ottimi frutti. Quello che ha una magica possanza sull’animo de’fanciulli e de’giovanetti sì è l’esempio, vale a dire lo spirito d’imitazione. Insin da’primi mesi i movimenti del bambino non sono che deboli o incerti sforzi d’ imitazione; esso non fa che copiare; e questo può dirsi la perenne azione del suo spirito. Cresciuti in età, cresce parimenti in essi e in più vaste proporzioni siffatta attitudine e istinto; per modo che l’arte dell’educazione, in que’primi anni, consister dovrebbe a dare un’ottima piegatura e addrizzamento a tale istinto; la qual cosa crediamo non esser molto grave e difficile. Imperocchè non è arduo al certo il porre destramente sotto gli occhi dei fanciulli buoni esempi ad imitare, come il distoglier da’loro sguardi tutto ciò che è tristo e malo, e soprattutto far sì che, mercè l’esempio, essi contraggono buoni abiti e salutari consuetudini.
È, per mala ventura, connaturale all’uomo la propensione alla disobbedienza a’comandi che gli vengono ingiunti. Generalmente egli opera il bene, non perché gli vien comandato, ma perché ne sente il piacere e l’utilità. Or questa intelligenza non viene che ben tardi ne’fanciulli; per modo che alla prima età essi non hanno che il solo e gretto istinto della disubbidienza, epperò inchinevoli sono ad appigliarsi al male, appunto perché si è loro comandato l’opposto.
Da questo spirito d’imitazione che predomina ne’fanciulli si può trarre ampio partito non solamente per la loro buona educazione, ma eziandio per avviarli bene a quella professione, arte o mestiere verso di cui si veggono più proclivi. Si tratterebbe in questo caso di avvicinarli accortamente a qualcuno che esercitasse una tal professione, arte o mestiere, allontanando sempre in sul principio i precetti e le regole, le quali verranno meglio insegnate e apprese dallo studio d’imitazione. Quei genitori che vogliono costringere i loro figliuoli ad imprendere, lor malgrado, un’arte o professione, non fanno che togliere a questi per sempre la minima attitudine che vi abbiano, imperocchè sempre vi si mettono di mal animo, e mai non vi riusciranno. (19 Maggio)
FRANCESCO MASTRIANI
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(Ci mancano le prime due colonne della pagina, e l’editoriale termina così:)
Noi non combattiamo un tale errore, perocchè crediamo non esserci uomo di buon senso che non lo combatta; ma asseriamo che se in tutti gl’istituti, in tutte le scuole e nelle famiglie ci fossero libri di piccola mole e di facil dettato e sposizione, i quali dessero le principali e più utili cognizioni de’fenomeni naturali, non ci sarebbe motivo di aversi a deplorare alcune volte una ignoranza imperdonabile incerti uomini, che fanno dello studio la loro più cara e consueta occupazione. (23 maggio.)
FRANCESCO MASTRIANI
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Scriveva Gaspare Gozzi:
«Sommo difetto, anzi reità di tutte le instituzioni è l’occupare la memoria de’fanciulli in cose non intese, e che nulla servono all’uso della vita. Gli aridi precetti grammaticali, i nomi, i verbi, l’affogano pel corso di tre o quattr’anni, né mai si dà loro una idea chiara delle cose che veggono o sentono ogni giorno».
Noi non sapremmo mai abbastanza richiamare l’attenzione de’ padri e degl’istitutori su i primi insegnamenti che dar si debbono a’fanciulli; però che stimiamo che ogni anno sprecato di quell’età così preziosa o malamente impiegato è una perdita irreparabile ed un vivo rammarico. E certamente uno sciupo grandissimo di tempo suolsi far fare ai fanciulli, costringendoli a ritenere a memoria certe cose che eglino poco intendono o nulla, e che ad altro non debbono servire, tranne che a lusingare la vanità de’ genitori e de’maestri. Non avete qualche volta veduto un fanciulletto di cinque o sei anni, pallido, smunto e sottile, inchiodato sopra una sedia per più ore e curvato sovra un libro, del quale dee mandare a memoria certi versi che per lui son peggio che arabo o ebraico, i quali sembrano così ricalcitranti ad entrare in quel povero cervellino? Questo fanciullo dovrà recitare mezzo canto del Tasso in una festa di famiglia. Guardate quell’altra creatura di quattro in cinque anni, cara e gentile come un amoretto, la quale, ritta e immobile nel cospetto di una magra precettrice, ripete appresso a lei la favoletta del La Fontaine La cigale ayant chantè, ovvero l’altra Maìtre Corbeau sur un arbre perché. La fanciullina s’ingegna d’imitare i suoni di questa lingua straniera, epperò contorce i bei lineamenti del viso, aguzza le labbrucce di rosa, si dà il maggior travaglio del mondo per isbrigarsela con questo compito sì noioso e difficile: non mancano gli sgridi e le busse quante volte ella si mostra poco attenta o distratta. E perché tutta questa fatica e questo martirio? Pel giorno onomastico del papà della bambina. Ecco un bel metodo per far maledire ai fanciulli i giorni più solenni e le più care feste di famiglia. Noi non sappiamo quel che si guadagna a questo giuoco d’impostura e di vanità; ma ben sappiamo il danno che ne deriva a quelle deboli costituzioni infantili, le quali si risentono in appresso di questa maniera di compressione e di sforzi superiori alle loro facoltà. Se i padri non avessero talvolta la smania di fare de’loro figliuoletti de’prodigi di otto anni, non avrebbero spesso il cordoglio di perderli nel fior di giovinezza, ovvero di vederli sempre disgustati e aborrenti da studi e da ogni intellettuale occupazione. Abbiam più volte ridetto che questi così detti prodigi di dieci anni riescono tisici a venti, o asini a trenta. Ogni cosa debbe avere il suo tempo, e la natura non fa salti.
Uno degli errori in cui più comunemente si cade da’genitori, si è quello di credere che i loro figliuoli sieno tutti rare eccezioni della loro età, e che però le vie comuni non si affanno ad essi. Laonde, a vece di procurare che imparino cose positive e facili, da potersene giovare nel consorzio civile e pe’bisogni della vita, si affaticano d’insaccare in quelle testoline tante astratte inutilità credendo che con queste si giunga ad acquistare fama e nome onorato.
Si esca da questo errore sì comune e sì deplorabile: si eserciti la memoria de fanciulli, ma non (articolo incompleto)
FRANCESCO MASTRIANI