EDITORIALE

Pensieri sul romanzo. 

1.

   È innegabile che uno dei mezzi letterarî più atti a sparger semi di buona o di cattiva morale in pressocché tutte le classi d’una civil società è il romanzo. La natural propensione che hanno gli uomini a nutrire la loro immaginativa col racconto di avvenimenti veri o fittizi, il carattere troppo severo della storia, le peculiari cognizioni che  questa richiede ne’ suoi lettori: e, da ultimo, il bisogno di commuoversi, di agitarsi, di vivere insomma quella vita che non è vegetazione, la vita del pensiero, dell’anima, degli affetti: queste cagioni alletteranno sempre alla lettura del romanzo, siccome attirano e richiamano grandissimo numero di persone negli angusti palchetti e nelle più anguste corsie della platea d’un teatro. A queste cagioni debbesi aggiungere l’altra non meno possente, che l’uomo trova sempre intrinseci motivi di compiacimento nella dipintura di quelle virtù che egli ha o di que’vizi che non ha: un arcano paragone si stabilisce tra il lettore e i personaggi creati dalla fantasia del romanziere; e questo paragone è spesse volte sì vivo e tanto influisce sul carattere, su i costumi, su gli abiti d’un individuo, da lasciare nel suo cuore orme imperiture di tristizia o di bontà.

   Il romanzo non è creazione di tempi a noi vicini siccome credesi comunemente: il suo nome è soltanto di conio recente, ma la sua forma è antica, direm quasi, quanto l’uomo. I racconti, le tradizioni, le cronache, le leggende intratteneano i placidi ozii delle famiglie, nutrivano l’irrequieta immaginazione, tramandavano, coloriti dalla poesia, begli esempi di fatti eroici e di grandi virtù comeché non poche volte lo stravagante, il soprannaturale l’impossibile vi campeggiassero. L’Iliade e l’Odissea furono i primi due romanzi dettati dal più grande pittore delle memorie antiche.

   Il romanzo cavalleresco segnò l’era di transizione tra l’antica e moderna civiltà. La caricatura, il sarcasmo furono la sua arma possente. A costumi rozzi, ridicoli e spesso feroci era d’uopo contrapporre ritratti genuini e parlanti, tinte forti e audaci, caratteri esagerati.

   Un genio raro e sublime, nato sul declinar del passato secolo, dava al romanzo una forma, un carattere, una fisionomia tutta propria. La novella oscena del classico trecento italiano, le rozzi canzoni del mezzogiorno della Francia, le moresche favole, innesto curioso d’orientalismo ne’costumi europei, l’ ampollosità del romanzo spagnuolo, furono surrogate da quel genere sì regolare, sì perfettamente descrittivo, recato nel mondo letterario dallo scrittore scozzese, dall’immortale Gualtiero Scott. Da questo tempo in poi, il romanzo camminò senza impaccio nella via che gli era segnata dal grande autore di Waverley. L’ Alemagna, la Francia e l’ Italia ne seguitarono più o meno le orme, ed una schiera di scrittori più o meno felici nei loro sforzi narrano immaginarie o storiche avventure con colori più o meno vivaci. La Francia straripò, slavagò, si dette in balia dell’assurdo, dello spinto, dell’immorale; la Germania si contenne, ma rimase fredda imitatrice e svigorita dagli eccessi d’ una paradossale filosofia. L’Italia soltanto tenne dietro al sentiero del bello, del vero e del giusto, di cui era stata sempre grande maestra a tutte le nazioni. I promessi sposi offrirono un tipo di bellezze nuovo e toccante, tutto proprio della mitezza de’ costumi italiani.

   La Francia si abbandonò all’ impazzata ad un genere funesto ai costumi, alla morale, alla società: l’Italia fu per poco strascinata dal mal’esempio ed il mondo letterario fu invaso da un diluvio di produzioni mostruose e immorali, condannate, sin dal loro nascimento, a una morte immediata e vergognosa. Que’ prodotti delle lettere e delle arti, i quali rifulgono di falsa luce, sono subitamente travolti nelle tenebre unitamente a’nomi de’ loro autori. Un libro, per esser rispettato e duraturo, dee parlare alla ragione umana, e non mica ad una passione, ad una tendenza.

                            FRANCESCO MASTRIANI