EDITORIALE

   Sull’improvvisazione nell’arte e nelle lettere. 

   Per lo addietro chiunque accingevasi ad un’opera qualunque, di qualsivoglia levatura si fosse il suo ingegno, vi pensava innanzi un buon tratto, la maturava ben bene nel proprio cervello, vi stava su giorno e notte col pensiero, si chiudeva nel suo studio per anni intieri, e di lui non si udiva a parlare che quando, fornito il lavoro e presentatolo al giudizio del pubblico, questo ne lo rimeritava con le debite lodi e ricompense. E quel lavoro, frutto di lunga meditazione, formava l’ammirazione e il compiacimento de’contemporanei, accresceva il lustro del paese, ridondava ad onore de’concittadini, passava le generazioni, e veniva ad iscrivere un altro nome al non breve elenco delle celebrità. Ma questo sistema si è tenuto ai giorni nostri vieto e rancido. E, siccome tutto si è voluto fare il converso di quello che facevano gli uomini che ci han preceduti, la moda ha inventato un mezzo più semplice e più sorprendente di diventar famosi, quello dell’improvvisare. I nostri padri si contentavano di assaporare e gustare tutt’i piaceri della mente e del corpo, senza scosse di nervi e senza parosismi di febbre; noi non ci contentiamo di niente se non siamo sorpresi. Le scienze esatte, la letteratura, le belle arti debbono oggidì adempiere, per dir così, ad una missione soprannaturale, debbono sorprendere, altrimenti sono dichiarate studi di gente dappoco, di tartarughe, di ghiri e peggio. Oggi l’improvviso è alla moda, e in tutto. Ci spaventa l’immenso numero degl’ improvvisatori che sono sorti in ogni paese e per ogni branca dello scibile umano. S’improvvisa un poema colla stessa facilità onde s’improvvisa il modo di arricchire le società. È vero che con tutto questo i buoni poeti sono rari e le società non son mica più ricche di quel che fossero ne’passati secoli; ma ciò poco monta, basta la sorpresa. Tutti oggigiorno sono genî che sorprendono, che rapiscono, e che… finiscono come il lampo che guizza un momento, dà una scossa ai nervi, fa un po’di rumore, e sparisce nel vuoto, nel niente: meno male che i genî moderni si contentano di assomigliarsi al lampo; che sarebbero se volessero rassembrare al fulmine, il quale non ha altra missione che distrugger sempre?

   Gli antichi non conoscevano l’arte d’improvvisare. Che peccato! È vero che essi facean meglio le loro cose; è vero che erano meno agitati e convulsi di noi: che le loro opere sfidavano i secoli; ma i meschini si tenean paghi di quelle loro costruzioni, le quali per altro hanno avuto l’onore di conservarsi fino a’tempi nostri. Poveretti! essi faticavano mezzo secolo per fare un libro o un edificio; noi altri facciam queste cose in mezza giornata. Non importa che il libro e l’edificio degli antichi duravano secoli e secoli, e quelli che noi facciamo durano soltanto qualche anno o meno; in questo siam compensati dal piacere della sorpresa, dell’incanto, dell’improvviso!

                                                           FRANCESCO MASTRIANI