EDITORIALE

SUL BUON USO DEL TEMPO 

Times is money

Il tempo è denaro

   È indubitabil cosa che nelle grandi capitali l’ozio e la scioperatezza distruggono gran parte delle più belle speranze d’ingegni e danno agio e fomite a non pochi vizii e cattivi abiti, che di gravi malanni diventano cagione. La facilità ed il gran numero di svagamenti, le compagnie non sempre di ottima lega, il pessimo esempio e allettamento inducono i giovani per lo più a spender male il loro tempo e a prepararsi una vecchiezza pesante e angosciosa, non sempre allietata da onorevoli memorie o circondata dalla stima degli uomini. È deplorabile, ma pur troppo vero, che una schiera infinita di persone non aprono un libro in tutta la loro vita; e non si danno il minimo pensiero d’insaccare un poco di provvisione nel cervello, se non per altro almeno, per non essere corbellati nei propri negozii o smarrirsi ad ogni tratto nel proprio cammino. Una così fatta trascuraggine è tanto più colpevole nelle grandi capitali quanto la facilità d’istruirsi è maggiore. Ed il più strano si è che i ricchi e i poveri sono generalmente quelli appunto che più si abbandonano a tale incuria, adducendo i primi per iscusa il poco tempo che lor rimane da’negozi, e i secondi il difetto di mezzi onde coltivare lo spirito. E sì che gli uni che gli altri si hanno il più gran torto del mondo, imperocché, riguardo a’ricchi è falso che i negozii e le faccende non lascino loro alcun tempo di applicarsi a studii. Vi ha tempo per tutto in questo mondo, e non è immaginabile quante cose possono farsi nel corso di un giorno, se si hanno ben distribuite le ore e i minuti. Ogni ora porta in sé il germe d’un buon pensiero, d’un prodigio d’industria, d’una utilità particolare o universale.

   Non ci è bisogno di essere un genio o un letteratone per saper cavar profitto da un quarto d’ora; ne è necessario approfondirsi in cose ardue e astruse, e sudare a goccioloni su i libri per apparare qualche cosa: basta la conversazione di un uomo saggio e sensato, basta l’osservazione sottile degli uomini e delle cose; basta insomma darsi il fastidio di pensare un poco. Dappoiché certamente, al dire del Gozzi: “il menare le braccia, le gambe, e il tirare aria ne’polmoni, e il cacciarla fuori, non sono quella vita che dee aver l’uomo. Un mantice alla fucina, a questo modo, si potrebbe dir che vivesse. Che avrebbe a fare nel cranio quel bell’ordigno del cervello, con tante miracolose meraviglie che vi son dentro se non si avesse mai a farne uso?”.

   In quanto a’poveri, la scusa di mancanza di mezzi non regge affatto, non essendo necessario sborsar quattrini per istruirsi. Non vi ha civil governo nel mondo, il quale non tenga aperte a disposizione di tutti università e biblioteche, dove, senza il più tenue stipendio, ognuno può abbeverarsi a suo talento di quelle dottrine che meglio si attagliano e si affanno alla propria attitudine. Anzi, è da notare che quelli i quali minor facilità si hanno di essere spenditori, maggior comodità possono avere di bene adoprare il tempo, e minori occasioni di dissipamenti. All’ incontro, egli è un dovere pe’poveri il procacciar d’uscire dalle ristrettezze del proprio stato, coltivando ciascuno una branca di lettere, d’arti o di mestieri, da cui possano ripromettersi una certa agiatezza.

   L’infingardaggine è dunque un vizio riprovevole in ogni ordine di persone, ed è un abito ignobile da cui fa d’uopo svestirsi infin da’primi anni della vita. Il buon uso del tempo fa gli uomini svelti, istruiti e saggi, e le nazioni côlte  felici.

                                                                                                    FRANCESCO MASTRIANI