SULLE MODE DEI SALOTTI
Il nostro è secolo di spleen, di noia, di tristezza. Il così detto progresso de’lumi ha distrutto la giovialità e la galanteria. finì quel tempo della nostra conversazione, tanto celebrata da’ Francesi e tanto invidiata dagl’Inglesi; ora non si veggono ne’salotti che vecchi sessagenari inchiodati dai loro reumatismi su i morbidi sofà, dove passano in qualche modo le seccantissime ore leggendo interminabili giornali politici, o sparlando de’nostri costumi e della nostra leggerezza. A sentire quelle loro tattamellate lunghe lunghe sovra il buon vecchio tempo, quando la più spensierata allegria regnava tra le brigate; a sentire come que’valentuomini antichi raccontano con tanto sapore i cari sollazzi della loro giovinezza, e a vedere come a quelle ricordanze si allarga la loro anima e si spande nella vita passata, spesse volte mi si stringe il cuore pensando come il sì vantato progresso e lo sviluppo delle idee filosofiche abbiano nociuto all’intima vita sociale.
I salotti moderni hanno colori cupi e fantastici; financo la forma e la disposizione delle suppellettili t’ingombrano l’animo; vi si scorge un abbandono, un vivere sciatto e non curante: pare come se i padroni di casa si apprestino sempre a sloggiare; come se il buon ordine stia contro il così detto buon genere. Più non si veggono quei mobili eterni di mogano venuti da varie generazioni, come le sedie d’appoggio de’vecchi castellani; tutto è oggidì efimero e transitorio; e la moda vuole che il legno, la seta e i colori dei nostri addobbi sieno perituri e fiacchi a mo’ degli uomini dell’era presente e de’sistemi ch’ei si formano.
La nostra società consunta si agita convulsivamente nei salotti per cercarvi distrazioni e piaceri; ma tutti i suoi sforzi non fanno che rimescolar sempre più le noie particolari di una comune tediosaggine. Le donne vi compariscono pallide, spoetate, silenziose. Non vi è più cortesia e gentilezza dalla parte degli uomini verso il bel sesso; il lionismo proibisce ogni atto di urbanità; epperò ne’salotti di rado si vede a dì nostri un signore che vedendo una dama all’impiedi e stanca, non s’incomoda affatto a cederle la sua sedia o a procacciargliene una; anzi, col rivolgerle lunghi discorsi, pare ch’ei goda di vederla in disagio. Io stesso ho veduto una nobile dama curvarsi due volte a raccogliere un guanto caduto a’piedi di un uomo il quale, seduto a sdraio sopra un piccol sofà di raso bianco, mentre la dama gli stava dappresso all’impiedi, non mosse neanco il capo per secondare il movimento di lei.
L’esistenza leggiera de’nostri padri è stata surrogata da un viver solenne nella sua puerilità, e puerile nella sua solennità. Le idee hanno bandito le immagini, le passioni turbolenti han fiaccato i piaceri, l’avvenire ha ucciso il presente, ed il lusso ha fugata la comodità. Poveri noi, la noia ci perseguita, ci ammazza; e pur noi l’amiamo, ci attacchiamo al vuoto, idolatriamo il maghero e brutto positivismo!
Quei cari giuochi innocenti, quelle conversazioni in cui si gareggiava di spirito, quelle sciarade in azione, quegli scherzi a cuore aperto, quella molle maldicenza a fior di labbra, quelle risa innocenti, e tutte quelle altre belle cose che un tempo formavano la delizia dei salotti, sono finite, lasciandone il retaggio ammorbante delle lunghe e gonfie chiacchiere di filosofia tedesca, ovvero delle furiose polke-mazurke, degli eterni valser, dell’eterne suonate di pianoforte, dell’eternissime ciance di cavalli e di corse.
Lo scopo unico e solo delle moderne periodiche riunioni è il ballo, questo bel mostro co’serici guanti e co’torturanti scarpini. Non vi è richiamo di donne laddove non è un invito di ballo, e questo si è renduto o troppo serio o troppo sfrenato. L’inistancabilità delle gambe si tiene oggidì in quel pregio, in cui teneasi una volta la grazia e la leggiadria de’passi. La contradanza francese co’suoi mille intrecci e concertini è divenuta noiosa; la non si addice più che ai fanciulli; oggi non si balla che il valser tedesco o francese, la mazurka, la varsovienne e la polka, ovvero una scottish da far morire emottoico.
Gli stranieri credono che in Italia duri ancora quel bel tempo arcadico di poesia e d’amore, allorché noi contavamo le ore del giorno col novero de’nostri piaceri, ed eravamo poeti fino alla descrepitezza per l’incanto e per la ispirazione del nostro cielo. Si persuadano una volta codesti eterni cianciatori, che noi ci secchiamo insino alla morte, e che la maledetta imitazione degli usi e delle fogge oltramontane ha bandito l’amabilità e l’allegria delle riunioni.
L’aspetto de’salotti nulla offre oggidì che rallegri o distragga dalle noie e da’dispiaceri della vita interna. Il lion, creazione di un secolo esausto e macerato, tipo venutoci dalla malinconica Inghilterra, si presenta dappertutto grave e glaciale; la sua comparsa mette in fuga il piacere, dappoiché il piacere non è più alla moda. il giovine del 1855 è un essere consunto dal positivismo, intisichito dalla entry-fashion, ristucco su tutte le gioie della vita; egli detesta il divertimento a cuore aperto, non si cura più degli amori, e a lui potrebbe applicarsi quel verso di Byron:
I‘ll die as I have livid… alone. [1]
Il regno delle donne è finito; la magia dei loro vezzi è distrutta; il calcolo e l’avarizia regolano la maggior parte de’matrimoni che accadono. Poverette! È una pietà il vederle così poste in oblio, questa cara metà color rosa del genere umano, queste amabili compagne de’nostri giorni! Oh secolo passato, secolo de’ guardinfanti e delle fibbie, le vecchie ti sospirano, le giovani ti desiderano,… ma tu sei passato, e con te sono finiti i bei giorni delle serenate, de’concerti di amore, dei minuetti e della più fina galanteria.
Se volessimo un tantino analizzare le cagioni di questo deplorabile stato de’nostri salotti, dovremmo inoltrarci di molto in filosofiche investigazioni. Non però taceremo che una delle più forti e potenti devesi al ceto riconoscere nello spirito di scetticismo e d’errore che ha invaso la nostra letteratura. On est détrompè sans avoir joui, ha detto un profondo scrittor francese; e noi crediamo eziandio che colà soltanto regnino i veri e semplici divertimenti dove regna la calma interna delle famiglie, e la virtù che seco adduce la pace inalterabile del cuore.
FRANCESCO MASTRIANI
[1] Morirò come ho vissuto… solo.