EDITORIALE

    Biasimo del topico connubio lettere-miseria

   Comune e antica è la querela di povertà che muovono i letterati. Dal dì che piacque al gran poeta profferire il motto Povera e nuda vai filosofia, non vi è scrittorello o poetuzzo il quale non si creda in diritto di applicarsi la vecchia sentenza, senza por mente che quel verso è immediatamente seguito da un altro che lo distrugge interamente: Dice la turba al vil guadagno intesa. Or dunque, non è mica vero che la filosofia vada povera e nuda, ma bensì così credono e spacciano i volgari che hanno il denaro in cima a tutt’i loro pensieri. Egli è vero che non pochi eletti ingegni sono morti nella miseria, ma non comprendiamo il perché ciò debba indurre tanta maraviglia. In ogni tempo ed in ogni paese la sventura ha colpito in preferenza la virtù e l’ingegno, appunto perché tutto quaggiù vien compensato dalle grandi leggi provvidenziali. Il dono del genio è il supremo dono che Dio concede all’uomo, così che a pochi eletti Dio l’accorda; come eziandio rara è la più pura in mezzo agli uomini. Or, se il genio e la incontaminata virtù sono doni così rari e inapprezzabili, che maraviglia se vanno spogli di tutti quagli altri beni materiali, retaggio più comune delle menti mezzane e più spesso del vizio? Avrebbe il mondo un Omero, un Dante, un Tasso, un Camoens, un Shakespeare, un Pitagora, se costoro avessero nuotato ne’beni e negli agi della vita? Non è forse la sventura lo scatto più possente del genio? D’altra parte, gl’infelici e i poveri sono in sì gran numero in mezzo alla società che tra questi può ben accadere che vi sieno uomini dotati di grande ingegno.

   Ma tra quattro o cinque grandi uomini morti nella miseria, noi potremmo noverarne migliaia innalzati a posti eminenti e vivuti tra le dovizie e gli splendori. Diremmo quasi che quei quattro o cinque formano eccezioni esigue. La storia va superba di citare possenti Monarchi, la cui precipua cura fu di scernere e premiare l’ingegno e la virtù. Un raggio dello splendor de’troni riverberava sull’umile artista, sul modesto filosofo, sul solitario pensatore, e li traeva dalla oscurità del loro stato per porli in una sfera dove fosse stato loro concesso di meglio mostrare al mondo le loro virtù.

   La proterva ignoranza e la mezzanità hanno levato i loro lamenti di povertà: si sono scagliate furibonde contro l’intera società, accusandola di sconoscere il merito ed anche di perseguitarlo; hanno scritto elegie sopra elegie per piangere sulla cecità e sulla ingratitudine degli uomini, i quali non le hanno saputo tenere in quella estimazione che credeano meritarsi, epperò non han gittato a piene mani sovr’esse l’oro e le dovizie. Il mondo letterario è ogni giorno ammorbato dalle lagnanze poetiche e prosaiche di questi calabroni, che si dicono genî incompresi, che piangono a calde lagrime sulle miserie loro, che si porgono quali vittime della ingratitudine delle loro terre native, e finiscono coll’esclamare con Scipione: Ingrata patria, non avrai le mie ossa! come se questa minaccia dovesse far dimagrire la patria per dolore!

   Le eterne querele di costoro hanno accreditato l’opinione e la diceria della povertà de’letterati e massime de’poeti. Ma ha forse il paese il dovere di dare uno stato opime e dovizioso  a chiunque gli regala quattordici versi endecasillabi tirati giù Dio sa come? La società non compensa che coloro i quali le danno utilità o diletto: ora, che utilità o diletto porgono i cattivi poeti o i mediocri, che val lo stesso?

                                                                                                  FRANCESCO MASTRIANI