Sulla scelta della professione
Ripigliando il subbietto del nostro articolo del numero precedente, diremo che pressoché in tutt’i tempi l’ignoranza e la mediocrità han levato alti lamenti perché poco favorite dalla società e poco felici nel conseguimento delle bramate ricchezze ed onori. Queste lagnanze hanno sempre accagionato alla magrezza de’tempi ciò che è appunto effetto dell’insufficienza e trascuratezza nel perfezionamento del proprio mestiere. Se si domanda a qualcuno di questi tali che poco o niente buscano nel mestiere che esercitano, non mancherà di dirvi che il difetto di clienti o di avventori dipende da‘tempi che corrono. Sieno quali si vogliono le condizioni di pace, di riposo e di prosperità che gode un paese, questi cotali vi trovano sempre qualche potente cagione che allontani ogni pubblica e privata faccenda, che ristagna i negozi, che paralizza il traffico e il commercio. Tito Vespasiano non potea darsi pace che ci fosse un solo uomo ne’suoi vasti dominî il quale si avesse a dolere de’tempi; ma quel grande sì clemente Imperatore non poteva impedire che l’ignoranza o la mediocrità attribuissero a vaghe ragioni ciò che è conseguenza di loro stesse.
E donde avviene che nelle professioni, nelle arti belle o meccaniche predomina il numero de’mediocri? Crediamo non apporci male asserendo che una delle precipue cagioni di questa eccedenza di mezzanità sia riposta nella cattiva scelta che dai molti si fa della professione o mestiere che debbono esercitare. Sovente il caso, e più sovente ancora, la speranza d’un vistoso guadagno, o le insinuazioni d’un parente o di un amico inducono a prescegliere una professione piuttosto che un’altra, questo mestiero anzi che quello. Utile costumanza ci sembra quella degli antichi Egiziani, i quali avevano spartito e assegnate le arti a diverse famiglie, inibendo all’una di esercitar quella di un’altra. l’esercizio d’un’arte si trasmetteva di generazione in generazione, cosicché veniva gradatamente perfezionandosi a seconda dell’anzianità delle famiglie. Il figliuolo ricevea da suo padre quell’istruzione analoga al mestiere che quegli doveva esercitare.
Siffatta costumanza, o legge che vogliasi chiamare, aveva inoltre il gran vantaggio di precludere il campo delle basse ambizioni, tanto nocive ai veri interessi d’una società. Imperocchè ciascuno, accomodandosi fin dall’infanzia alla paterna condizione, non impazzava dietro chimeriche speranze, e non ambiva posti ed impieghi disadatti alla sua capacità.
Oggidì una tal costumanza non potrebbe, sotto tutt’i riguardi, aver più rigore. Ma non si saprebbe raccomandare abbastanza l’ottima scelta della professione, scandagliando in certo modo i propri mezzi e la propria attitudine. Appo i Greci e i Romani, siccome appo noi, libera era questa elezione, e ciò per lo appunto costituisce il vantaggio di ben ponderare le esigenze e le difficoltà d’una carriera, innanzi di porvisi. Non sarà inopportuno il ricordare ciò che su tal proposito scriveva Cicerone ne’ suoi Uffici:
«Ma la prima cosa si debbe considerare chi e di che qualità noi vogliamo essere, e di che vita: la quale deliberazione, per difficoltà, tutte le altre passa…
«In quelle cose adunque spezialmente noi ci affideremo, alle quali noi saremo altissimi. Ma se alcuna volta la necessità ci sospignesse a quelle cose, che non fussino dello ingegno nostro, porremo ogni cura e pensiero e diligenza, che quelle, se noi non le possiamo fare con amore, almeno noi le facciamo senza disonore. [1]
FRANCESCO MASTRIANI
[1] Volgarizzamento degli uffici di M. Tullio Cicerone, testo inedito del buon secolo della lingua, recato a miglior lezione da Michele dello Russo 1851.