EDITORIALE

    Sulla satira.

   È stata quasi sempre una delle più biasimevoli propensioni degli scrittori l’abbandonarsi alla virulenza dei propri giudizî ed alla satira de’costumi del tempo, senz’altro scopo talvolta che quello di denigrare e maledire. Questo malvezzo è principalmente da rimproverarsi a’poeti di falsa scuola, i quali sembrano non poter essere diversamente ispirati che dalla maldicenza. È indubitato che i costumi non diventan migliori e non si spogliano di certe cattiverie se non vengono altamente additati alla pubblica correzione; e la stampa ha, tra le altre, questa importante missione: ma qual differenza tra i sobri e pagati ragionamenti degli scrittori illuminati e saggi, e le diatribe furiose di uomini senz’alcun genio, e che si scagliano con tutta l’impetuosità de’loro temperamenti contro la società in generale, e la dicono corruttrice, ipocrita e peggio, e fan voti al cielo che si ritorni indietro almeno di un mille anni per potersi aggiustare alquanto la sdrucita barca della civiltà, com’essi la chiamano.

   Noi vorremmo dimandare a costoro con tutte le loro strida il mondo ha lasciata la sua via e si è fermato nel suo cammino spaventato da’loro ruggiti. Niente affatto: il mondo è sempre lo stesso, considerato sotto il rapporto delle umane passioni; e la civiltà, che è la più pura espressione del morale progredimento, seguita la sua via di ascensione senza neppur sapere che vi sieno de’matti i quali fanno l’estremo di lor possa per arrestarla. Una pruova di questa doppia inalterabile natura delle umane cose puossi avere nel considerare che le pagine di Terenzio, di Plauto, di Giovenale sembrano la più parte scritte a tempi nostri e pe’nostri tempi; vale a dire che quei vizî, que’difetti e que’mali contro cui questi autori si scagliavano, sono presso a poco gli stessi di che oggi potrebbesi menar lamento. D’altra parte, si consideri, che vasto e incredibil cammino ha fatto la civiltà da que’tempi a’nostri! Leggendo quegli autori, non rare volte ti sembra che eglino sien nostri contemporanei e che si piacciano di addentar i nostri costumi; tanto è ciò vero, che frequentissime sono le citazioni che facciamo de’loro versi ed ogni emergenza in cui avviene di emendare o mordere qualche malo abito o sconcia usanza o ridicola passione. L’arguto e profondo scrittore dell’Osservatore, il Gozzi, diceva con moltissimo fondo di verità:

   «Quando si entra nel cuore degli uomini, le usanze sono sempre quelle antiche: e da tutte quelle migliaja d’anni in quà che il mondi nacque, la stirpe nostra è stata sempre quella medesima, e quelle stesse sono sempre state le fantasie, i desiderii, gli abborrimenti e i piaceri».

   Egli è certo che la società sarà sempre intarlata da que’vizî che soni figli  delle passioni e propensioni umane. L’arte e la missione delle nobili intelligenze e de’cuori filantropi non debbano in altro consistere che nel cavare il maggiore de’beni dal seno stesso del male, cioè a dire, raddrizzare i costumi per via delle passioni; ed in questa via si sono messi una schiera di elevati ingegni con piena riuscita. Il maledire i tempi e il piangere su i mali della società è cosa da gufi e da barbagianni; ed il mondo suol fuggire da questi perenni lamentatori di chimeriche disgrazie. Peggio, mille volte peggio, quando, non contenti di farla da piagnoni e da rimbrottatori de’loro simili, vengono a farli lunghe e nojose elegie sulle miserie di casa loro e sul torto che si ha la società di disconoscerli e non premiarli per averne detto il maggior male che si può.

                     FRANCESCO MASTRIANI