Sul desiderio di gloria artistica
Il desiderio di lasciare un ricordo di sé dopo la morte è naturale all’uomo. Coloro che non lasciano eredità di affetti vogliono che rimanga di loro una memoria onorata per modeste virtù: il pensiero d’oltre la tomba è quello che aduna gran copia di proseliti nel tempio delle arti, e che accende la fiamma del genio. L’uomo rifugge per istinto dall’idea della distruzione del suo nome: egli si prepara novella vita ne’suoi nipoti; si compiace nella illusione del futuro, siccome vive nelle immagini del passato. Presaga de’suoi immortali destini, l’anima si trova, per così dire, inceppata nelle condizioni di tempo e di luogo alle quali è condannata nel suo breve soggiorno in su la terra, e mercè le sue vive aspirazioni, essa vuol procacciarsi un simulacro di vita eziandio quando il corpo ritornerà alla creta. L’anima immortale vorrebbe lasciare un’orma della sua immortalità benanche nel luogo del suo esilio: laonde il genio impallidisce sulle opere delle arti, l’ingegno suda sulle carte ordinate a raccogliere i segreti dell’umana sapienza, l’uomo politico si affatica pel bene dello stato, il militare espone la sua vita, il navigante abbandona la sua cara famiglia; e tutti hanno un desiderio, una speranza: vincere le tenebre e il silenzio della tomba; lasciare un nome, un affetto, un rammarico. Le tombe, i mausolei, le pietre sepolcrali portano, ciascuna, un nome raccomandato alla memoria dei posteri; e la Religione Cristiana, che ha sì ben compreso e secondate le aspirazioni dell’anima, istituiva un giorno sacro alla commemorazione degli estinti, nel quale si rinnovassero in qualche modo e si ravvivassero antichi affetti di famiglia, ed il figliuolo e l’orfanello potessero
Con lagrime educar rose leggiadre
Sopra una fossa , e dir: Qui dorme il padre![1]
Questo nobile istinto della immortalità era appunto quello che dava un suggello di stabilità e di durata alle opere de’nostri antenati. Tutto ciò che essi faceano era destinato a valicare il tempo; e financo negli addobbi e nelle suppellettili della casa eglino si studiavano di lasciare un testimone secolare delle loro costumanze, de’loro usi, delle loro assuefazioni. Oggidì, pel contrario, sembra che gli uomini si sieno adoperati non solamente a cancellare con un tratto di penna il passato con tutta l’infinita eredità di sapienza che esso ci ha legata, ma eziandio pare che abbiano sdegnato l’avvenire, raggruppandosi intorno ad un gramo e sterile presente. Crediamo non andare errati asserendo che uno de’caratteri più evidenti delle opere de’nostri tempi è la poca solidità. Quasi che gli uomini della presente generazione sdegnassero di vivere lungo tempo e non curassero di tramandare la loro memoria a’posteri, tutto si fa per un giorno, e quasi tutto col gretto spirito di speculazione e di guadagno. Le lettere, al pari di ogni altra cosa, sacrificano o al vitello d’oro, o alla volubil dea della moda; epperò i parti letterarî e artistici, compensati abbastanza da materiali guiderdoni, passano come le fogge di vestire: vigorosi intelletti si impiccioliscono a bello studio per secondare quella scuola, quelle maniere che più fan rumore: tutto si sacrifica al plauso momentaneo. Un buon commediografo scrive in commandita per far più presto, per dare al teatro maggior numero di produzioni per trarre quanto più di lucro: egli si contenta di associare e confondere il proprio ingegno con altro di gran lunga forse inferiore; si contenta di dividere con altri il buon successo e la gloria, purché una opime mercede riempia i suoi scrigni. Altri non si cura di sciupare l’ingegno in fogli volanti, in effemeridi leggiere e futili, perché non ha la pazienza de’lavori di lunga lena, e perché non gli soddisfa una ricompensa raccolta dopo qualche anno di studi o di meditazioni. Gli è però che il domani d’un gran successo letterario o artistico la critica s’impossessa dell’opera che ha ottenuto la sera antecedente uno splendido trionfo, e analizzandola trova che essa ha vivuto abbastanza quando ha vivuto un anno! Gli artisti e i letterati non mirano cha a lusingare il genio de’tempi, ritrarre le passioni dell’epoca e non mica a dipingere l’uomo di tutt’i tempi e di tutt’i luoghi: più non si abbracciano grandi opere, più non si spende una metà della vita sovra una tela o un volume: il genio stesso è indocile e impaziente, e vorrebbe giungere al tempio della Fama sovra un carro dorato, e senza darsi troppa fatica, senza alterare minimamente la mollezza del viver beato. Se un tale spirito di avidità di guadagno continua a predominare tra i cultori delle scienze, delle lettere e delle arti, quali nomi porremo noi accanto a quelli del passato secolo?
FRANCESCO MASTRIANI
[1] Saverio Costantino Amato