EGLI STESSO

I.

   …E Carolina, rattorcendo i dorati ricci dei suoi capelli, faceasi passare sulle labbra tumidette un infuocato sospiro, il quale, spianandosi sul cristallo dello specchio, annuvolava quel caro visino di diciotto anni.

   Suonava già l’avemmaria, e Francesco non veniva!… La bella traeva alla soglia della finestra; poi, a dispetto dell’aria umida e fredda, correva alla terrazza; poi, un’altra volta alla finestra, per vedere se colui sbucasse da qualche parte; ma sempre invano; ed ella tomava sdegnosetta allo specchio, e le veniva voglia di finirla col suo amante e per sempre, di scegliersi un amatore più disoccupato; poi la stizza le montava alla gola; gli occhi le si gonfiavano, ed avrebbe maledetto non so che cosa, se finalmente un picchio alla porta non avesse echeggiato nel suo cuore, e non avesse calmato quell’ira da cui fortemente ella era agitata.

   Francesco era chiuso, secondo il solito, in un largo mantello di cui il bavero gli covriva una metà del volto. Il freddo era sensibilissimo, e poi, considerate che egli veniva dalla Chaussee d’Antin!!

   Egli entrò nella camera della fanciulla, e si accingeva a farle il più gentil saluto, quando un agghiacciato buona sera, che la bella pronunziò senza volgergli neppure uno sguardo, gelò al nostro amante le parole in gola, sicché questi resto pietrificato. Carolina componeasi in sulla persona lo sciallo ed il cappello, e guardava con la coda dell’occhio la figura trista e immota del suo Francesco; ne fu mossa a pieta, e, per incuorarlo a parlarle, incominciò a far la pantomima col suo specchio, il quale, come intendete, rappresentava in questa scena una parte luminosissima. Ed era uno scaltro sorridere, che svaporava in un sospiro, qualche obliquo sguardo, un gettarsi sugli omeri lo sciallo, una lieve tosse a chiuse labbra, un sospiretto soffocato; insomma tutta quella lunga categoria di cose, che si chiamano provocamenti a parlare. Francesco non era un baggiano; intese bene il senso di quel tacito dialogo con lo specchio, e le si  accostò. La sua destra, per non dondolarsi oziosamente, sparì nella ricca e nera cappellatura; il suo volto bruno si tinse leggermente a rosa, e:

   «Esci tu, Carolina?», le disse.

   «Oh la bella dimanda! − rispose costei − non avete dunque letto gli annunzi teatrali? Non sapete che questa sera Talma è sulle scene?…».

   Un sorriso balenò sulle labbra di Francesco, ma non fu veduto, poiché le sue labbra erano ombreggiate dall’alto bavero.

   «Talma, sì, è vero!… Ah, capsico; lui fortunato! Questa sera egli solo occuperà i tuoi pensieri, Carolina… i tuoi sguardi si fisseranno con amore su lui!!».

   E la fanciulla si fe’ rossa rossa.

II.

   Carolina si era svestita, ma non coricata; quella notte il sonno le fuggiva dagli occhi; il suo volto, ordinariamente bello di rigogliosa salute, era pallido, come la luce che diffondeva intorno alla camera il globo d’alabastro posato sul tavolino, al quale appoggiavasi il gomito della pensierosa giovinetta.

   A che pensava la fanciulla? Oh, oh! A che pensava! S’intende bene ch’ella pensava al suo Francesco. Niente! Questo pensiero non le sfiorava neppure i capelli. Francesco era una botta di riserva per la ragazza, era un amante, cui dovevasi per necessità torre a marito; ma Carolina amava, ed amava veramente; il suo cuore si bruciava d’immenso affetto; una febbre cominciava a riscaldarle i polsi; ma niuna speranza concepiva la miserella, perocchè il suo amato era niente meno che Talma in persona, Talma il grande attore, il tragico per eccellenza, il maestro dell’arte, il favorito dell’imperatore Napoleone.

   E quella sera il fuoco le si era più alimentato nel seno; poiché per la prima volta le sorrideva una lontana Speranza. Talma l’avea guardata! Gli occhi di lui si erano fissati per qualche tempo sovra i suoi! La sue voce che, al dire della signora di Stael, possedeva «non so che incanto che fin da’ primi accenti destava tutta la simpatia del cuore», quella voce era divenuta più rauca, più tenera, e nel salutare il popolo che lo colmava d’applausi, Talma le avea fatto un inchino così gentile, così grazioso!… Il capo girava alla fanciulla; una piena di fervidissimi sospiri rompeva dal cuore innamorato, ed una stilla di pianto luccicava nelle sue leggiadre pupille, Ed ella si abbandonò con delizie a mille pensieri, a mille rosee immagini; e poscia, figurandosi di vederlo e di parlargli, proferiva con passionato accento a queste parole «Io t’amo, io t’amo, o divino Talma, io ti…».

   E qui uno scoppio di risa si ascolta nella camera. Carolina alzò gli occhi, la mano che reggeva la fronte cadde sul favolino, ella mise un grido e si covrì i volto con ambo le mani.

   Avvolto nel suo mantello, col cappello abbassato in sulle ciglia, all’altra sponda del tavolino, ritto ed immobile Francesco la contemplava

   «Ebbene – disse questi − ripeti, amor mio, ripeti quelle soavissime parole; il tuo amante le ascolta».

   «Perdona, Francesco, perdona…».

   «Perdonarti! Ma che! Scaccia ogni tema, ed apri il cuore alla gioia.. Guarda; io sono FRANCESCO TALMA».

   E gittato a mantello, le si mostrava cogli stessi abiti, ond’era  apparso quella sera sul proscenio.

III.

 Un mese dopo, Carolina era la più bella dama d’onore della imperatrice Giuseppina.

                                                                                                           FRANCESCO MASTRIANI