Suonavano le 24 ore d’Italia. ELLA stava affacciata alla finestra, ed EGLI stava al canton del vicoletto, benché non potesse più reggersi impiedi per un callo feroce al dito mignolo del piede dritto. Erano già due ore che stava colà immobile con un dolore alla nuca del collo cagionatogli dallo stare sempre col capo in alto, perché ella abitava al quinto piano. Egli, sebbene pochissimo esperto nel telegrafo d’amore, talvolta portava la mano destra alla fronte, senza saper perché; talvolta spingeva l’indice verso di lei, e poi lo rivolgeva a sé portandolo al cuore (gesto che vuol dire queste parole prosaiche: «mi vuoi bene?»). Ella gestiva sempre con una rapidità, con una eloquenza, come una mima del reali teatri in una scena drammatica d’un ballo di Taglioni. Tra le ombre della sera cadente, dall’alto di quella finestra, la fanciulla appariva come una vergine del medio evo sognata da un trovatore morto di fame. Non saprei dirvi se era bella o brutta, perché il volto non ben si vedeva a quell’ora; ma certo doveva essere un’angioletta, una silfide, una creatura poetica, romantica; insomma qualche cosa di assai fino per essersi attirato gli sguardi e l’amore di un giovine di fresco venuto a Napoli. Costui, dopo quelle due ore di rapimento e di storzicollo, si congedò dalla sua bella; e, quando fu per voltare il vicolo, unì le cinque dita alla bocca, ed invio a lei un tal saluto: quest’atto volgare e anti romanzesco fu corrisposto con un altro che si perdette nelle tenebre.
Federico (così si chiamava Egli) poi che ebbe dato solenne parola di sposare Bettina (così si chiamava Ella), ebbe il permesso dalla mamma di salire in casa, verso 21 ora, ed andarsene immancabilmente dopo mezz’ora. Egli dovea star seduto sempre una canna in distanza da lei, e non potea mai volgere una sola parola a Bettina, senza chiederne prima licenza alla madre. Curioso era lo assistere alla conversazione di questi tre personaggi. Federico era un bel giovine di provincia molto ricco, ma semplice assai, e non avea ancora fatto all’amore; Bettina vestiva per lo più con un lusso sorprendente e con uno sfoggio che davano motto risalto alla sua persona alta e ben fatta, non meno che al suo visino vivace ed allegro; ella parlava bene, con dignità, con grazia, e parlava sempre al giovine, il quale, innanzi di rispondere alle costei domande, interrogava con lo sguardo mammà, la quale era una donna bassa e tarchiata, che vestiva parimente con certi guardinfanti, con certe acconciature veramente originali. Sovente Federico, entrando nel salotto di compagnia di queste dame, mordeasi le labbra per non ridere, in ispezialità quando portava gli occhi sulla persona della rispettabile genitrice, la quale facea la vista più curiosa e ridicola del mondo.
Non si tosto l’orologio segnava 21 ora e mezzo, la mammà si alzava, e diceva seriamente al giovine fidanzato:
«Signor Federico, l’ora è suonata».
Federico si levava, siccome facea la fanciulla; baciava la mano della signora; e, col permesso di costei, diceva due parolette alla figliuola, la quale sorridea sempre, mostrando due file di denti d’avorio, e vibrando certi sguardi che faceano andare in cielo il cervello ed i1 cuore del giovine. Federico non sapea veramente quale fosse la nascita e la condizione di questa famiglia; molte volte avea cercato di scavar nel torbido qualche indizio sugli antenati di Bettina e sulla costei fortuna, ma infruttuosi eran sempre tornati i suoi tentativi. D’altra parte, il linguaggio ben composto, le belle maniere, il lusso degli abiti ed in parte ancora delle suppellettili, rendean certo il fidanzato che la fanciulla così ben educata non avesse dovuto nascere da ignobil casa o da parenti oscuri. Egli amava questa ragazza; ed in questo amore egli ponea semplicità, disinteresse ed onore. Qualora non disdicevole fosse stata la condizione della famiglia di lei, ed ella avesse avuto un poco di fortuna, egli non avrebbe posto tempo in mezzo ad impalmarla. Bettina pur anche amava Federico, o almeno facea mostra di amarlo, perché il giovine, oltre della invidiabile commendatizia d’esser ricco, non era di forme spiacevoli, che anzi bello era il suo volto, quantunque assai nudrito e senza verun’aria sentimentale.
Un giorno Federico, uscito della casa della sua bella di pessimo umore, perché non sapea trovar la ragione per cui quelle dame il licenziavano così presto e non permettevano che egli fosse mai da loro di sera, era andato a passeggiare al Molo. Ognuno sa quante distrazioni trovansi in questo luogo: saltimbanchi, burattini, cantastorie, teatri, marina, rinfreschi, etc. etc. Federico si fermò a guardare quei grandissimi quadri scenici che stanno innanzi a que’teatrini: si rappresentava al teatro Sebeto una cosa da far morire i vivi e da far rinascere i morti per la maraviglia, uno spettacolo tremendo, in cui entravano il boia, i becchini, quattrocento assassini e trecento spiriti, con Pulcinella scudiere di Enea nel cavallo Troiano, e trasformato a vista in un asino; Federico si accostò, quasi senza volerlo, al botteghino de’biglietti e fece un polizzino di platea. Il primo spettacolo del giorno allora cominciava.
Alzarsi la tenda e sentirsi in platea un tremendo interposto, fu un sol punto. Nel tempo stesso si vide un giovine uscir fuora pallido come un pazzo.
Federico avea visto sul proscenio Bettina e la mamma, la quale pel consueto rappresentava in teatro le stesse parti che rappresentava in società, quelle di madre nobile!
FRANCESCO MASTRIANI