FILOMENA

ovvero

Un episodio del tremuoto del 1857

 

Allora la terra fu scossa

e tremò, e i fondamenti dei

monti furono smossi e scrollati,

perciocché egli era acceso nell’ira.

SALMO XVIII, v. 7.

   L’oriuolo del palazzo Comunale sonava le nove ore e mezzo di sera.

   L’aere era mite e purissimo. Giammai più splendida sera non aveva allietato i campi di Montemurro. Mille e mille stelle parevano straordinariamente affollarsi per le antiche arcate del firmamento, e rifulgere di luce più pura, più viva e novella. Neppure un nastro di nugoletta velava quel cielo immoto e solenne come l’eterna legge di Dio. E quella calma profonda era pur sulla terra, dove, pe’deserti oliveti, nelle opache valli, su per le schiene e sul ciglione de’monti, tra le vie dove stanno gli abituri de’cittadini e de’villici, non si udia voce d’uomo e d’ animale, non rifiatava spiro di vento, non si moveva fronda d’ arbusto. Parea che la natura, compresa da vaga trepidanza, quasi che presaga di vicina sciagura, avesse intermesso di respirare, siccome pur suole avvenire a chi di prossimo e incerto male è pauroso. Tranne che di tempo in tempo, come sussulto convulsivo, udivi un belato di pecora sulla gobba di un terreno, o un cantar di gallo dal pollaio di un casolare, o un sordo ringhio di cane, come quando un notturno nemico ei fiuta.

   Benché l’aere fosse lucidissimo da contarsi gli astri più impercettibili, pur su alcuni punti della campagna levato s’era un nebbione caldo e sinistro, sotto il quale un orecchio ben teso avrebbe udito un muggir cupo e sotterraneo, che vie più sensibile faceasi a misura che l’ora s’inoltrava.

   A quell’ora un giovane d’aspetto onesto e gentile, vestito con assai più lindura che l’ora tarda, la solinga strada e la condizion del paese non comportassero, muoveva per un viottolo angusto; e, come fu venuto di contro ad un palagetto di fresco ricostruito, levava gli occhi su un’alta finestra, donde venne fuori un braccio di donna, che tenea chiuso nella mano un bianco moccichino… A quel segnale il giovane sparì nel buio d’una scala; e poco appresso si trovò a cospetto di leggiadrissima donnina in una stanza a terreno, le pareti erano solamente imbiancate. Quella stanza non era rischiarata che dalla fioca luce d’un nicchietto acceso  innanzi ad una sacra immagine.

   Scolorato era alquanto il grazioso visetto della fanciulla, ombreggiato da una selva di neri capelli, i quali erano in parte imprigionati da fazzolettino di seta, a tenore dell’antica lucana foggia. Due occhi nerissimi come la colpa scintillavano sotto due archi di sopracciglia di mirabile disegno.

   «Oh, Filomena!», sclamò il giovine, non sì tosto si vide innanzi la donna del suo cuore.

   «Luigi!» sclamò ella.

   E questi due nomi, queste due esclamazioni compendiavano una storia di sofferenze, di privazioni; una storia d’amore sventurato.

   «È la prima volta che mi è dato di vederti, e parlarti da solo a sola!».

   Entrambi si sedettero l’uno a fianco dell’altra sovra una scranna di legno.

   «Io tremo tutta, Luigi! Se i miei genitori sapessero che io son qui discesa! Essi mi credono già a letto ed addormentata».  

   «Barbari ed avari! Si ostinano ancora a negarmiti, perché non son ricco al par di te! Ma io non voglio le loro ricchezze; io non bramo che te, te sola, mia Filomena, mio tesoro, angiol mio».

   «Che mala ventura è la mia d’esser nata ricca!» dicea la giovanetta abbassando le lunghe ciglia su quelle virginee gote, che or si andavano animando d’un lieve incarnato.

   «Hanno dunque assolutamente deciso di darti in moglie a Federico, che non ha altro merito tranne quello di aver cento piastre di rendita al mese!».

   «Oh! Mille volte la morte…».

   Qui un sordo gorgoglio come di acqua bollente passò rapido sotto i loro piedi: e un cupissimo rimbombo nelle visceri della terra colpì i loro orecchi.

   I due amanti si guardarono; la frase rimase monca sul labbro della giovanetta.

   «È  singolare! − ella disse − Fin da stasera ho nell’orecchio un muggir di montagna. E testé quando ho aperta la mia finestra  uno sbuffo d’aria calda m’ha infuocata la faccia».

 «Gli è vero, mia carina, anch’io ho sul cuore un’oppressione; il mercoledì per me e una giornata nefasta. Ma questi momenti che mi trovo con te mi riempiono l’anima d’una felicità inesprimibile».

   E la sua mano s’impadronì di quella della giovanetta.

   «Com’è fredda la tua mano, Filomena! E perché tremi così?».

   «Non so: ho paura».

   «Di che?».

   «Non so».

   «Dormono entrambi i tuoi genitori?».

   «Sì, entrambi. O mio Dio! Quanto mi pento di averli ingannati! io mi sono messa a lotto conforme il consueto… Eglino mi han data la loro benedizione. La mamma mia, non so perché, questa sera mi ha baciata con maggiore tenerezza… Quanto mi ama la mia buona mamma! Tutto io spero dal suo amore. Mio padre si piegherà alle preci mie e di mia madre…».

   «Indarno ti lusinghi, Filomena; tuo padre sarà inflessibile… Ma pensa che se tu acconsenti a sposare Federico, io mi abbrucio le cervella».

   «Oh Dio!».

   «Filomena, giurami innanzi a questa Immagine che tu non sarai d’altri: giuralo».

   La giovanetta strinse al petto le mani in forma di croce, e con voce solenne disse:

   «Lo giuro».

   Questa parola era appena proferita che un rumore si udì come di lontano scoppio di cannone: la terra balzò, come per un sussulto convulsivo.

   I due amanti misero un grido acutissimo, e si gittarono nelle braccia l’uno dell’altra.

   «Tremuoto!… La mamma… La mamma», esclamava la giovanetta.

   E correr voleva; ma il giovine le fece dolce violenza.

   «Oh Vergine Santa, abbi pietà di noi!…».

   Di bel nuovo muggirono gli abissi della terra, ed in un baleno…

Montemurro fu adeguato al suolo, seppellendo nelle sue ruine quasi tutta la popolazione…

   Dopo trentasei ore fu scavata l’abitazione de’ Signori…

   Oh somma ventura! I due amanti furono trovati ancora vivi ed abbracciati, le ruine avevano formato intorno a loro una nicchia che rispettò i loro corpi.

   Da quel dì la giovanetta, orfana di ambo i genitori, più non pronunzia che una sola frase:

   «Lo giuro!…

   Ella è folle!…

                                                 FRANCESCO MASTRIANI