FISIOLOGIA DELL’INNAMORATO

L‘amore fa passare il tempo: il tempo fa passare l‘amore

I.

INTRODUZIONE

Il mio eroe

   Nel dar cominciamento al suo poema Don Giovanni, lord Byron esclama: I want a hero! Ho bisogno di un eroe! Ma io, grazie al cielo, l’ho bello e trovato, il mio eroe, e non debbo fare che stendere la mano per sentirmelo palpitare sotto le dita. Il mio eroe è dappertutto; non manca in nessun paese del mondo, e direi quasi in nessuna casa. Metteteci un poco di buona volontà, e il troverete, scommetto, eziandio nel vostro domicilio, e forse non avrete che a ripiegarvi su voi medesimo, come dice il Leopardi, per riconoscere in voi l’eroe del poema ch’io canterò, così alla buona, senza invocare nessuna di quelle nove zitellone che si domandano muse che sono uscite di moda, come tutte le donne, quando varcano i confini dei trent’anni.

   Dunque il mio eroe è Tizio, Sempronio e Caio (scusate la volgarità antipoetica di questi nomi): il mio eroe è vostro cugino, vostro fratello, il vostro amico, il vostro compagno di ufficio, siete voi, sono io, siamo tutti. Chi non è stato, non è o non sarà innamorato? Il mio Eroe (non ci è che fare) è della specie più comune; egli è un uomo come tutti gli uomini, del cervello in fuora, il quale ha una special conformazione, siccome diremo in altro capitolo di questa opera importantissima. Il mio eroe cammina su due piedi, al pari di tutt’i figliuoli di Adamo, tranne poche eccezioni; mangia regolarmente due o tre volte al giorno, a differenza degli altri eroi protagonisti di romanzi e di poemi, i quali non mangiano mai; se ne eccettui pertanto quei valorosi numi di Omero che stavano continuamente a tavola, e si ubriacavano di nettare e di ambrosia, bevande non soggette a malattie.

   Il mio eroe è un essere proteiforme che si presenta al rispettabile pubblico sotto varii aspetti e in diverse gradazioni di luce e di colori. Noi lo seguiteremo in ogni sua trasformazione, ed il sottoporremo al crogiuolo dell’analisi chimico-fisiologica: il renderemo diafano per maggiore comodità degli osservatori. Seguendo la moda, applicheremo sul suo petto, come fanno oggidì tutti i medici allopatici ed omeopatici, l’orecchio sinistro; quasi che la malattia si compiacesse di svelare i suoi segreti all’ orecchio del medico; daremo una trentina di colpi su tutta la regione epigastrica e cardiaca, quasi che il medico battesse alla porta dell’infermità per avvisarlo ch’egli è venuto; e da ultimo, collocheremo sul cuore del nostro Eroe quel tale istrumento chiamato Stetoscopio, e che serve a contare i battiti, a misurarli e a scandagliarli.

   Ed a questo proposito, non possiamo astenerci dal fare le nostre profonde riflessioni su i passi grandissimi che la medicina ha fatto ai nostri tempi. Quei parrucconi di medici del secolo passato, per poter capire qualche cosa dei disordini operati nella macchina umana, si contentavano di tastare il polso e di osservare la lingua: gli eleganti facoltativi del secolo del pacciuli hanno trovato il modo di guardare propriamente nel bel mezzo del corpo e nei profondi suoi visceri, né più né meno che se guardassero in un libro aperto.

   O povera umana genia, se si troverà un istrumento da leggere comodamente i nostri cuori!!

II.

Definizione

   Che cosa è un innamorato? È più facile definire qual è l’ essenza e la causa del flusso e riflusso del mare; ovvero che cosa è quella tale corrente magnetica, di cui oggi parlano pure i ciabattini.

   Che cosa è un innamorato? Dimandatelo al dizionario italiano del Cardinali, e vi risponderà: Un uomo preso d‘amore. Ma questa definizione è monca, erronea, falsa: monca, perché non dà nessuna idea del soggetto che definisce; erronea, perché il più delle volte l’innamorato non è propriamente quello che dicesi un uomo; falsa, perché spesso, anzi quasi sempre, l’innamorato non è preso d’amore.

   L’innamorato è un essere sui generis: appartiene al regno de’ mammiferi, secondo Buffon; i suoi caratteri speciali sono i seguenti: Color pallido sentimentale, languidezza nelle membra, sguardo linceo, scorza ben liscia e allustrata, gambe lunghe e inistancabili, piccoli baffi stirati col cannello a cerotto, poche parole in compagnia degli altri, loquacità senza fine in conversazione coll’oggetto dei suoi desiderii, mobilità estrema di nervi, incostanza d’umori e di gusti, distrazione perenne, impertinente, abbandono di affari, amore della solitudine.

   Questi caratteri generali soffrono pertanto alcune variazioni a seconda della diversità degl’individui: ma si ritrovano più o meno in tutti. Noi andremo a mano a mano esaminando e svolgendo questi tipi diversi e promettiamo di porre la maggiore accuratezza in queste nostre fisiologiche ricchezze (continua). Pubblicato il su La Domenica il 4 agosto 1867.

III.

Come si diventa innamorato

   Un’anima maschile può ritrovare in mille guisa l’anima femminile che dovrà spargere di rose il sentiero della sua vita. Diremo le principali occasioni in cui tale felice incontro può aver luogo.

  1° In una festa da ballo – In questo caso l’anima col frac, presentata per la prima volta in un festino, vede seduto su un sofà un amore di donna in veste bianca o rosea o azzurra con un grosso mazzocchio di dietro il capo e col ventaglietto in mano: rimane abbagliata da questa bellezza; si adatta all’occhio destro il piccolo cristallo ovale sostenuto dal nastro nero comprato da Arena; e guarda… guarda, e ammira certe cose ammirabili, che fanno girare il capo a quella povera anima. Intanto, ella si accorge delle occhiate di lui, ed ecco… arrossisce (officialmente); abbassa gli occhi (per rito); guarda la camelia o il mazzettino di fiori che ha sul seno (usato stile); tossisce leggermente (segno di gran turbamento nella circolazione del sangue); passa una mano sulla fronte (indizio di preoccupazione mentale); indi alza le care pupille, e anch’essa guarda… I quattr’ occhi s’incontrano! Ahi! scattato è lo strale! i cuori sono feriti! L’angioletta femmina si è ricordato di essere stata spedita sulla terra non ad altro oggetto che per amare quell’altro angioletto maschio, il quale allora si accorge che l’innocente vergine, egli l’aveva veduta ne’suoi sogni continuamente… Che delizie! Le due anime si riconoscono, e rimangono qualche tempo a guardarsi per tema che non s’ingannino. Dopo questo, il cavaliere coi capelli solcati nel mezzo del capo e coi piccoli baffi incerati dalla mano di Aubry dà un passo verso la damina che rassomiglia ad un giardino nel mese di maggio per la gran copia di fiori ond’è zeppa: il cuore batte ad entrambi in un modo!

   «Signorina, siete impegnata pel valzero?»

   «Sì, signore».

   «E per la polca?».

   «Sì, signore».

   «E per la quadriglia?»

   «Sì, signore».

   Ciascun sissignore è una puntura di spillo per l’anima coi guanti Tortorella.

   «E per la mazurca?»

   La ragazza sembra questa volta titubante a rispondere: infatti, lascia passare qualche momento, indi risponde con risolutezza:

   «No, signore».

   Un lampo di gioia brilla sulla faccia del ragazzo e fa oscillare le punte acuminate dei baffi.

   «Potrò dunque avere il piacere e l’onore di ballare la mazurca con lei?».

   La ragazza sorride.

   «Che denti!» esclama tra sé il ragazzo: e la sua testa ha ricevuto quel colpo, che veramente questa volta si può chiamare colpo di grazia, perocché è tutta grazia  e sorriso.

   S’intende che la mamma seduta al fianco di questo tesoro di figlia fa mostra di non essersi accorta di niente; ma nessuna cosa le è sfuggita, ed uno sguardo furtivo gittato su certe piccole stelle rilucenti ond’è adorna la gala di camicia del signor cavaliere è fecondo nel cuore di lei delle più favorevoli disposizioni sul conto di costui.                

   Non diremo della febbrile impazienza onde le due anime che si cono incontrate in una periodica aspettano il momento che il maestro di sala chiamerà la mazurca. In tutto questo frattempo, le occhiate diventano di una pertinacia e di un calore da magnetizzare la sala; i sorrisi balenano e incendiano come razza alla congrève.

   Alla quadriglia il leoncino si è situato a fianco della bella, e dopo un concertino avvenne il seguente dialogo a voce bassa, mentre il lioncino finge di guardare un immenso lume piramidale che gli sta dietro, e la bella finge guardare le balze sgonfiate della sua veste.

   «Come vi chiamate, signorina?».

   «Vincenza Capocuollo».

   Il lioncino arriccia il naso, e trova che per un’angioletta di tanta grazia e bellezza il nome ed il cognome sono troppo volgari; e maledice l’asinità dei genitori che appongono ai figliuoli nomi spoetanti. In quanto al cognome, egli non può persuadersi come un galantuomo non debba vergognarsi di farsi chiamare Capocuollo, cognome che d’altra parte non è molto rispettabile ed onorevole per gli antenati di questa famiglia, i cui blasoni sono stati forse lardicelli e presciutti.

   «E voi, signore?» dimanda con voce melliflua la Capicuollo.

   «Catello Lupino» risponde il cavaliere con leggiadro movimento di capo, come se avesse nominato un cognome conosciuto per urbem et orbem.

   La ragazza non può fare a meno di ridere.

   «Siete di Castellammare, signore?».

   «Per l’appunto; ivi sono tutt’i beni della mia famiglia. Ci conoscete forse?».

   «Non ho il bene».

   «Oh ma io sono stato educato in Napoli nel collegio di Caravaccio».

   La donnina china il capo e sorride in atto di compiacimento.

   Probabilmente i progenitori di Catello esercitavano il mestiere di quelli che passano per le nostre strade verso la notte avanzata, e fanno udire quelle voce le quali, non so perché, fanno venire l’acquilina in bocca a quelli che le sentono.

   Ed a proposito di questa voce, ci ricordiamo di averla intesa una sera acutissima sotto un balcone a primo piano, nel momento che un tenore di prima forza si sdolcinava sovra un punto coronato, tutta l’udienza non poté frenare la risa, e nessuno pensò che era arrivato il momento di doversi ufficialmente applaudire, sicché il pezzo passò in silenzio; e l’emulo di Rubini andò a sedere mortificatissimo. Vedete da che cosa dipendono qualche volta i trionfi di un cantante di società!

   Intanto, il cavaliere di Vincenza alla quadriglia incomincia a soffrire per la conversazione stabilitasi tra la sua dama e l’amico che le sta a destra: ed ha le sue ragione per non vedere di buon occhio quelle confidenze a bassa voce; tanto più che non ha potuto venire a capo di sentirne una iota: egli è però in una specie d’incomoda e tormentosa posizione. Egli ha qualche disegno su Vincenza; intende corteggiarla pel buon motivo; e già le ha fatto offrire i suoi trentotto anni, il suo amore ragionevole e puro, la sua laurea di patrocinatore, le quattro o cinque centinaia di porci, oltre i cespiti di famiglia, di cui è proprietario nel mandamento di… distretto di… provincia di… e le sue speranze di ricca eredità sulla morte di un ricco zio. Vincenza ha accettato e non ha accettato; ha detto sì e no; è un partito che ella troverà sempre a sua disposizione; è la botta di riserva per il momento in cui ogni altra speranza di miglior sorte è svanita. Gli uomini che hanno la voglia di ammogliarsi sono tanto rari a questi nostri tempi, che uno il quale accusa queste belle disposizioni è sempre da tenersi in pregio, non ostante i trentotto anni e il tanfo di maiale (continua).

Pubblicato il su La Domenica l’11 agosto 1867.

IV.

   Dopo di aver passato in rassegna il filare dei bottoni del suo corpetto bianco, Catello alza il braccio destro per mostrare a Vincenzina le palle di avorio che sono alle maniche della sua camicia. Vincenzina è abbagliata da tutta quella eleganza: tutto quell’oro, vero o simulato, agisce sulla tenera fantasia della giovinetta, e chiama naturalmente un sorriso su quelle labbra, dove amore vuol fare il suo nido, e che racchiudono due filari di dentuzzi degni del brevetto d’invenzione.

   «Signorina – incomincia l’anima innamorata dando alla sua voce tutta la dolcezza che può e alla sua faccia tutte le grazie che non può – sarò sì fortunato di rivedervi domenica ventura?».

   «Domenica ventura!» esclama la ragazza con un gran sospiro. Catello si accorge di aver detto una sciocchezza, e, per fare ammenda onorevole, dice un’altra più grossa buassaggine:

   «Volevo dire, se potrò avere il piacere di rivedervi prima di domenica?».

   «Il piacere è mio – risponde l’ingenua con una di quelle frasi comuni e triviali che fanno scendere sotto al zero il termometro dell’amore – ma… fino a domenica!…».

   «Dite assai bene… Dove abitate signorina?».

   «Vico dei sospiri, n. 7, primo piano nobile».

   «Vico dei sospiri. E dov’è propriamente?».

   «Non conoscete questo vico?».

   «Non ci sono mai passato; ma ora questo vico sarà per me veramente il vico dei sospiri!».

   Catello è felice di aver trovato questo erculeo pensiero, il quale, a suo credere, deve dare alla bella una splendida idea del suo spirito.

   E stettero di bel nuovo in silenzio. Questa volta fu pertanto la Vincenzina che aprì la conversazione.

   «È la prima volta che siete venuto in questa società?».

   «Per l’appunto. Oh quanto sono debitore al mio amico Ernesto di avermici menato! Quanto sono felice di aver fatto la vostra conoscenza, signorina!».

   «Grazie».

   «Volete accordarmi l’onore di ballare con me anche il cotillon?».

   «Con piacere; ma ho paura che ce n’andremo prima».

   «Speriamo di no; non è poi molto tardi; sono appena le undici!».

   «Sì, ma mammà non vuol fare ora tardi, perché dice che domani viene la lavandaia di buon’ora, ed io sono incaricata della lista del bucato perché mammà non ci vede più a scrivere».

   «Ah!».

   Catello si limita a questa esclamazione, che, in vero, non sa cosa rispondere a quella prosaica argomentazione della lista del bucato. Per buona ventura, il maestro di sala chiama mazurca en place.

   E qui ha luogo un sinistro incidente.

     Un certo don Saverio, applicato di 4 ͣ classe nell‘ amministrazione delle gabelle… il quale ha la debolezza di credersi  un polcatore di prima sfera, ha impegnata la Vincenza per la mazurca; ma costei, vogliosa di ballare qualche cosa col giovane Catello, col quale ha già scambiato dolcissime occhiate, non tiene alcun conto dell’impegno con don Saverio, e si pone in ballo col novello cavaliere. Intanto, come prima don Saverio ha udito chiamarsi la mazurca en place, viene per impossessarsi della donna; ma trova il posto occupato.

     «Scusate – dice don Saverio a don Catello, parlando con una pronunzia difettosa di s – io ho impegnato questa donna».

     «Anch’io» risponde don Catello, tenendo strettamente la mano della ragazza, e, risoluto di non abbandonare la fortezza che quando non avrà più sangue nelle vene.

      «Ma io la ho impegnata prima di voi».

      «Ed io dopo di voi».

      «La signorina si compiacerà di ballare con me».

      «Scusate, ma la signorina ballerà questa mazurca con me».

      «La vedremo. Il padrone di casa deciderà».

      «Dov’è il padron di casa?».

      «È andato a coricarsi».

   E mentre don Saverio cerca cogli occhi qualcheduno per fargli risolvere la quistione, Catello e Vincenza si sono slanciati nel mezzo del salotto, strettamente abbracciati e in modo che nessuna forza umana potrebbe dividerli. Don Saverio che li vede strisciare sul pavimento corre appresso a loro e gridando e schiamazzando; ma quei due non s’incaricano un fico de’suoi gridi e dei suoi schiamazzi, e strisciano saltando dall’un capo all’ altro del salotto, fanno il doppio movimento che fa la terra intorno al sole, vale a dire, di rotazione e di rivoluzione. Don Saverio è sempre sulle loro calcagna e vuol farsi dar ragione da tutti, ma nessuno gli bada, e tanto meno le due felici creature che ballano la mazurca con gran fervore! Stando don Saverio nel mezzo dei ballanti e parlando sempre, non ostante la mancanza assoluta della s, riceve due o tre capate, una ventina di calci ed altri urti da parti del corpo meno nobili e dignitose.

      Egli non può darsi pace del tradimento fattogli dalla signorina, e ne parlerà tutta la serata, guardando con occhi fulminei l’ audace coppia che l’ha tradito.

     Intanto, lasciamo nelle furie senza la s il povero don Saverio, e cerchiamo di metterci in terzo tra Catello e Vincenza mentre ballano la mazurca; e vi assicuro, signor lettore, che, ci potrà riuscire di ficcarci fra que’due cuori, ci avremo un gusto particolare, dappoiché Vincenzina ha sul cuore un doppio usbergo rotondo che non è di ferro fuso.

      Catello ha preso col suo braccio dritto tutta la vita della cara giovanetta, mentre col braccio sinistro piegato ad arco sostiene la destra di lei. Vediamo se possiamo carpire qualche brano della conversazione che ha luogo tra i due innamorati.

     «Io sono forse un po’ pesante – dice la ragazza – vi do forse molta fatica».

     «Che dite mai! – esclama l’amante felice – voi siete una piuma; vorrei far sempre questa dolcissima fatica!».

     La fanciulla abbassa gli occhi e sorride, mostrando un candidissimo esercito di denti, avanguardia di amore.

     Poco appresso.

   «Ma voi ballate come uno zeffiro, signorina! Sono sicuro che in questo momento tutti invidiano la mia sorte!».

     «Siete voi che ballate così bene! io vorrei ballare sempre con voi!».

      A questa parole un fiume di tenerezza inonda il cuore di Catullo: la vista gli si abbuia pel troppo piacere. egli esclama con tutta l’anima:

      «Come siete adorabile! Chi sa quanti adulatori vi stanno appresso!».

      «È vero, ma io non posso soffrirli. Sapete che quando non vi è simpatia!…».

      «Verissimo! Oh felice colui che avrà il sommo bene di esservi simpatico!»

      La ragazza arrossisce, ed una leggiera pressione di mano risponde per lei.

   Catello è così felice che perde per poco l’equilibrio; non può rimettersi sul momento, e strascina la sua donna sovra una panciuta mamma, la quale con la sua macchina enorme impedisce che quei due caschino a terra.

   La mazurca finisce, Catello e Vincenza hanno gli occhi scintillanti.

   Tutto è spiegato. l’amore è alle prime specie.

   Domani Catello passerà pel Vico dei Sospiri (continua). Pubblicato il su La Domenica il 11 18 agosto 1867.[1]

                                          FRANCESCO MASTRIANI

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