Chi non ha sentito, una volta almeno in sua vita, il desiderio di riprodurre la propria immagine? Ne’begli anni della giovinezza, quando il nero è sul capo, il roseo sul volto e il candido nel cuore, quando non si pensa che a far l’amore e a scrivere anacreontiche; in quella età, che diventa per tutto il resto della vita un desiderio, un rammarico, una cara memoria, non avete provata la smania di regalare il vostro ritratto ad ogni innamorata che vi capitava? E allora siete andati alla ricerca di un artista per far ritrarre sulla tela o sull’avorio la vostra immagine: e non è a dire da quanta impazienza eravate divorati diveder finito il vostro ritratto! Come quelle sedute vi sembravano eterne, insopportabili come le sedute d’una accademia archeologica! Come ad ogni momento avreste voluto gittar gli occhi su i vostri occhi chinati in languido sguardo, sulle vostre labbra atteggiate ad un arcano sorriso, sul vostro naso, organo stupido e antipoetico, condannato a non potersi muovere e prendere una posa mesta o lieta, seria o faceta, a tenore del rimanente delle fattezze del volto! Gli è vero, che durante quelle sedute, se il vostro capo rimaneva immobile, l’anima vostra invece prendeva il volo verso regioni eteree, misteriose, e la vostra mente si riposava sull’ immagine della vostra fedele, e pensavate al gran piacere che le procuravate facendolo dono del vostro ritratto, e alla gioia più grande ancora di ricevere il suo! Lo scambio de’ritratti succede quasi sempre allo scambio de’cuori. Con che delizia un amante contempla l’immagine dell’amata! Com’ei s’invola ad ogni sguardo per abbandonarsi al piacere di vagheggiar quel volto sì caro, così bello, o almeno così abbellito dall’artista.
E quando il vostro ritratto era finito, quando dopo tre o quattro sedute, con la febbre dell’impazienza voi vi alzavate per vedere se il ritrattista avea colpito la vostra fisionomia, egli vi proibiva di gittarvi lo sguardo, se prima, a casa sua, non ritoccava, e con barbarie inaudite vi pregava di aspettare qualche altro giorno ancora.
Oh benedetto Gibertini, benedetto, mille volte benedetto il Mercurio, vale a dire il primo agente del dagherrotipo. Voi vi sedete per un attimo, e sì tosto la vostra immagine è bella e finita come per incanto! Ed a proposito d’incanto il laboratorio d’un artista in dagherrotipi ha in fatti qualche cosa del gabinetto di un mago. Quella sua Camera oscura è il fornello, dal quale ei caccia, come da un soffio, le immagini de’viventi: quelle sue preparazioni chimiche hanno qualche cosa dell’alchimia, qualche cosa di arcano; quella sua baracca a caratteri e a colori simbolici; tutto piglia un aspetto fantastico, che vi rivela una scienza ignota, un potere di evocare le ombre, una forza soprannaturale. Febo (il Sole) e Mercurio (la lamina) sono i due Numi che prestano il loro aiuto al mago.
Francesco Gibertini è addivenuto una celebrità, e ben la merita per valentia, per avvenentezza di modi, per celerità di operazione. Le sue preparazioni sono istantanee, come quelle di esperto giocoliere. Voi andate per farvi ritrarre; non l’avete ancora finito di dire che egli v’invita a passare sulla terrazza: vi siete a mala pena seduto che il vostro ritratto è fatto! Con che arte egli indovina la vostra professione, il vostro gusto, le vostre passioni, e vi consiglia di prendere questa posizione piuttosto che quell’altra. Quante cortesie non vi usa! E guai a voi se parlate una lingua straniera in sua presenza, e ardite fare la più piccola osservazione sul conto suo! Gibertini intende tutte le lingue, le parla tutte, ma a modo suo.
Guari non andrà e Gibertini avrà il piacere di tagliar la testa a tutti gli abitanti di Napoli, vale a dire, che avrà l’onore di farci riviver tutti nelle nostre immagini. E sì che ei solo merita il gran concorso di avventori, onde la sua casa è zeppa ogni giorno.
Non temete, o signori, il Sole non si stanca; e Gibertini è là che, al pari del Sole, è instancabile a muoversi, a parlare, a preparare. Ei non mangia, non dorme, non pensa che alla grande opera della riproduzione delle teste! Egli non riposa che la notte: s’invola allora, come il Sole suo compagno d’arte, ad ogni sguardo profano.
Animo dunque, avanti o signori,
Venite tutti a torme
Ei stampa a varie forme
Col dagherrotipo e colla fotografia ei fa dolce mercato di teste umane.
FRANCESCO MASTRIANI