I.
Lettor mio, sei stato mai perseguitato da un usciere? Sai tu qual gioia ineffabile prova un debitore al tocco dell’Avemmaria, tocco gagliardo che rattiene con mano di ferro la mano dell’usciere pronta sempre ad afferrarlo mentre il sol più ferve e bolle?
Suonava appunto l’Avemmaria, quando il giornalista XX, si accostò alla finestra, e salutò con sberleffi un omiciattolo presso i quaranta anni che era in istrada, il quale, poi che ebbe corrisposto al saluto con un profondissimo inchino, allontanavasi bel bello da un posto che avea occupato sin dalla punta del giorno XX. Si veste in fretta, si getta addosso il ferraiuolo, ficca in saccoccia una piastra unico avanzo di una stirpe infelice, dopo di essere andato girandolone mo alla casa di un amico, mo alla casa di un altro, suonate che furono le cinque s’incammina alla volta del teatro di S. Carlo, dove era festa da ballo, e si ficca dentro dopo aver indossato un dominò rosso.
II.
Era l’ultima domenica di Carnevale, ed il teatro di S. Carlo era colmo a ribocco di mille variate maschere. XX, lasciati da banda i suoi guai, s’unì ad un crocchio di altre maschere ballando e facendo mille pazzie; ma i divertimenti lunghi e rumorosi tra gli altri inconvenienti risvegliano moltissimo appetito, e XX, che per alcune ragioni private non teneva la mattina tavola di principe avrebbe volentieri lasciato la festa per una cena. Sfinito quasi di forze s’era separato da quel crocchio, e si era appoggiato ad un palco, quando un grave dominò nero, dopo averlo contemplato un poco, gli si appressa, e stringendogli amichevolmente la mano, gli dice:
«Felice notte, caro XX…».
«Per carità che non vi ascoltino!…».
«Non temete; sono abbastanza discreto: e così, che cosa fai ora in quel cantuccio mentre più ferve la festa?».
«Mi annoio, come vedete».
«Devi aver sonno?».
«Piuttosto appetito; che ora è?».
«Le quattro del mattino».
«Corpo di tutt’i diavoli; la sarebbe curiosa davvero se mi lasciassi coglier dal giorno».
«Carissimo XX non mi ai ancora conosciuto!».
«In verità non saprei con chi ho l’onore di parlare».
«Eppure io sono uno dei tuoi più intimi amici; ci vediamo ogni giorno».
«Ho capito, tu sei Luigi N. N. ».
«Oh!».
«Pietro V. V. ».
«Uh!».
«E chi diavolo sei dunque?».
«Te lo dirò dimani; per ora ci attende il ristoratore; andiamo a cenare; son io che ti fo trattamento».
Lettore, hai provato la fame? No. Tu dunque non puoi immaginarti le delizie voluttuose d’una cena gratis quando lo stomaco è digiuno da 24 ore, non puoi immaginarti come dolcemente scesero al cuore di XX quelle magiche parole.
Ecco le due maschere al ristoratore: la cena fu sontuosissima e degna d’un lione. L’incognito dominò nero parlò sempre, mangiò bene, comeché non avesse voluto togliersi la maschera, e ad ogni momento versava a bere a XX, il quale cominciava a perdere equilibrio; e lo perdé infatti a segno che alla fine della cena trovossi compiutamente addormentato sulla tavola. Il dominò nero dopo d’essersi assicurato che l’amico stava immerso in un profondo sonno, con l’aiuto d’un garzone del ristoratore, l’adagiò su un poggiuolo di fabbrica ch’era sulla pubblica via, facendolo dormire sotto la coltre del cielo.
III.
Il sole era da pochi minuti sull’orizzonte quando un colpo alla spalla destò a soprassalto il nostro dormiglione. XX si sveglia, richiama le idee, alza il capo sorpreso di veder la piena luce del giorno, e di trovarsi seduto nella pubblica via. Balestra uno sguardo intorno… ahi!! vista terribile! quattro persone di giustizia gli fanno corona, e dirimpetto inesorabile come una forca sta il dominò nero il quale aveasi levata la maschera, ed era comparso col viso naturale ed eteroclito d’un usciere, quello stesso che il lettore ha già conosciuto al cominciamento di quest’avventura, quando lo ha visto a sera allontanarsi dal posto obbligato dell’intera giornata, messo colà di piantone da un discreto amico di XX.
A questo spettacolo il misero debitore resta per qualche istante attonito ed incredulo, come se dubitasse di esistere; ma la ragione il fa tosto accorto dell’orrenda trappola. Cerca di fuggire, ma quei quattro ceffi lo rattengono col pericolo di slogargli un braccio.
Da quel giorno XX non si è più veduto dai soliti amici.
FRANCESCO MASTRIANI