I QUARANTA

SCENE STORICHE

I.

   L’orologio del Palazzo de’Ministri batteva le dieci della sera di mercoledì 26 Gennaio 1848. La strada di Toledo era deserta interamente, tranne che la percorrevano dall’un capo all’altro diverse pattuglie di dragoni a cavallo, e di gendarmi a piedi, che incutevano tristezza e terrore… Tutt’i magazzini, quasi tutt’i Caffè, e tutt’i portoni erano chiusi. Una sottil pioggia di neve sfioccavasi come lagrime del cielo su quella strada in altri tempi così clamorosa e ridente, ed allora tetra e spopolata, a segno che poche ore innanzi un uomo era stato gravemente ferito e lasciato a terra all’angolo d’una bottega, senza che alcuno fosse passato per soccorrerlo. I fanali a gas gettavano la loro luce biancastre sulle baionette di quelle pattuglie, rivelandole così da lungi a’ pochi atterriti passeggieri reduci da qualche teatro…

   Dal Caffè di Donizetti uscivano intanto quattro giovani avvolti in ampi mantelli; e dirigevansi verso il grottone di Palazzo. Le loro fisionomie pallide, ed i loro occhi infiammati attestavano il grave subbietto della conversazione che tenuta avean poco prima. Presso il Caffè di Nocera questi quattro individui si fermarono.

   «A domani − disse uno di loro, stringendola mano agli altri tre – a mezzogiorno, al Caffè d’Europa».

   «A domani» risposero i tre compagni; poscia si chiusero tra loro, gettarono uno sguardo all’intorno, e soggiunsero a bassa voce: Costituzione.

   Que’tre si avviarono verso Chjaia, e l’altro s’incamminò in giù verso Toledo. Ma que’tre non avevano ancora fatto dieci passi, che un uomo correndo verso di loro, dimandò:

   «Chi di voi Signori si chiama L…?».

   «Perché questa domanda?».

   «Ho una lettera per lui del Commissario C…».

   «Date».

   La lettera fu consegnata ed il messo partì… Que’tre si avvicinarono ad un fanale, e lessero lo scritto.

   «È singolare! – osservò uno di loro − C… mi avverte che sta notte si deve procedere al nostro arresto, e che però pensassimo a metterci in salvo. Questo generoso avviso non mi garba».

   «Scommetto che il Commissario avrà scoverti i nostri progetti per domani, e cerca di sventarli, facendoci fuggire da Napoli».

   «Se ciò fosse, avrebbe potuto farci arrestare, il che era più consono alle sue funzioni».

   «In ogni modo, e qualunque sia il motivo che abbia dettata questa lettera, fa d’uopo esser cauti non per timore, ma per prudenza; dappoiché il nostro arresto manderebbe a ruina tutt’i nostri disegni».

   «Bisognerà avvertire i nostri compagni, che si trovano in casa di Domenico, e cercare insieme un luogo di rifugio per questa notte».

   «Ed il Duchino che non sa niente; egli è andato dal capo de’ quaranta; se lo arrestassero per la strada!».

   «Che diascine dici! Egli andrà certamente in carrozza fino al Pendino. E poi chi può sapere dov’egli si rattroverà questa notte! Sono due notti che non dorme in sua casa!».

   Proseguendo in tali discorsi, questi tre giovani incamminati si erano verso la casa del loro amico Domenico, nella quale sedevano in serale conversazione vari altri giovani siciliani e napolitani ardentissimi per la causa dell’italiana libertà.

   I tre sopravvenuti fecero nota la lettera ricevuta dal Commissario, e si pensò di porsi in salvo per quella notte. Molti siti furono posti in discussione, dove rifuggiar si dovessero; ma nessuno fu trovato conveniente e sicuro. Finalmente a voti unanimi fu scelto il Colle S. Antonio a Posillipo, come il meno esposto ed il meno sospetto alle ricerche della polizia.

   E que’giovani presero l’erta che mena al Vomero; per poter quindi scendere sulla collina di S. Antonio, dove a cielo scoperto passarono la fredda ed umida notte del 26 Gennaio, or passeggiando a lenti passi, ora fumando, ed ora seduti sulla nuda terra.

   Il Duchino intanto dopo un quarto d’ora di cammino in carrozza, giungeva  al Vico Calderai al Pendino, e dimandava ad un facchino dov’era l’abitazione  di Vitale C…, il facchino gl’ indicò un basso chiuso.

   «Vitale è lì dentro a bere con altri compagni».

   Il Duchino picchiò leggiermente.

   «Eccomi qua, Eccellenza – disse Vitale – stava bevendo un bicchiere con questi amici; piacciavi di entrare, questi son roba mia».

   Il Duchino si sedé sovra uno scanno. La porta fu chiusa.

   «Sono stato esatto all’appuntamento» dice il giovin nobile.

   «Vuol dire che ci siamo – riprese Vitale – a domani, n’è vero?».

   «Sì, domani, alla mezza pomeridiana, cioè a diciannove ore ed un quarto uscirete a Toledo con la bandiera costituzionale, quanti sarete?».

   «Saremo quaranta, come vi dissi, Eccellenza».

   «Potrò fidarmi interamente di loro?».

   «Non ne dubitate, Eccellenza… che cosa volete che gridiamo?».

   «Gridate Viva il ReViva la Costituzione».

   «Va bene, Eccellenza».

   «Nell’uscita che farete a Toledo, ed allorché vi troverete sotto il Palazzo di B…, guardate al primo piano, quivi sarò io per un momento, e poi scenderò in mezzo a voi».

   «Sarà fatto, Eccellenza»

   «Vi raccomando sovrattutto prudenza, coraggio, e silenzio prima delle diciannove ore ed un quarto di domani: pensate che una sola parola imprudente che vi scappa dalla labbra, può costar la vita a voi, a noi e può far scorrere rivi di sangue. Giurami che serberai il silenzio».

   «Lo giuro per San Gennaro e per la Madonna del Carmine».

   «Ottimamente; ora eccovi un acconto, cinquanta piastre che…».

   «Eccellenza, non vogliamo niente se prima non avremo servito a dovere l’ E. V. Domani al giorno verrò io medesimo a riscuotere il prezzo convenuto. Dove abita V. E. ?».

   «Alla Riviera di Chaia N.°…»

   «Non occorre altro… Se V. E. vuole onorarci a bere con noi un bicchiere di vino».

   «Con tutto il cuore, farò un brindisi al Re ed alla Costituzione».

   Il Duchino tolse di su la tavola un bicchiere colmo di vino, toccò i bicchieri di Vitale e de’costui compagni, tutti gridarono in coro: Viva il ReViva la Costituzione».

II.

   La mattina di giovedì 27 Gennaio, verso la mezza pomeridiana, e quando l’Augusto Monarca si occupava appunto della rigenerazione degli amatissimi suoi Napolitani, vedesi inondata la strada di Toledo da un’ardimentosa impaziente gioventù che co’gridi, con le bandiere, e con le coccarde tricolori traevano dalla Reggia alle Fosse del Grano, annunziando una COSTITUZIONE che era ancora in progetto nelle Reali Mani. Commovente e spaventevol vista davan di loro questi giovani da’capelli scompigliati ed irti, da’volti pallidi, dagli occhi stralunati, come gente che tragga a volontaria morte. Ed invero una tale impaziente manifestazione prodotta dal timore che il Re non volesse condiscendere a’voti dell’intera nazione, cagionar potea funeste conseguenze, se l’Immortale Guardia Nazionale, e le sollecitudini affettuose dell’egregio Comandante de’Reali Eserciti, Maresciallo Statella, raffrenato non avessero con be’ modi e con promesse lusinghiere gli ardori di quelle anime ardentissime ed assetate di libertà. Questa manifestazione esser dovea la foriera di quella immensa gioia onde la giornata del 29 segnare dovea sì a caratteri indelebili nella storia delle Glorie Italiane.

   Non sì tosto quell’immenso stuolo di giovani disceso era come un fiume in Toledo, si videro sbucare dal  Vico Uglivo Baglivo Uries quaranta lazzari, a capo de’quali, con la bandiera tricolore e con ampia fascia a tracollo, marciava Vitale C…, e costoro con tutta la forza de’loro polmoni andavano gridando: Viva il ReViva la Costituzione, e agitavano i loro berretti, e li gittavano in aria, ed invitavano a gridare tutti coloro che si erano messi a’ balconi, e quanti si trovavano nelle carrozze. E poscia arrivati sotto il Palazzo designato dal Duchino si fermarono, raddoppiando i loro gridi, e salutando un gruppo di giovani che trovavansi ad un balcone del primo piano di quel palazzo…

   Poco stante una carrozza tratta da superbi cavalli rompea la calca de’lazzari affollati intorno ad essa. Questo cocchio partito dalla Riviera di Chiaia avea raccolto al Caffè d’Europa que’ quattro individui della sera precedente, e molti altri che si erano nella notte riuniti ad essi, aspettando l’alba sul colle di S. Antonio a Posillipo. Uno di questi giovani all’impiedi nel cocchio fu veduto gittar monete d’oro e d’argento, e indi spezzar la catena d’ oro del suo cilindro a ripetizione, e farne parte alla gente che il circondava, e poscia svestirsi del suo gilet di raso, e gittarlo dalla carrozza, non avendo niente più da gittare… E quando non gli fu restato altra roba addosso che il soprabito ed il pantalone, egli esclamava ancora: Fratelli, non mi resta che il cuore, ma non posso darvelo, perché esso appartiene alla patria.

   Quest’uomo era il Duchino.

   Vitale non si presentò il giorno stesso per ricevere il guiderdone dell’opera sua; egli avea compreso che l’ardito fattogli fare era stato una manifestazione anticipata, ma che non ancora erasi ottenuto il compimento de’voti universali. Ma quando il sabato 29 Gennaio il Magnanimo Ferdinando II mostrava a’popoli delle Due Sicilie la sua grande anima italiana, concedendo loro una Costituzione, Vitale, il quale co’suoi quaranta seguaci, da solo era novellamente a Toledo per godere questa volta il frutto del primo ardimento, pensò di portarsi nel dopo pranzo alla Riviera di Chiaia, per ricevere dal Duchino il prezzo de’servigi prestati.

   Giunto alla Riviera di Chiaia, ed avvicinatosi al palazzo del Duchino, Vitale trovò che questi era chiuso, a cagione delle voci che eransi sparse di volere i lazzari tentare la rapina e commettere atti facinorosi contro i cittadini. Il popolano fu respinto con violenza dal portinaio, e non gli fu permesso di salire; anzi preso e condotto al posto di Guardia Nazionale, fu menato in carcere come disturbatore dell’ordine pubblico, e nemico della Costituzione.

   Mercè le istanze del Duchino, dopo sei giorni Vitale fu uscito; ed il suo primo pensiero è stato di correre da’suoi quaranta, raccontare l’ingiustizia commessa, e cospirare con essi la vendetta…

   Pochi giorni fa Vitale ed i suoi, riuniti in una bettola verso la Porta di Massa, e tutti armati, banchettavano e guazzavano a porte chiuse. Vitale offerto avea loro il banchetto, dopo del quale andar doveano a commettere le più feroci ribalderie… L’ingiustizia che credevano essersi lor fatta, la sorveglianza ond’ erano guardati, ed alcune insidiose parole di ribellione e di rivolta insinuate a’loro animi da taluni sconsigliati bricconi, messo aveano la sete di vendetta in quegli sciagurati, cui il vino facea già velo alla ragione… Ma un picchio si fa udire alla porta della bettola; Vitale apre egli stesso, ed un uomo alto e robusto si caccia in mezzo a loro, tenendo un bastone in una mano. e un sacchetto di monete nell’altra.

   «Figli miei – egli dice – mi consolo di vedervi banchettare e far brindisi al Re ed alla Costituzione. Vi porto il compenso dovuto alla vostra opera, e che voi avete trascurato di venirvi a prendere in casa del Duchino che vi aspettava per abbracciarvi e ringraziarvi. Egli vi manda cinquecento ducati, a’quali la Guardia Nazionale di questo posto ha aggiunto altri duecento piastre pel regalo che vi accorda in nome del Re e della Costituzione. Prendete, bevete, e state allegri, la miseria è finita, figli miei, giuratemi per la Madonna che vi starete sempre quieti e lavorerete per fare onore anche voi alla nazione, cui appartenete: Andiamo giuratelo, figli miei benedetti».

   Qui tutti i quaranta vinti dal rimorso, cacciano lo loro armi, ed alzandosi esclamano:

   «Giuriamo di difendere il Re e la Costituzione. Vivano i Signori Napolitani e la Guardia Nazionale».

   Dette queste parole, Vitale raccolse tutte le armi, le diede all’uomo che era entrato, e gli disse:

   «Signore, eccovi le nostre armi; prendetele e consegnatele alla Guardia Nazionale, e ditele che ce le renderà solo e allora che il Re e la Costituzione avrà bisogno di noi».

   Quest’uomo che con tanto coraggio ed accorgimento risparmiato aveva una scena di sangue, che rattristata avrebbe gli animi esultanti de’buoni Napolitani, quell’uomo che ricondotto avea sul retto sentiero quaranta ribaldi malintenzionati, quell’uomo era D. Michele.

                                                                                          FRANCESCO MASTRIANI