IL DIAVOLETTO

I.

   «…E tu, l’hai tu veduto?…».

   Queste parole, miste ad un buffo di tabacco, venian fuori da una selva di peli, onde aduggiavansi le labbra d’un bel giovinotto, il quale si era tolto di bocca il sigaro per fare quella dimanda a Giacomino.

   Avete mai letto qualche romanzo della vecchia scuola francese? Vi è mai, così per caso, caduto sott’occhio qualche cronaca del medio evo, o qualche dramma alla Souliè e compagni? Al certo, sfogliando quelle pagine, dove il color pallido è profuso senza risparmio, dove il sangue è gittato così, come in sul tavolone di un macellaio, vi sarete avvenuto in qualche uomo pipistrello, che non appare giammai agli aperti raggi del sole; in qualche figliuol del dolore, che va vagando al chiaror d’una tisica luna in mezzo ai boschi, come una belva; in qualche bianca figura, enigma della creazione, aborto del destino, pensierosa ed immobile in mezzo alle nubi… Orbè, questa figura umana o diabolica, che dir la vogliate, quest’essere misterioso e nottivago può porgervi soltanto un’immagine di Giacomino. Era questi un garzoncello, cui diciotto anni appena aveano infiorato di rada barba l’angolo acuto del mento, e adombrato il pallidissimo volto con una corta basettina. E se il lettore troverà a ridire che tutti gli eroi de’miei racconti sono pallidi, io gli dirò che avrei tirato sulle gote del mio Giacomino una pennellata di fino carminio, se questo personaggio non fosse stato istorico.

   Egli stavasene adunque un bel mattino seduto nel Caffe di Europa in Napoli, in mezzo d’una mano di giovinotti, a baffi e senza baffi; tutti per altro gioviali e spensierati. Già intendete che in Napoli a’giovani brilla più che altrove il sangue; però che qui tutto è ispirazione, tutto è poesia, tutto è amore. E poi, considerate che quel mattino facea un tempo bellissimo, come ne suol fare questo nostro cielo sempre lodato; e nell’aria circolava un’aura fresca e profumata, che inebbriava i sensi, estasiava l’anima, e mettea nel cuore una gioia espansiva. Si parlava, secondo le solite conversazioni de’ caffè, di donne e di amoretti; si barattavano racconti d’ogni genere; scambiavansi fatti, aneddoti, attualità, avventure, e tutte quelle altre frascherie, che si spacciano in una brigata di giovinastri tra i vapori del caffè e il fumo de’sigari. E via, via, d’una ciarla in un’altra, si chiacchierò benanche di teatri e di spettacoli: si passò a scalzare artisti drammatici; e qui, come potete bene immaginare, la frusta di Aristarco, giuocando a maraviglia sulla schiena di que’ poveretti, erano risa sganasciate, frizzi mordaci e simili altri sghignazzamenti.

   Era in quel tempo in Napoli una celebrità, che formava il subbietto d’ogni discorso, un giovinotto, non ricordo di che nazione, il quale giuocava sul cavallo, che era un portento a vedersi: il merito degli altri artisti del Gran Circo Equestre si eclissava all’apparire del Diavoletto, il quale in realtà facea cose da far trasecolare, e da far credere davvero che qualche cosa di diabolico serpeggiasse nel suo sangue movesse la sua sottilissima persona. Ogni volta che si mostrava sull’arena del Circo, era uno strepito immenso di applausi, un batter di palme e di piedi, un grido generate di compiacimento. Tutta Napoli traeva a vederlo; e, allorché, al tocco d’una musica brillante, ei spiccava d’un salto sul dorso nudo d’un focoso destriero, tutti gli occhi erano volti verso di lui, ma non distinguevasi altro che qualche cosa d’aereo volare, come spinta da un soffio, quasi sulla testa degli ultimi spettatori.

   …Ed il riso del motteggio che gonfiava grottescamente le narici di que’giovanotti si perdette in una esclamazione di applauso; il discorso era caduto sul Diavoletto.

    «Poffare il mondo! − gridò uno di essi, battendo col pugno su un desco che traballò a quel colpo − ieri sera io l’ho veduto cotesto Satana in forma d’uomo; io non potea prestar fede agli occhi miei; mi credea stregato, trasportato in nuovo mondo».  

   E poi ch’ebbe, secondo il costume di cotal gente parolaia, profuso a bizzeffe le lodi al Diavoletto, si rivolse al nostro Giacomino, che, immerso in una chiusa tristezza, stavasene affatto straniero a quelle dicerie, e, dandogli in sull’omero dritto un lieve colpo col bastoncino, gli volgea, se vi torna a mente, queste parole:

   «E tu, l’hai tu veduto?…».

   Sulle scarne gote di Giacomino si affacciò una fiammella di rosso vivace, che sparì all’istante, come quella fatua vampa che si aggira di notte tempo sopra un sepolcro; e più scolorossi la trasparente pellicina del suo volto; quelle labbra si disegnarono ad un tristo e lento sorriso, e la sua mano passò sulle basette, ch’ egli strappossi con tanta rabbia, fino a scalfir lievemente la pelle.

   Dopo pochi momenti ei s’involava bruscamente a quella brigata.

II.

   «No, tu non m’ami!!…» dicea la fanciulla, e facea velo agli occhi col suo grembiale, che sentiali turgidi d’una grossa piena di lagrime.

   …Giacomino gettossi con furia il capello in testa, strinse con moto convulsivo la mano di lei, e pronunziò rapidissimamente, e con rauca voce queste parole:

   «Sciagurata, se io non ti amassi, se non ti volessi un gran bene, ti avrei fatta mia sposa, t’avrei condotta all’altare; ma, cessata l’ ardenza della passione, tu avresti su me gittato uno sguardo di profondo disprezzo, e sul mio letto di morte sarebbe forse caduta la tua maledizione. Dimenticami, Angiolina, io sono un infelice… cui una stella fatale ha condannato alle lagrime fin dal seno di sua madre… Figliuol del mistero… forse del delitto!!…».

   E qui si fermò, dappoiché l’affanno che soffriva gli si era in tal modo rinforzato nel petto, da struggergli la favella… Calmatosi alquanto, ripigliò:

   «Io ti amo, Angiolina, ti amo, ed è l’immenso amor mio che mi stringe ad abbandonarti… Scordati, scordati d’un misero… Non maledirmi pertanto d’aver portato nel tuo cuore la desolazione; pensa che io morirò presto: qualche cosa è nel mio petto che mi brucia; una lenta febbre mi divora… Angiolina, l’arte mia!».

   Ed un singhiozzo gli sperdé la voce in gola, e dagli occhi caddero pesanti sulle guance due calde lagrime. Giacomino sudava freddo; quest’ultima fatal parola, questa parola di fuoco, sfuggitagli involontariamente dagli abissi del cuore, gli avea messo nei polsi un tremore ed un gelo; il suo viso si affilò maggiormente e s’infoscò, ed egli si appoggiò alla spalliera d’una sedia a bracciuoli, e masticò alquante indistinte parole… forse bestemmiò.

   Giacomino era una di quelle creature cui la società nega l’ intelligenza, per farle servire da passatempi alle sue noie; uno di quegli sfortunati, la cui anima viene schiantata dalla vita meccanica e servile, a cui lo costringe il bisogno di soddisfare alla fame. Giacomino aveva un’anima calda, nobile, sensitiva; ma quest’anima strisciava nella polvere, come una farfalla, cui siensi tarpate le ali, come un fiore superbo di fragranza e di giovinezza gittato sul terreno d’un sepolcro. Giacomino, frutto d’un capriccio amoroso, era stato venduto, ancora nella fasce, come un pezzo di meccanica, che doveva servire un giorno alla fortuna del suo padrone, come una scimia, cui dovevasi addestrar bene, per essere data in ispettacolo al pubblico. E non si pensò che un dì quel capo avrebbe pensato, quel cuore avrebbe palpitato, quella creatura alla fine sarebbe stata un uomo… I  barbari gli avevano disseccato l’ingegno, sfiorato la giovinezza; gli avevano insegnato non so che arte, che intisichisce e consuma nel fior della vita infelici suoi cultori. Sì, que’barbari avevano annientato l’uomo in Giacomino, e ne avevano formato un… Diavoletto.

III.

   Le donzelle avevano consultato cento volte i loro specchi; si erano aggiustate in sulle persone gli ornamenti più bianchi e più belli, le sete più rilucenti. Quella sera i giovinotti avevano manomesso i loro più ricchi abiti, appuntati al cannello i loro baffetti. Facea veramente una bella vista ne’palchetti quella di tante migliaia di gentili sembianze spiccanti sotto il nero o il biondo dei capelli. Faceva un caldo immenso, perché era la sera d’un giorno infuocato dal sollione, e perché capite, trattandosi di vedere i Diavoletto, era tanta la moltitudine assiepata ne’ palchetti e nella platea; e quelle file erano così gremite di gente, che quell’aria chiusa ed impregnata di tante respirazioni erasi talmente carbonizzata, che veniva mancando il respiro. Epperò il sudore luccicava sulla fronte de’barbuti bellimbusti, e le donne si procuravano una certa frescura, le più civette e belline scollandosi alquanto, e le modeste mammà contentandosi di spiegare i loro ventaglietti screziati di tante pitture e colori, che ti parea vedere una famiglia di grandi farfalle aggirantisi intorno a rose appassite.

   Un colpo d’archetto seguito da una strepitosa sinfonia sperdé sulle labbra delle fanciulle le spensierate parole, che elleno sogliono scambiarsi fra loro prima della rappresentazione. E tutti gli occhi si spalancarono, tutte le lingue ammutolirono… La musica cessò, e vi fu un momento di assoluto silenzio, in cui parve che in quello spazioso teatro non fosse nessun’anima vivente; ma ecco… un rumore, un bisbiglio; il cuore balzò nel petto agli spettatori, tutta la loro anima saltò negli occhi, ed un grido di plauso sprigionò da duemila bocche: … era il Diavoletto che appariva.

   Quella sera parea che un pensiero il preoccupasse; i suoi occhi erano distratti; le sue gambe muovevansi come per abito sul cavallo galoppante; avresti creduto vedere un fantoccino, le cui membra sono mosse dal filo del giuocatore; tanta era l’ indifferenza, con che eseguiva i più strani movimenti. Quella sera parea che avesse anche smesso il pensiero di brillare per pochi momenti e di sorprendere il pubblico che il seguitava cogli occhi ansiosi; parea che quella efimera gloria non più avesse incanti per lui: la febbre gli circolava forse per le vene, perché se tolto gli si fosse dal volto il belletto, si sarebbe visto scolorato e sparuto più del solito.

   Dovevasi eseguire lo sfondamento di due palloni col dorso, e il Diavoletto doveasi trovar sul cavallo col capo in giù e colle gambe in aria.

    Ricomincia un’allegra musichetta; egli sferza con la voce il destriero; il suo sguardo si ravviva; fa tre volte il giro dello steccato nello spazio di tempo che ci vuole per un atto di respirazione, e già, voltatosi di spalle al cavallo, spiccava d’un salto a’palloni, per trapassarvi, quando gittò un grido soffocato, tremò tutto; parve si sospendesse nell’aria un istante, sfondò i due palloni; ma egli avea già perduto il tempo; il cavallo era sfuggito, e cadde sul parapetto che lo divideva dagli spettatori.

   Ad un palchetto avea veduto Angiolina!!

   Il teatro parea volesse crollare sotto gli applausi che il pubblico prodigalizzava al miserello per incuorarlo; ma quelle grida e que’ rumori soffocavano l’ultimo gemito di Giacomino.

   Una vertebra dorsale gli si era rotta.

                                                                             FRANCESCO MASTRIANI