D. Stecchino è un ometto poco più alto di tre palmi, ma ha un capo quanto quello che Grandville diede ad un famoso drammaturgo francese. Egli ha un moglie per nome Lunapiena, così grassa che potrebbe dar l’idea dell’infinito di Pascal, il cui centro è dappertutto, e la circonferenza in verun luogo; e il buon uomo con la massima modestia si fa lecito di chiamar quel pallone animale, la sua cara metà mentre egli non è che una infinitesima frazione di lei. Questi due affezionati coniugi hanno speso dieci anni ad amoreggiare, ed altri dieci per confezionare un figlio maschio il quale sarà un giorno un mostro di scienze, ed un celebre avvocato.
Il giorno 29 maggio dell’era corrente, all’una e dieci minuti dopo mezzo giorno, nella strada di Porto, è nato tra i viventi e tra i morti il futuro avvocato e nobile erede Pistillo-Stamigna, giusta i registri dello stato civile firmati da D. Proculo scritturale e da D. Tuttigabale, maestro di scuola e trattore, alla cui nota dottrina e probità, dovrà essere affidato il fanciullo.
Desiderato come dalle brutte si desidera un amante, festeggiato come un provinciale innamorato che viene a parlare al babbo pel matrimonio, sospirato come la morte di un zio ricco, è venuto al mondo questo eroe marmottino, delizia d’ogni core.
Beati il padre e la madre! Quanta gioia promette loro in avvenire questo rampollo degli Stecchini! Quanto lustro accrescerà al nobile casato questo caro figlio! Beata quella donna che un giorno gli sarà compagna nel duro calle della vita! Beati quei figli che nasceranno da tanta beatitudine!
In casa della puerpera è un subbuglio, un cicaleggio, un ronzio, un trambusto, un gridare a festa, un cantare a coro, un baciar perpetuo, un rimescolarsi di tutt’i cugini, di tutte le cugine, di tutti gli amici, compari, assistenti, servi e levatrici.
È un terno cascato addosso a quella famiglia; un tesoro venuto dalle profonde visceri di D. Lunapiena.
La sera ci è festa da ballo. Sono invitati due corni che abitano dirimpetto, e un controbasso, amicissimo di D. Stecchino. La sala rigurgita di gente; le sedie sono disposte a file come in una platea: vi è Donna Petronilla, la donna di Don Mustaccetto, Donna Serafina sorella di Don Pizzo. Donna Checca vedova d’un quidam militare; e tante altre gentili donnette, schiuma di Porto, fior fiore della roba femminile. Tra gli uomini poi si distinguono D. Nicodemo, tenore di forza che prende il bemi. D. Nefoce, basso profondo che prende il sol sotto; e D. Stercuzio, maestro di sala, che porta una chasse che gli giunge a’talloni, e uno scarpino che covre un piede più lungo d’una paletta. Ci sono molti grassi papà con le cravatte bianche (ultima moda) così alte che non possono muovere il capo, varie zitelle di 40 anni che non ballano per divieto degl’innamorati, molti signorini co’ guanti paglini e le mani nere, ed un’infinità di ragazzi d’ambo i sessi che mangiano sempre cibi oleosi e grassi, e vanno a zonzo per la sala, talvolta raggruppandosi e facendo uno schiamazzo da far arrabbiare i cani di tutto il quartiere, e talvolta mettendosi in fila come soldati, e buttandosi addosso alle vecchie, le quali rappresentano i nemici presi d’assalto.
Quadriglia in piazza, grida D. Stercuzio con una voce più chioccia di quella di Pluto, ed incespicando co’piedi tra le gambe d’un notaio biondo e grasso coma Bacco − A questo magico grido, saltan su tutt’i ballanti ed afferrano le mani delle damine, menandole in mezzo alla sala da ballo − I corni intonano la contradanza francese, complimà vo dam e turdimè − Moine reciproche tra le dame e i cavalieri; sorrisi tra gl’innamorati, e prime strette di mani − Gran rondò a druattagosce − La grascena − Qui accade un orribile pasticcio per cagione d’un provinciale che non ha voluto lasciare la mano della sua bella – Balanzè o turdemè. D. Stercuzio batte le mani, e si asciuga la fronte.
Succedono le altre contradanze in su questo andare, e poi si balla la gavotta, e il cotillon. Verso la fine della festa escono i tarallini e il vino, ed è questo il campo di bravura, dove si distinguono tutti gli eroi invitati. Ci è qualcuno che ha tirato di tasca un pezzo di formaggio per appoggiare il bicchierotto; un altro si ha nettata la bocca col dorso della mano, e una signorina ha creduto più conveniente di bere nella bottiglia – Finita la festa tutti vanno a dare un bacio al figlio maschio, ed escono allegri e rosei come zucche; soltanto i due corni restano a cena.
FRANCESCO MASTRIANI