Il Guaglione napolitano ha ereditato le note specialità del defunto Lazzarone, questo tipo della vecchia Partenope, questo famoso perdigiorno, dal berretto cilestro, dalla fascia rossa sul corto calzone a lunghe liste, con le braccia e il petto screziati di pitture, con la eterna pipa nella cintura. Il Lazzarone più non esiste da parecchi anni, ed in sua vece e sorto un ragazzotto milenso, che si chiama Guaglione.
Il Guaglione è fratello del gamin di Parigi, dell’urchin di Londra, del biricchino di Bologna, e del monello di Firenze; vale a dire un fanciullo del popolo, che ruzza da mattina a sera, che ha tre cose eminentemente romantiche, la povertà, l’ignoranza, e l’abbandono.
Carlo Nodier ha scritto in Francia un lungo articolo su Pulcinella, e ha detto a ragion veduta che questi e stato il più grand’uomo del mondo. Quando quell’insigne giornalista parlava del Pulcinella, intendeva tesser la biografia del mio Guaglione. Ed infatti chi è mai Pulcinella, l’uomo de’due emisferi? Chi è Pascariello, di cui si son dette tante belle cose? Chi e Pagliaccio, la cui fama non andrà spenta per volger di secoli? Chi è mai il sommo Arlecchino, rivale di Pulcinella? Chi sono mai tutti questi uomini, che da’ sapienti vengono chiamati buffoni, e da’ buffoni vengono addimandati sapienti? Tutti individui che hanno un sol tipo, il mio Guaglione.
Guardatelo, egli e accoccolato sotto la banca d’un venditore di cocomeri, e giace ivi inosservato, negletto, calpestato come la scorza ch’egli rosicchia ed abbandona a sua volta. Guardatelo; egli è lacero, scalzo, guitto; la sua fisionomia è pallida non pel sentimento della sua miseria ed abbiezione, ma per lo scarso e malsano cibo, ond’ei si nutre. Niuna memoria rotola pesante o si affaccia lusinghiera in quella testolina, niuna previdenza fa tristo, e l’obbliga a pensare; eppure quel fanciullo ha un’anima tal quale ricevettela dal cielo, un’ anima che è la stessa di quella di Newton e di Napoleone; quel fanciullo ha un cuore forse più nobile di quello che alberga sotto uno stemma, ha un nome forse più puro di qualche altro carico di preposizioni e di blasoni. Il Guaglione ha una patria che lo ama più di tutti gli altri suoi figli.
Quando i suoi genitori lo han cacciato nella pubblica strada a pitoccar cogli stenti e le fatiche il pane quotidiano: quando la società gli è passata d’accanto gettandogli addosso il disprezzo e l’ignominia; quel fanciullo più felice de’suoi genitori, più incontaminato dell’intera società, si è ricoverato nel seno della vera madre, la patria, stampato in fronte a caratteri indelebili il marchio del suo nome, e gli ha dato il suo vero linguaggio.
Il Guaglione è il tormento obbligato de’cani e de’cocchieri, sovente egli si diverte a ligar per le code due cani, i quali in quel momento rappresentano due cantanti che eseguono un duetto. Il Guaglione è per indole furbacchiotto e tristarello, e benché incapace di cattive azioni, suol non può infinocchiare compagni quando gioca alle castella (giuoco di nocciuole), alle palle, o al capo o croce. Soventi volte egli si accoscia dietro i cabriolets per farsi una passeggiata in carrozza; o se ne va al Molo per sentire il Cantastorie, o le Bagattelle. Il molo è il salon del Guaglione, quello è il suo sito di ritrovo co’compagni; ivi gli si allarga il petto e la mente, e si sviluppano nella sua fervida immaginazione i belli disegni di furberie. Al Molo il Guaglione è compiutamente felice; ivi egli mangia, beve, si diverte, passeggia, trova un posticino al sole, vede la terra ed il mare.
Nella bella stagione è curioso il vedere una mano di questi indemoniati saltar nelle acque del porto del Molo, ed eseguir tanti giochi, capitomboli e corse. La freschezza delle acque, l’amenità del sito, il bisogno di forti sensazioni, spingono i Guaglioni a questa specie di marittima ginnastica, per la quale eglino corroborano le membra, e si rendono atti alle più ruvide fatiche.
Il Guaglione va sempre scalzo, con un calzone d’incerto panno e d’incerto colore; il suo vestito è quasi sempre lo stesso in tutte le stagioni.
Il Guaglione ama. Il suo amore è felice perché libero come un’aura, come un sospiro. La società che gli ha negato il prestigio delle lettere, ha serbata intatta nel cuore di lui la voce di natura, egli ama, e il suo amore non si nutre della rabbia degli ostacoli; non innalza edifici d’illusione che un amaro disinganno rovescia ed annienta. Quando egli è giunto a tempo stabilito, non va ad offrire alla sua sposa un titolo che le attesti l’ozio effemminato di una intera vita, o un nome che si trova ne’taccuini di cento usurai; egli le offre la sua mano, cioè il vero e sicuro mezzo di sussistenza. II Guaglione vive come l’Arabo di Palmira. Quando ha guadagnato l’obolo del giorno, egli si sdraia sulla nuda terra spensierato, allegro, contentissimo; ed accompagnandosi con uno scacciapensieri canta Io to voglio bene assai, o Aggio visto na figliola, ovvero l’aria siciliana Te vogghiu fari ririri. Talvolta io lo veggo a seder pensieroso in riva al mare, ne’be’ mesi di està, col capo curvato sulle ginocchia, e colle ginocchia piegate e semicerchio. Chi sa quanti sublimi pensamenti, quante meditazioni incognite al dotto, quanti be’slanci d’immaginazione passano per quel capo! Bambocci del secolo, allontanatevi, rispettate l’uomo della natura, il figliuol del paese, rispettate il Guaglione.
FRANCESCO MASTRIANI