Ecco un ente infermo della società, una creatura nata sotto una cattiva stella: i suoi genitori lo misero al mondo, legandogli una piaga che eglino avevano ricevuta dai loro antenati, la lite. Fin dal momento che egli schiuse le luci al sole, ed i polmoni all’aura corruttrice della società, le Pandette s’impossessarono di questa povera vittima e i Patrocinatori cantarono un’osanna al neofita delle liti. Eccolo adulto in tutta la forza della ragione ed in tutto il vigore d’un uomo destinato alle aspre notifiche del foro: ma un pensiero fitto, tormentoso, inamovibile ha stampato un profondo solco sulla fronte di lui; i suoi occhi allargati da una continua premeditazione sembrano voler immergersi fin nel profondo de’cuori e scavar nelle menti. Ma chi è egli mai costui, mi dimanderà l’innocente lettore: niente altro che un innocentissimo galantuomo, al quale da’suoi padri è stato lasciato in eredità un feudo, una casa, una proprietà qualunque contesa da 200 anni da altra generazione: sul principio l’eredità era vistosa, ma da anno in anno gli avvocati e gli uscieri spigolarono il campo fino a ridurlo un povero orticello: il nostro galantuomo, unico avanzo d’una stirpe litigiosa, si è avviticchiato a quell’orticello con tutte le potenze della sua mente e del suo cuore; si è afferrato come una pulce alla toga di un forense, e si è gettato a corpo perduto su i codici, sperando sempre che un giorno si faccia giustizia a’suoi antichi diritti.
Il Litigioso vive una vita infelice, i suoi giorni sono divorati dall’ansia del successo, dalle cure della causa, da’voluminosi processi; le sue notti sono turbate dalla voce altisonante degli avvocati, da’queruli appelli alle camere, da’veti e dalle sentenze.
Vi sono de’giorni in cui il Litigioso ha de’lampi di gioia, delle visioni deliziose, quando cioè scava in un processo una postilla che fa al suo caso, e una interpretazione a suo favore: allora egli non è più lo stesso uomo; la contentezza sfavilla ne’suoi sguardi come se avesse vinta la causa; egli è ciarliero, allegro, vivace, parla a tutti di quella postilla, di quella interpretazione, corre tosto dall’Avvocato per comunicargli la felice scoverta. Uomo beato! ma i piaceri della vita sono fugaci, e le amarezze permanenti; ecco egli giunge trafelato dal suo patrocinatore, il quale sta ancora a letto; poche parole sono scambiate tra loro estranee all’importante oggetto che deve seriamente occuparli: il Litigioso caccia un protocollo lungo una canna ne tira un zibaldone largo un’altra canna, e senza dare il tempo al professore di cacciarsi le lipposità dagli occhi, gli legge ad alta e sonora voce gran parte del zibaldone che ha in mano: il professore sbuffa, si soffia il naso, prende tabacco, caffè e rum, dà un ordine alla fantesca, sgrida un ragazzo, e si stende nel letto. Dopo un’ora buona il Litigioso prende fiato, e dimanda l’avviso del forense, ed ecco il dialogo che ne siegue:
«Caro amico, codesta postilla non mi era già sfuggita; io l ‘ho taciuta nell ‘informo perché potea farci più male che bene».
«Come!!!».
«Certamente, essa si oppone all’articolo tot e seguenti delle Pandette Giustinianee».
Il Litigioso diventa bianco come una lenzuola del professore, il quale gli offre indifferentemente una presa di tabacco.
Vi scansi il cielo di stringere intimità con un Litigioso; vi consiglierei piuttosto di buttarvi a mare. In qualunque ora, in qualunque luogo, dovete divertirvi a fargli da giudice, ed a sentire cinque o sei informi al giorno, ed a digerire processi più lunghi delle ore noiose: egli non saprà parlar d’altro che delle sue cause; avrà sempre in bocca le parole enfiteusi, prescrizione, radiazione, purga di mora, sentenza in contumacia, costituzione di patrocinatore, declinatoria, perentorio, eccezione dilatoria, ed un altro milione di queste parole lunghe e nere come la toga degli Avvocati.
Il Litigioso vive una vita cortissima, perché le cause che ingrassano i forensi dimagriscono i clienti, e li menano presto al sepolcro.
FRANCESCO MASTRIANI