UNA SERA A POMPEI
(frammenti)
…ed ora Pompei siede
così bizzarra nel mezzo
delle vicine città, come
siederebbe uno de’suoi pri-
mi abitatori in mezzo agli
attuali suoi posteri
Kotzebur
Solo nell’immensa solitudine di Pompei!
Venti anni di vita sullo scheletro di diciotto secoli!.. Solo in Pompei!!.. Quanta tristezza è in queste due parole. Ed io era tristo come chi ama senza una speme, tristo come un esiliato in remotissima landa.
E mi sedetti sugli avanzi d’una fontana… La pallid’amica della notte sorgea lentissima e stanca a schiarar della sua luce la dubia tinta di quelle pietre, su cui il tempo è passato, come 1’ombra d’una nube, senza toccarle… Ed il raggio di luna si posava su quella terra di morti, appunto come quando avviluppava della misteriosa sua trasparenza le voluttuose orgie de’molli Pompejani.
Com’è cara quella sensibile auretta che ti bacia la fronte, passando su i lunghi fili d’erba, ond’è coverta tutta la grandezza d’una terra la più beata sotto la faccia del sole! E quell’aura ha tutta la dolcezza dell’amplesso d’una sposa desiata, tutta la soave tristezza d’una rimembranza!
Pompei è un’immensa artistica malinconia sfumata nell’album de’secoli, un caro nome posato sovra una massa informe di ruine, come s’incide il nome d’un trapassato sulla sua tomba. Essa è un’ombra gettata sulla vanitosa grandezza de’popoli, una vasta ispirazione al genio delle belle arti italiane, la tomba scoperchiata d’una illustre straniera. Ei bisogna essere artista per visitar Pompei, bisogna aver sofferto, bisogn’amare. Oh sì, bisogna amare!!… La turba degli uomini non intenderà queste mie parole; essa si porta a visitar Pompei, per abbandonarsi alla crapula ed alla licenza. Stupida e beffarda, essa non vede in quelle ruine che un luogo di diporto, in cui va a depor la noia, come in una bottega da caffè.
Quelle sparpagliate colonne ignude in mezzo alla solitudine, ed immobili quasi per incanto di meditazione, que’bassorilievi scompigliati e strani, quelle mura infrante e scolorate, que’lari abbandonati come da pochi giorni, quel silenzio che parla alla fantasia tutta una storia di sventure, quel non so che di lamentevole, che si spande all’intorno, come se ancora si udissero i gemiti angosciosi e soffocati d’un sepolto vivo; ed infine quel contrasto di chiaro-scuri che la luna disegna sovra la memoranda città, oh queste cose sono pure un incanto per chi visita Pompei di sera; ed aggiungi que’tanti ricordi favolosi, che prendono vita fantastica, sembrandoti ad ogni momento vederti seduto al fianco, o volarti sugli occhi qualche malinconica Deità di quei luoghi.
Pompei è lo studio degli artisti; le sue terme, i suoi tempî, i suoi teatri, i suoi musei, le sue colonne, veggonsi ritratti in tutte le sale, imitati in tutte le scuole. Un tramonto di sole contemplato da un artista seduto sovra una mutilata colonna, il primo saluto del giorno sugli archi frantumati d’un tempio, un rozzo contadino sdraiato sur una zolla di quella terra solenne; ecco quadri sublimi; paesaggi bellissimi.
Era la prima volta ch’io visitava Pompei, non volli però lasciarla senza restare tutto vergognosetto ed oscuro il mio nome ove non isdegnarono tanti insigni forestieri di lasciare un ricordo del loro passaggio, ed ove leggonsi i nomi di Bulwer, Walter Scott, Lamartine, Chateaubriand, Dumas, e tanti altri che vennero a tributare un saluto ed una lagrima alla mestissima Pompei. Epperò colla matita scrissi sul margine della fontana, ov’io sedea, i seguenti quattro versi da me sottoscritti;
U’ siede pensoso il fantasma del tempo,
Che i secoli vide sparir nell’obblio,
Audace figliuolo d’efimera polve,
Tristissimo e oscuro sedetti ancor’io.
Francesco Mastriani