In principio fu la donna che seminò discordia e malattia. Ella era al pari estremamente e feralmente bella e per questo anche più micidiale. Tutte le sciagure dell’umana progenie all’alba del 2 ottobre dell’anno 1836 provennero da questa dama, elegante e misteriosa, che il popolo napoletano aveva avuto modo di ammirare svariate volte alla conduzione della sua nera carrozza, alla Riviera di Chiaia, dalla macabra e inconfondibile decorazione con teste di morto.
Senza voler troppo svelare al lettore di questo gustoso e avvincente romanzo gotico di Mastriani, dal sapore esotico e dall’accento evasivo, anticiperemo qui che l’opera ha a che fare con l’incombere della prima ondata del morbo asiatico a Napoli. Il resto è tutto in ciò che si dipana tra un mistero e l’altro attraverso l’agile penna dell’autore che si destreggia in un genere in cui e maestro, tra il folklore e il mistero, nei circuiti della società salottiera e civettuola della Napoli borbonica, e al di fuori di essi il rumore di fondo della denuncia sociale, qui appena abbozzata data la destinazione del romanzo, d’appendice, apparso sul Roma in 66 puntate, tra il 15 marzo e il 21 maggio 1880. L’opera, praticamente ignota, fu pubblicata in volume solo una volta per i tipi di Gabriele Regina nello stesso anno, per poi scomparire nella pletora dei lavori dell’autore, celebre per la sua produzione prolifica che arriva, a voler contare solo i romanzi, al numero di oltre cento lavori.
A quanto sembra a Napoli il popolino, e non solo, in quei tempi cantava una lugubre canzone che raccontava di una donna misteriosa con la faccia da teschio. Chiunque la guardasse negli occhi rischiava la morte immediata. Era straniera, molto ricca e per qualche tempo aveva soggiornato in città, facendo nascere attorno alla sua figura sospetti e inquietudine. Tanto che anche quando se ne fu andata, a Napoli rimase, intrecciata alle note di una filastrocca, evidente testimonianza della paura del diverso, incarnata dallo straniero fin dalla notte dei tempi.
Anche la protagonista di questo romanzo, Naim Dolany, una forestiera polacca di religione ebraica che ha preso in fitto un piano intero di un albergo al Chiatamone, dal cui balcone si racconta che gittasse a poverelli monete d’oro, nota tra gli avveduti e più istruiti per la sua sovrannaturale bellezza, e, tra i superstiziosi che potevano ammirarla solo in carrozza, come la Signora della Morte. La favola popolare porge a Mastriani, ascoltatore attento dell’umore popolare, lo spunto per far giungere a Napoli la versione femminile dell’Ebreo errante di Eugene Sue, il ciabattino che, secondo la tradizione medievale, si macchiò della colpa di aver negato a Gesù un po’di ristoro e per questo fu condannato a vagare senza posa per le strade del mondo, attraversando le epoche e portando con sé in ogni luogo letali malattie e sciagure. Al pari di lui, la straniera polacca ha origini archetipiche, essendo figlia di Adamo e di Eva e avendo per fratelli Caino e Abele. E questa componente dà forma a un’ ipostasi esemplare che se da un lato sospinge Naim Dolany nell’ astrattezza primigenia del racconto biblico, dall’altro s’incarna e prende consistenza di seduzione tra le spume burrascose che affannano gli anfratti del Chiatamone e le inquiete dicerie che serpeggiano, veloci e sinuose, nel compiaciuto trastullo delle passeggiate dei nobili a Chiaia, nella febbrile speculazione dei caffè di Toledo fino alle controllate atmosfere delle magioni aristocratiche del Mercatello, dove si riunisce l’eletta brigatuccia di nobili dame, di persone rispettabili, di giovani eleganti, attrice e spettatrice di questa Napoli di inizio secolo, in definitiva e nonostante gli eventi sempre gaia e spensierata e noncurante del domani, chiassona, burlona, taverniera.
Un mito quello della Signora della Morte che quindi prende corpo unendo l’alto della tradizione biblica e delle citazioni delle opere più apprezzate della coeva letteratura francese e il basso delle credenze popolari: con un piede in Francia e l’altro a Napoli, l’autore rivendica l’appartenenza di questa figura leggendaria al suolo partenopeo, ancorandola, come lui stesso annota, alla protagonista di una celebre commedia di Pasquale Altavilla andata in scena al teatro San Carlino nel 1843, La sposa co la maschera ovvero Pangrazio biscegliese mpazzuto pe ffa spusa’ lo figlio co una dama co la capo de morte. E il commediografo a sua volta dichiara che l’idea di scriverne nacque proprio dalla diceria, perché a Napoli in quell’anno la gente non faceva che parlare di quella faccenda. La storia, scritta da Altavilla in tre giorni, racconta di una giovane donna milionaria che nasconde la sua deformità con una maschera, anche lei straniera e anche lei residente al Chiatamone, sotto i cui balconi usavano riunirsi nobili e plebei nella speranza di potersene assicurare i favori, sposandola, per vivere una vita di agi. Le chiacchiere sul suo conto nutrono l’immaginazione del popolo napoletano che fa nascere le più diverse fantasie: la donna si accompagna ad un signore anziano che non si sa se sia suo zio o suo padre, e nata con la testa di morto perché la madre l’ha tenuta in grembo piangendo ininterrottamente per la dipartita prematura del marito, o ancora, la dama ha volto orrendo, ma la sua maschera è bellissima.
Mastriani dal canto suo, selezionando e componendo queste sollecitazioni, dà vita a una figura opposta a quella della dama di Altavilla: la nostra signora infatti usa la maschera non per nascondere il suo macabro sembiante, ma per celare un segreto, per creare al contempo intorno alla sua figura una mistificante suggestione e per velare una bellezza insostenibile, tale da abbagliare l’occhio di qualunque uomo e da ingenerarvi uno stato simile all’ubriachezza, come chi ha bevuto un veleno intossicante, ma dalla dolcezza ineffabile.
E la natura e gli effetti di tale veleno sono eterogenei e sempre ferali, perché in grado di intaccare il più solido degli amori coniugali, ma anche, in una dimensione collettiva e in prospettiva storica, di divenire veicolo del flagello del colera. Alla polacca infatti Mastriani riconduce la responsabilità, come avviene con 1′Ebreo errante di Sue, di portare con sé la morte dalla Vistola all’Europa e dunque a Napoli nell’anno fatidico della prima ondata del morbo nella capitale partenopea, il 1836. Un anno di cui tutti ricordano un preciso giorno, il 2 di ottobre, in cui dopo la prima morte sospetta si dichiarò infine ufficialmente il decesso del paziente zero, personaggio qui reinventato per la finzione letteraria. Della medesima ondata colerica Mastriani tratterà nuovamente ne L’orfana del colera attingendo a piene mani questa volta alla cronaca invece che alla fiaba popolare. Nel romanzo, anch’esso apparso a puntate sul Roma, tra il 1884 e it 1885, e pubblicato in volume per la prima volta per i tipi di D’Amico in questa stessa collana nel 2022, i riferimenti all’epidemia sono tanto puntuali da coincidere con le notizie apparse nei bollettini ufficiali e nelle pagine dei primi cronisti delle ondate epidemiche del 1836 e del 1837, abilmente intrecciati con le vicende che narrano del tenero amore dei due giovani popolani Marta Cardito e Liborio Esposito. Nel nostro romanzo invece il popolo non esiste, se non nella diceria di un coro percepibile ma quasi silenzioso, concentrato com’è sulle vicende di personaggi appartenenti al ceto aristocratico e borghese; e il colera sfiora appena la trama se non come ulteriore elemento caratterizzante il mito della macabra dama, reimpiegato da Mastriani con una sopraffina applicazione della variatio in imitando rispetto ai modelli della letteratura epidemica. Un genere peraltro in quegli anni saldamente connesso alla fortuna di quello gotico e del mistero, di cui fu una pietra miliare I misteri di Parigi di Sue del 1842 e che ben presto diede impulso ad un vero e proprio filone delle città dei misteri e delle miserie, con epigoni in tutta Europa, tanto che, parole del nostro autore, ogni paesello, ogni borgata ebbe un Eugenio Sue, tanto che i Misteri vennero in parodia. Eppure tra questi vi troviamo il celebre lavoro di Mastriani stesso, I misteri di Napoli (1869-1870), opera che a discapito del titolo abusato si incanala in un filone più affine alla denuncia sociale che alla roba da scandalo e alle ascose turpitudini strombazzate ‘a quattro venti divenuti ormai temi classici e po’ triti del genere inaugurato da Sue, e invece, ancora una volta per contrapposizione dell’ imitazione, finalizzato a rivelare nell’operazione di Mastriani gli occulti splendori dell’anima sofferente nelle torture sociali. E tra le piaghe che afflissero la società napoletana, Mastriani non mancava di riprendere il tema del colera anche perché, lo scopriamo in un accorato sfogo autobiografico dell’autore nell’opera appena citata, fu proprio durante l’ondata del 1836 che Mastriani perse sua madre, tra le prime vittime colpite dal morbo asiatico, la cui morte feriva l’animo del figlio sedicenne come un colpo di fulmine in pieno azzurro di cielo.
Come un tenebroso assassino il colera intacca profondamente l’esistenza del nostro autore nel fiore della sua adolescenza, così come quella dei giovani di questa vicenda, sebbene attraverso le spoglie di una donna misteriosa e bellissima, armata di un’ inestinguibile sete di vendetta, destinata a turbare le tenere promesse di felicità e decoro delle altre protagoniste femminili del La signora della morte. Costantina ed Evelina, le nobili figlie della duchessa di Sant’Ippolito, sono la controparte tipologica femminile di Naim. Tra loro peraltro diverse come il sole e la luna, e simmetricamente impegnate in relazioni amorose condizionate dall’operato crudele della polacca. Costantina è una donna obbediente e dedita alla famiglia, colma delle più rare virtù in realtà più per la fortunata circostanza di essere capitata in un matrirnonio combinato felice, ma per temperamento fredda e indifferente a tutto. Diversamente la sorella minore, Evelina, bruna e pallida come la luna, ha nervi, sensi, immaginazione e cuore, un animo che lo spegnitoio del monastero non era riuscito a smorzare, è una donna dalle doti fisiche e morali non comuni, in grado di distinguersi ed eccellere per il gusto squisito. Se Costantina è bella Evelina è attraente, una di quelle che non dimentichi, dotata di una forza d’animo capace di tutto. Evelina è destino. È di certo il personaggio femminile più rotondo di questo romanzo, sodale di un piccolo manipolo di guerriere in un mondo di uomini più o meno galanti, ma dal carattere debole pronto a flettersi come canna al vento dinnanzi a una bellezza disarmante che fa scordare l’amore più devoto o almeno professato tale.
La città che fa da sfondo alla vicenda è la Napoli borbonica, imperniata sull’asse di Toledo a fare da collegamento tra la residenza al Largo del Mercatello, oggi Piazza Dante, della famiglia dei duchi di Sant’Ippolito e la terminale propaggine opposta che prelude ai luoghi del passeggio marittimo, dal Chiatamone alla Riviera che costeggia la Real Villa di Chiaia, dove la carrozza della signora della Morte aveva modo di dare il macabro spettacolo cui i curiosi anelavano di attendere. La via di Toledo mastodontica cerniera dotata di tutti i più moderni ricettacoli e avamposti dello svago e della socialità, come il Caffè di Parigi e lo Spaccio di eccezione di tabacchi e sigari esteri, e lo spazio franco che connette due universi separati, quello dell’ordine, rinchiuso nella nobile magione della famiglia perfetta che tutti conoscono e invidiano, e quello in cui risiede la dama fatale, luogo esposto all’impeto del mare e al caos che si propaga attraverso la spregiudicata e incessante operazione di vendetta della tremenda arpia. Naim incarna un prototipo fin troppo noto ai napoletani, quello della donna-sirena che seduce e uccide, il cui spirito alberga ancora oggi nei luoghi fatati e fatali delle rive Platamonie, saldamente legate nella tradizione mito-poietica al luogo di sepoltura di Partenope dal cui destino di morte nasce la città. E come per la decantata sirena-madre il contrasto tra il tema della morte e la vita che ella genera attraverso una città così eclatante in tutte le sue manifestazioni naturali, caratteriali e artificiali, si fa cogente anche per Naim che sceglie una maschera di morte, conforme al suo destino di untrice inconsapevole, apportatrice di distruzione, per un sembiante che e l’incarnazione di tutto ciò che è vita. Ma che morte e morte, voi siete la vita con tutti i suoi incanti, la bellezza con tulle le sue seduzioni, la gioventù con tutti i suoi profumi, replica il conte Sebastiano, ribellandosi alla scelta della dama di apparire agli occhi di tutti come la lugubre personificazione della fine. La fine di un’epoca, gli ultimi bagliori della monarchia borbonica che Mastriani aveva avuto modo di vivere e decantare in gioventù, quanto di esecrare nella maturità. La cronaca cittadina, il piacevole e talora conturbante aspetto dei personaggi, specie dei due forestieri, e i dettagli di moda e costume sono elementi che il versato romanziere d’appendice cura in maniera particolare, per soddisfare le amabili leggitrici alle quali si rivolge spesso, usando tutti gli espedienti più funzionali ad avvincerle e a tenerle in sospeso, alimentando la curiosità di scoprire il susseguirsi degli eventi e di dipanare la matassa della trama.
All’altezza della composizione del romanzo lo scrittore ha già alle spalle gli anni delle sue opere di denuncia sociale, quelli dei Vermi, dei Figli del lusso e delle Ombre. Ha già capitalizzato la sua esperienza di lunga osservazione e di studio delle diverse classi che compongono il consorzio umano, rivendicando la primogenitura in Italia nel genere del verismo. E ha poi altresì intensificato, specie negli anni Settanta dell’Ottocento, la produzione di romanzi storici. Nell’agosto del 1880 Mastriani doveva aver già pubblicato in volume La signora della morte, perché lo vediamo comparire davanti a un notaio insieme all’ editore Gennaro Salvati per cederne, con altri 54 romanzi, i diritti di pubblicazione per la cifra complessiva di 5000 lire. Così come osserva Cristiana Anna Addesso non doveva essere infrequente però da parte di Salvati la circostanza di rivendere le sue opere ad altri stampatori, come accade appunto anche per questo romanzo che viene stampato da Gabriele Regina. La signora della morte sarà dunque pubblicato in tre volumi, di poco più di una novantina di pagine ciascuno, secondo una consuetudine che lo stesso Mastriani non aveva mancato di deprecare quando, nella prefazione all’ultima edizione del suo primo romanzo Sotto altro cielo (stampato postumo nel 1892), nell’inaugurare il sodalizio con Salvati e il nuovo corso che si annunciava grazie alla ristampa della sua opera integrale, denunciava il comportamento di molti suoi editori passati, questi carnefici del pensiero che domandano editori e librai, che nella fretta di pubblicare in volume molti suoi testi apparsi a puntate sui giornali non avevano esitato a consegnare alle stampe opere piene di errori. A ciò si aggiunga la prassi di suddividere appunto i romanzi in tre o quattro volumi da sacramentali novantasei paginette per aumentare il guadagno, allungando il brodo, prendendo a casaccio una novella, un racconto, una minchioneria qualunque d’incerto autore da aggiungere ai racconti di Mastriani se la divisione della materia scritta in volumi comportava squilibri rispetto a quel numero sacramentale stabilito di pagine. Ne dobbiamo dedurre quindi che questo fu anche il caso de La signora della morte, di cui Salvati aveva sì acquisito la proprietà letteraria nel 1880, ma che non aveva potuto pubblicare perché ancora vincolato, così come tutu i romanzi apparsi a puntate sul Roma, per un certo numero di anni. L’edizione di Regina quindi resta un episodio, destinato nelle intenzioni di Mastriani e Salvati ad essere superato da una più curata che non vide più la luce fino ad ora.
Consegnato all’oggi La signora della morte non smette di esercitare il suo misterioso potere seduttivo, così intimamente legato al carattere di una città che, nonostante gli incessanti e talora devastanti cambiamenti e in grazia delle dolorose contraddizioni, ne condivide intatto il controverso fascino.
PAMELA PALOMBA