1..Settembre 1855
Sono passati quindici giorni di sudori; tutto si è fatto col sudor della fronte, tutti quanti, e poveri e ricchi, hanno mangiato il loro pane col sudor della fronte, massimamente quelli che han mangiato la zuppa invece del pan crudo. A proposito di pane, voglio fare anch’io un piccolo comento a Dante. Che diascine! Se ne fanno tanti! Non ci è ciabattino o pizzicagnolo che non ne faccia; che male ci è che anch’io senta il prurito di farne? Se Dante non avesse fatto niente di meglio che dare occasione d’imbrattar tanta carta e far dire tante buassaggini, meriterebbe un posto tra i benefattori dell’umanità. Assioma inconcusso: Volete voi non capir mai Dante? Leggete i suoi comentatori, i quali gli mettono in bocca cose cui quel valentuomo non pensò mai. Dante è il poeta più prosaico che abbia messo in rima i suoi pensieri; e intanto i suoi rispettabili chiosatori il fan parlare né più né meno che come un Archeologo che interpreti una medaglia di Esefo. Or dunque, poiché Dante non può uscire dalle unghie de’chiosatori e de’spiegatori e imbrogliatori, mi ci metto io pure alla buon’ora per gittare un poco di luce sovra un verso del gran ghibellino-guelfo (pongo tutti e due questi aggiunti di parte avverse, giacché non si è saputo mai con precisione se messere Allighieri fosse guelfo o ghibellino: per me dico ch’ei non era né l’uno né l’altro, perocché egli non si curava che di essere un buon galantuomo). Avrete inteso o letto tutte le bestialità che si sono dette o scritte sul famoso verso
Siccome sa di sal lo pane altrui
Chi ha detto questo, chi ha detto quello, ma il fatto è che il signor Dante ebbe torto di pronunziare questa avventata sentenza, la quale è un paradosso bello e buono. Egli è chiaro che il sa di sal vuol dire con quanta pena si mangia il pane altrui, e quante fatiche ed umiliazioni costa, o presso a poco un significato di questa specie, tranne il caso che si voglia intendere che in que’tempi la gente che faceva il pane a casa sua non avesse l’usanza di metterci il sale, cosa che nessun commentatore ha mai detto finora. Or bene, io dico e sostengo che Dante si è lasciato scappare uno strafalcione di prima forza nel dire che il pane altrui sa di sale; imperciocché non ci è pane più piacevole di quello che si mangia gratis in casa altrui. Dimandate un poco a tutti quelli che ricevono inviti a pranzo a dritta e a manca, se mai han trovato troppo sale nel pane che han mangiato, e massime in que’gentili panetti della panetteria francese, che è la confutazione vivente del verso di Dante. Un’altra ragione voglio dirvi, per cui mi sembra che se a questi nostri tempi volersi farsi un’applicazione del motto dantesco, si farebbe senza più ridere la gente. Chi non sa che oggi la moda vuole che sulle mense de’signori colle fibbie il pane deve essere somministrato così omeopaticamente da ridursi un simulacro di pane: si mangiano con finissimo garbo e con maravigliosa alacrità di appetito una dozzina di portate della roba più eletta che offrono i due regni animali e vegetale, senza che il pane entri per nulla come accompagnamento de’pezzi. Egli è questo una specie di martirio incredibile per un povero galantuomo che sia avvezzo a divorare un pane d’un rotolo al suo modesto desinare o alla sua sfregacciolosa cena.
Uh! A proposito di cena; or mi scordava del meglio! Quest’ anno ci abbiamo avuto cene magnifiche a Frisia, a Posillipo, a Santa Lucia. Poche sere fa, era luna piena, e, come sapete, è il tempo delle cene; giacché gli astronomi, che scoprono i mondi con la stessa facilità onde io scopro un debito, non hanno scoperto le ragioni della profonda simpatia che è tra la luna piena e i vermicelli col sugo di pomidoro. Guardate dieci minuti la luna piena e negate se potete (checché dicano in contrario i romantici, gli innamorati e i poeti) che vi sentite in corpo una voglia sfrenata di vermicelli colle vongole, che i toscani si ostinano a chiamare telline.
Or dunque, le cene a Frisia sono state abbondanti ed hanno fruttato a que’tavernari quel tanto che basta loro da mantenerli con comodità fino alla prima luna piena dell’està vegnente 1856. La roba si gittava… da quelli che la pagavano a prezzi californici: era un incanto, un rapimento, un’estasi il veder tante graziose donnine affamate dar di forchetta a que’pesci vivi che sono una bellezza a vedere più che a mangiare; e parecchi di essi il domani ricompariscono sott’altra configurazione, e sempre vivi, sulle altre mense degli altri avventori.
È un incanto, un’estasi, un rapimento il vedere quei mansueti lions dar di mano a’calamaretti, come gli scolari a’calamari quando si azzuffano tra loro, e dire tante spiritosità da togliere tutto il sale al pane di Dante. Fu certamente una bella invenzione quella della luna piena! Beati que’pianeti che ne posseggono più d’una, e massime Saturno che, se non erriamo, ne ha nientemeno che sette! Immaginatevi che stuolo di poeti e d’innamorati e di Frisie e di Posillipi e di vongole ci devono esser in quel beatissimo pianeta, che speriamo che tra breve, la mercè del progresso de’mezzi di trasporto, possiam comodamente arrivare, andando un bel mattino a farvi colezione, per recarci la sera da Venere sua vicina per pigliarci altri divertimenti.
Ma lasciando dove si trovano Saturno e Venere, e occupandoci un poco de’fatti nostri, cioè de’fatti della Terra, benché il galateo vieti che la gente bene educata si mischi de’fatti degli altri, scendiamo a vedere quello che si fa su que’piccoli mondi di legno che si chiamano teatri.
Ci fu detto, ci fu annunziato, che un altro prestigiatore[1] avrebbe fatto in una di queste passate sere cose da stordire e da far rimanere il prossimo con tanto un palmo di naso. Ci si disse tra le altre belle cose che avrebbe fatto questo mago in frac, avrebbe niente meno che fatto sparire le donne!! Bazzecole! Il cuore ci palpitava dal piacere, i mariti avevano già stabilito di alzargli un monumento per raccomandarne la memoria ai posteri. Ma tutte le speranze rimasero deluse, e le donne invece hanno fatto il gran prestigio di far sparire lui! Sì, signori, egli è stato come una meteora che nessuno ha veduto; ed è stato una specie di mito.
Cosa bella e mortal sfugge alla vista.
A proposito di meteore, dicono che in uno degli scorsi giorni il nostro cielo, a prima mattina, abbia data una pruova di Aurora Boreale o di Fata Morgana o di qualche altro fenomeno di questa natura. Benché noi non l’abbiamo veduto, perché a quell’ora digerivamo le vongole dormendo, pur supponiamo che ha dovuto essere una cosa stupenda, che farà impazzare gli astronomi più di quello che già il sono. Evviva il nostro cielo! Anch’esso dà spettacoli straordinarii al pari del Teatro Nuovo, in cui oggi è tutto straordinario, a segno che lo straordinario è diventato ordinario.
Ci vien detto che un forestiero avendo saputo dell’affare dell’ aurora boreale, si fosse recato il domani all’Osservatorio in compagnia di alcune dame, e avesse pregato il direttore di far ripetere a richiesta lo spettacolo, credendo che il cielo avesse le consuetudini del Teatro Fiorentini.
Occupiamoci ora di cose serie; occupiamoci delle mode.
La novità più importante che ci sia venuta d’oltralpe in fatto di mode, è la nessuna novità. Voi potete vestirvi come meglio vi pare e piace; vi si dà il permesso anche di vestirvi come vestiva vostro nonno o vostra bisavola. I soprabiti a sacco sono stati fischiati fino a perdere il fiato, e oggi non si veggono che addosso a qualche ostinato imberbe scolaretto, che aspira ad essere un leoncino. Abbiamo osservato che i cappelli delle signore si riducono oggimai a simulacri di cappelli. Voi credete che una signorina abbia un cappellino in testa; oibò, è un’ illusione; accostatevi, e vedrete che ciò che voi credete essere un cappello, non è propriamente altro che una piccola cuffia, che copre appena l’occipite. Se la moda inventasse la grande invenzione di bandirli affatto, sarebbe la più bella cosa che avesse mai inventato; e non le mancherebbero le benedizioni de’padri, de’mariti e de’fratelli.
Ma passiamo da’cappelli delle signore alla letteratura, per quella specie di analogia che esiste tra il cappello e il capo, e tra il capo e le tante corbellerie che questo inventa, e di cui imbratta la carta. Oggi è una vera mania di sporcar la carta: un famoso e inesplicabile prurito si è appreso alle dita di tutti i miei simili da12 a 80 anni. Oggi tutti scrivono: non si è fatto mai tanto consumo di carta, quanta se ne fa nell’anno di grazia a cui siamo felicemente arrivati. Alcuni si gittano al Parnasso, e vogliono essere poeti a forza, anche quando non hanno la bosse poetica, e ti schiccherano anacreontiche, sonetti, sestine, odi, poemi interi. Questa razza di scapati è la più innocente: tutto il male che fanno è quello di ammazzare qualche loro amico che capiti loro sotto le mani, e che dee divertirsi ad ingoiarsi un migliaretto d’ endecasillabi, un paio di migliaia di ottonarî e qualche milioncino di quinari.
Sieguono poscia i drammimaniaci, poveri ammalati che soffrono la così detta febbre de’fischi, febbre acuta e spasmodica, dichiarata incurabile. Oggi il lustrastivali, che vi afferra il piede e ve lo pone su la sua cassetta, vi dirà in confidenza di aver composto un dramma pe’Fiorentini espressamente per la Sadowsky e per Majeroni: quel briccone dell’impresario si ostina a non farlo rappresentare mentre egli, il modesto autore, ha la certezza di aver scritto un capolavoro. Un bel mattino sorprenderete il vostro cuoco, il quale, invece di badare alla salsa sul vostro bollito, si occupa a trovare il finale d’un atto, che dovrà far cadere il teatro. Il vostro sarto, invece di dar de’punti a’vostri calzoni, fa de’punti di scena. E un giorno avrete anche la consolazione di sentire che il vostro Pasqualino o Ciccillo di otto anni, che l’altro ieri è passato dall’abbiccì al b a b, ha scritto una tragedia da far mettere ad Alfieri le mani tra i capelli – Vengono indi i giornalisti, direttori di giornali, collaboratori di giornali, scrittori di giornali: il mondo letterario artistico teatrale è nelle loro mani. Con un tratto di penna vi stabiliscono una riputazione o l’annientano.
Oggi il fare un giornale è la cosa più facile del mondo. Prendete un fanciullo, che non sia ancora venuto al terzo lustro; dategli cinque o sei ducati per pagar le spese d’un primo numero, quando non trovi un tipografo che gli faccia credenza; mettetegli nelle mani un quadernuolo di carta, e vedrete che n’esce! Non sì tosto pubblicato il primo numero, tutti gli artisti teatrali passati, presenti e futuri debbono associarsi, sotto la grave pena di essere di essere fulminati da quel foglio di carta. Non occorre il sapere almeno la grammatica; non si bada a queste pedanterie; che il giornale sia scritto in italiano o in arabo, poco monta, purché possa fare la sua figura sulle mensolette d’una bottega da caffè e nelle case dei cantanti. Ma di che parlerà, di che si occuperà questo giornale? Di TUTTO! Ecco la risposta pronta e immancabile. E andate poi a dire che questo non è il secolo del progresso! Vorrei sapere che altra pruova ne volete più luminosa e più irrefragabile di questa! ( 7 settembre)
15. Settembre 1855
Comincio col protestarmi che non ho di che parlare in questa quindicina, in guisa che potrei cavarmi d’impaccio con mezza colonna di roba; ma quando dico che non ho che dire, è un modo di dire, giacché, non lo fo per dire, ma in questo mondo ci è sempre qualche cosarella da dire: domandatelo, verbigrazia, alle signore donne che sono capaci di cinguettare per intiere giornate senza che si esaurisca mai la vena de’loro discorsi. Con un poco di buona volontà, si trova sempre un poco di maldicenza a fare, ma di quella maldicenza ben educata, così a fior di labbra, maldicenza da salotto e non da caffè o da trivio. Levatemi la maldicenza dalla società, e abbruciate i dizionari e le grammatiche, giacché non si dirà più una parola. Levatemi la maldicenza, e mi avrete levato il primo vincolo che unisce gli uomini tra loro. Portiamo opinione che la maldicenza è la base della società, e massime della società femminea. Come si dimostrerebbe in altra guisa l’amor del prossimo se un galantuomo non si occupasse delle faccende d’un altro galantuomo, e una damina non si fiutasse nel segreto d’un’altra damina? Voi me la chiamate maldicenza, e questo è amor del prossimo bello e buono, è premura che si prende pel bene dell’ altrui felicità, è bisogno cocentissimo di veder corretti certi difetti moderati certi mali abiti, banditi alcuni vizî. E poi, diciamola tra noi, che cosa diverrebbe questa povera società di esseri pensanti e parlanti, se non fosse ravvivata da un poco di scambievole critica?
La critica è l’anima delle conversazioni, e in questo secolo specialmente le amicizie non si coltivano che sopra tre elementi, ballo, giuoco e critica! Andate in una casa dove non si faccia un poco di questi tre mestieri; e ditemi se la più orrenda noia non s’impadronirà di voi, e vi farà esecrare il momento di averci messo piede.
Noi dunque faremo un poco di critica su tutto e su tutti, perocché scrivendo non possiamo occuparci né a ballare né a giuocare: meneremo leggiermente la frusta su le schiene della gente ben educata; li toccheremo, così en passant, senza fare loro del male, come si suole scherzare tra persone che sanno stare in società: faremo insomma qualche giuochetto di penitenza.
Siamo in giuoco. Cominciamo da una grande attualità non palpitante, i fichi! Sapete già che siamo nel mese di settembre, che è il mese delle campagnate a fichi, della persecuzione de’ fichi. Volete o non volete, dovete rassegnarvi a fare, almanco un paio di volte nel corso di questo mese, una tremenda indigestione di fiche e presciutto. Come fare per ischermirvi da certi inviti che vi piombano addosso quando meno li aspettate! Una mattina, il vostro amico Ernesto o Leopoldo o Peppino viene a fare un enorme baccano di urla e di fischi nel vostro portone, credendo di stare al Teatro Fiorentini, e non cesserà insino a tanto che voi, desto al soprassalto dal vostro sonnellino dell’oro, che io chiamerei piuttosto, per alcune vegetazioni animali, il sonnellino del piombo, non apriate il vostro terrazzino o la vostra finestra per sapere che cosa vuol da voi a quell’ora quel carnefice, a cui dovete dare il nome di amico e regalargli un sorriso mentre vorreste regalargli al più poco una schioppettata per avergli rotto l’alto sonno nella testa, e propriamente in un momento in cui la vostra alacrissima fantasia vi pingeva in una scena d’amore con tanta realtà da farvi risentire la più dolce commozione.
«Scendi subito, che bobbiamo andare a mangiar fichi» è la risposta che dà quel briccone alla vostra interrogazione espressa in termini che non sono forse nel dizionario italiano del Cardinali – Mangiar fichi!
Ma io domando perché questa irragionevole preferenza per questo frutto, condannato dalla prudenza sanitaria, per questo frutto, amico anzi fratello dell’olio di ricini e del cremore di tartaro, per questo frutto plebeo e comune, il quale per un grano vi si offre a dozzine. Ora noi domandiamo perché cotesta assurda preferenza per questo frutto il quale, tra gli altri peccatuzzi che ha sulla coscienza, ha quello puranche di rappresentare la nullità, la futilità; dappoiché non sentite altro da mane a sera che non me ne importa un fico ec. ec. Non sarebbe meglio che si avesse questa specie d’idolatria per le pere spadone, che sono rispettabilissime e raccomandate dalla facoltà? Oltre a ciò una pera spadona ve la potete mangiar sola senza quel complice del presciutto, che ricorda l’immondo animale da cui è tratto.
Ma, per proseguire il nostro discorso, voi vi alzate, vi vestite di fretta, vi precipitate per le scale, ed eccovi giù nel portone, dove gli amici vi aspettano armati di sigari per condurvi al macello… de’fichi. Si va di conserva a prender le donne, perciocché i fichi senza le donne non avrebbero sapore: le donne l’accompagnamento più gustoso de’fichi; in questo, superano lo stesso presciutto! Si prendono i somarelli e si corre al Vomero, all’Arenella, alle Due Porte, dovunque insomma la terra docile e obbediente caccia di quegli alberi dalle larghe fronde che servirono un giorno, nei primissimi tempi del mondo, a far quell’ufficio che oggi fanno presso a poco i calzoni o i calzonetti. Ma non credete che son tutti fiori quelli che incontrate nella vostra ficosa peregrinazione: non mancano le spine; e queste sono per le generali qualche vecchia che ha paura di andare a ciuccio, e, nella speranza di essere sorretto da qualche giovanotto, accenna di cadere ad ogni istante, a gran rischio e pericolo d’una delle tre C fatali della vecchiezza; qualche fanciullo di anni cinque, che vi costringerà a fermarvi ad ogni passo per certe voglie che gli vengono in corpo e che sembra impossibile come gli possano venire così di frequente; qualche innamorato o marito geloso che vorrà fare un concerto della scena finale di Otello nel bel mezzo del largo di Antignano, e tanti e tanti altri di questi piccoli guaiucci, di queste piccole miserie che s’incontrano nello andare a mangiar fichi.
Come tutto è pretesto in questo mondo, e massime quando ci sono donne per lo mezzo! Andare a mangiar fichi è un pretesto come ogni altro per andare a far l’amore un poco più comodamente che nel mezzo delle scale o di sopra la soglia d’un finestrone o al cantone del vicolo, dandosi l’apparenza di uno di quegli esseri che danno vigore all’articolo 1931 e seguenti del codice civile.
Finalmente arrivate al Vomero, all’Arenella o alle Due Porte, più o meno sano e salvo, tranne qualche contusione o storcimento o enfiagione prodotta dagli accidenti della equitazione asinesca. Oh la campagna! la campagna! Che bella cosa è la campagna! Subito si dà di mano ai fichi, a’tortanelli, al presciutto. Il conte Ugolino e gli affamati suoi figli e nepoti fanno una magra figura al vostro paragone! Cielo e terra! possibile!! dieci persone hanno divorato in meno di un quarto d’ora QUARANTA rotola di fichi, senza contare i tortanelli, il presciutto e la moscadella? E se non crepi, di che crepar suoli? (Scusate la disarmonia del verso, e attribuitela al verbo crepar che non vuol compiacersi di aver l’accento sulla prima sillaba).
Prosit! Al ritorno che fate dalla campagna, i vostri somari sono condannati a portare il peso della vostra pesantissima digestione: due cose si trovano più leggiere nella vostra persona, in ragione inversa del vostro stomaco, la vostra borsa e il vostro cuore; giacché il veder mangiare fichi a una donna di buon appetito è un toglierle due libbre di poesia. La donna non dovrebbe mai mangiare per conservarsi poetica innanzi agli occhi del suo amante. leggete tutt’i romanzi del mondo, e ditemi se mai Eloisa o Elvira o Cimodocea o Matilde o Corinna mangiavano fichi e presciutto.
FRANCESCO MASTRIANI
[1] Quando fu scritto quest’articolo, il signor Poletti non avea dato ancora la sua accademia.