LA VILLEGGIATURA

   Quando la natura si ridesta a novella vita ne’mesi di primavera, e quando spogliandosi de’suoi vivi colori si appresta a lasciar la terra in balia de’venti e delle brume, è dolce cosa allontanarsi da’rumori della città, e andarsene in qualche campestre solitudine per godersi pochi giorni di tranquillità e di oblio! Coloro massimamente hanno bisogno di questo momentaneo esilio, che immersi continuamente ne’fastidi delle ricchezze e nella noia di sempre uguali divertimenti, non trovano più in questi che sensazioni languide e monotone. Ma se la novità dei piaceri campestri sembra cattivarsi dapprima e dar loro alcun diletto, tosto riescon loro freddi, se un certo gusto naturale per le bellezze della natura ed una coscienza scevra di rimorsi non alberghino in loro. Generalmente parlando, presso i ricchi domina il costume di trasportare nella campagna i piaceri della città; s’invitano a pranzo allegri e gioviali compagni: si giuoca, si balla, si passano le intere notti negli stravizzi e nelle orge. Non valea la pena di incomodarsi a cangiar domicilio per menare lo stesso genere di vita.

   Certuni prescelgono que’tali siti per villeggiare dov’è più concorso di gente e più sfoggio di lusso: si va a Portici, a Castellammare, a Posillipo: si fa a gara nello spendere e  nel far mostra di belle carrozzi, di belli arredi, e di bei cavalli: il giorno si passa a dormire (in campagna!!!) e la sera si imbandiscono cene festose, si ordinano tavolini da gioco, e sale da ballo. Oh quanta è la miseria dell’uomo, se per godere della vita egli non sa uscire da quel solito e brevissimo circolo di divertimenti sociali per ottenere i quali abbisogna sta sempre col donar in pugno? Non vi rechi però meraviglie se al ritorno da codeste villeggiature codesti signori veggonsi più pallidi e sparuti di quel che erano quando vi andarono. La noia questo genio maligno delle ricchezze, questa epidemia che regna nelle sale dorate, accompagna dovunque coloro cui la natura ha privato del gusto pe’piaceri che derivano dall’intelletto e dal cuore. Non si avvisano costoro che nel danaro sia riposta la suprema felicità. Balordi! Non nego che il danaro può essere fonte di sublimi piaceri; ma disgraziatamente il cielo nell’accordare le dovizie a certi uomini, ricusò loro il gusto di sapersene godere, e que’ poveretti spendono senza che mai la coppa della felicità si accosti alle loro labbra!

   Tornando ai piaceri della villeggiatura, non è da dubitar riuscir essi tanto più grati quanto più si allontanano dagli usuali sollazzi della città. Ed invero la campagna offre tanti e svariati piaceri che riempir possono gradevolmente quasi tutte le ore della giornata, senza che mai la noia od i fastidi a turbar ne vengano la serenità. Parlando della caccia dissi come la medicina e la filosofia raccomandano questo esercizio a coloro, cui grandi sventure od invincibile ipocondria colpiscono; essa è dunque un gran divertimento per quei ricchi che nella villeggiatura ricercano piaceri di forti emozioni, o di smodato esercizio. Per villeggiare, s’io fossi ricco, sceglierei un sito solitario e pittoresco, in mezzo di ridenti colline ombreggiate mai sempre da folto fogliame. Vorrei che la mia camera da letto fosse a mezzogiorno e che desse sovra una prospettiva incantevole. La mattina mi alzerei prima dello spuntar del sole; salirei fin sul culmine d’un alto monte, e vi starei per contemplarvi lo spettacolo magnifico  del sorgere del grande astro. Più tardi scenderei nei campi ad assistere i lavori dei contadini; scambierei volentieri con loro un motto cordiale, ed offrirei loro da bere: il linguaggio dell’uomo semplice dei campi ha talvolta un’ascosa filosofia cento volte più profonda di quella che si trova nei libri: non avrei vergogna di dividere la loro parca colazione, seduto sulla zolla, nel silenzio e nella calma, e lontano dagl’ importuni, amerei di affratellarmi con gli uomini, cui la civiltà non ha ancora insegnato a mentire il linguaggio e le maniere. Avendo alcuna cognizione delle piante e delle erbe, quanti piacevoli studi non farei sulla natura vegetale; quante incognite cognizioni in me nascerebbero nello scrutare i misteri della creazione! Al suonar di mezzogiorno ridottomi nel mio abituro mi sederei ad una mensa frugale con pochi eletti amici, non del numero dei lecconi, ma di quelli rarissimi di cuore sensitivo e di animo gentile: si discorrerebbe sulla vanità della vita, sui piaceri della saggezza; ovvero si riderebbe di vero cuore sulle follie degli uomini, e si farebbe un brindisi alla filosofia che insegna a contentarsi del poco per essere felici.

   Dopo il pranzo amerei di scegliere un sito recondito e ameno per passeggiare. Di lassù fisserei lo sguardo su la capitale, e penserei alla povera generazione di uomini che si affatica laggiù per andare in caccia di una felicità che non si rinviene giammai tra la folla. La felicità si nasconde sovente nell’ombra o nel silenzio. La sera un buon libro, una bona cena e un buon sonno.

   Monotonia, seccatura, esclamano tutti coloro che per divertirsi hanno bisogno di fuggire sempre da loro medesimi come dai più mortali seccatori, codesta villeggiatura somiglia piuttosto  ad un reclusorio o ad un romitaggio. Ebbene, rispondo io, sia pure un romitaggio; siete voi sicuri che i romiti si annoiano? Se avete bisogno di rumore, di ebbrezza, di avvicinar belle donne e galanti cavalieri; se non potete un momento staccarvi dai vostri parassiti, dai vostri tavolini da giuoco, o dai vostri valser e galoppe, perché siete venuti a rilegarvi in campagna? Perché villeggiare?

                                                      FRANCESCO MASTRIANI