Cent’anni fa moriva Francesco Mastriani
Croce sottolineò il suo ruolo di «filosofo, educatore, vindice» del popolo. Anche la borghesia amò i suoi 107 romanzi. Solo gl’intellettuali lo snobbarono. E alla sua morte, il 7 gennaio 1891 i suoi funerali furono pagati con una pubblica sottoscrizione.
Tutto sommato, il riconoscimento più autorevole lo ebbe da Benedetto Croce, e lo ebbe quando ancora non erano venuti in auge gli studi sulla narrativa popolare. «Romanziere d’appendice che non solo è importante per la conoscenza dei costumi e della psicologia del popolo e della piccola borghesia partenopea, ma che rimane il più notabile romanziere del genere che l’Italia abbia mai avuto», scrisse di lui Croce. Inoltre, sottolineando come il popolo napoletano lo considerasse «suo filosofo, educatore, vindice», Croce aggiunse, non senza una punta di amarezza. «Ebbe come lettori tutta Napoli esclusa la gente letterata».
A cento anni dalla morte, Francesco Mastriani occupa un posto di rilievo non solo nelle librerie dei quartieri popolari, ma anche nei cataloghi di antiquariato. Il mio cadavere, La sepolta viva, La contessa di Montes, Il barcaiuolo di Amalfi, La pazza di Piedigrotta, I vermi, I misteri di Napoli sono fra i titoli delle sue opere più note. Inoltre Mastriani è stato protagonista di una vera e propria riscoperta critica: sono da ricordare, almeno, i saggi di Giorgio Luti e di Antonio Palermo.
Alla base del feuilleton di Mastriani il quale portò vigorosamente in Italia il mondo dei più celebri «appendicisti» francesi (Sue, de Montepin, du Terrail) c’è la collaudata formula della «agnizione» e della «digressione». Le volute di ciascun romanzo, inoltre, si dipanano in labirintiche vicende di madri che si disfano del «frutto della colpa» per poi ritrovarlo molti anni dopo nella perdizione, di aristocratici che impalmano ragazze traviate e di figli spuri che ritrovano fratelli; il tutto in un coro di camorristi, ladri mezzani e carcerati che si redimono al momento giusto o che muoiono per poi resuscitare in seguito alle pressioni di coloro che seguivano a puntate sui giornali l’ingarbugliato intreccio.
La differenza sostanziale fra Mastriani e gli «appendicisti» francesi sta nel fatto che il romanziere napoletano non sollecitava mai la morbosa curiosità e gli istinti cattivi del lettore e che le sue pagine erano intrise di una gran quantità di proteste sociali: contro il mancato indennizzo ai carcerati riconosciuti innocenti, contro la mancata estensione della pensione ai dipendenti non statali, soprattutto contro il negato riscatto delle case prese in fitto.
Autore di ben 107 romanzi, Mastriani nacque a Napoli il 23 novembre 1819 da una famiglia della piccola borghesia. Fu, a modo suo, un ragazzo prodigio: all’età di 16 anni aveva già letto l’intera biblioteca, 400 volumi, del suo insegnante di francese.
E non è tutto: in cambio di un libro, barattava col fratello Ferdinando il proprio diritto settimanale, concesso dai genitori, ad andare al teatro. Nelle ore di libertà, inoltre, usava trattenersi nel «Caffè d’Italia», si sedeva accanto a comitive di turisti e origliava: con questo sistema imparò l’inglese, lo spagnolo, il tedesco e il greco.
Suo padre, un assistente edile, avrebbe desiderato avviarlo agli studi di medicina ma lui, appena diciottenne, volle mettersi a lavorare. Trovò un piccolo impego presso una società e poi, a sera, dava lezioni di lingua, scriveva articoli per giornali e giornaletti e componeva drammi per il «Teatro dei Fiorentini». Nel 1847, tre anni dopo il matrimonio con una sua cugina di nome Concetta, pubblicò a puntate, sul periodico «Il lucifero», il suo primo romanzo. S’intitolava Sotto altro cielo ed accadde, lì per lì, un fatto davvero eccezionale: i cantastorie del Molo presero a leggere al loro pubblico ingenuo ma attento, proprio quel romanzo. Mai, fino ad allora, a un autore vivente aveva arriso tanta popolarità.
La cieca di Sorrento, quello che rimarrà il suo romanzo più celebre, e del 1851. Mastriani, adesso, portava perennemente in tasca una boccetta d’inchiostro, in maniera da poter scrivere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo; e tuttavia, sfruttato dai proprietari di piccoli periodici cui concedeva le puntate dei suoi romanzi, e spolpato da tipografi che ristampavano in volume quei romanzi senza chiedergli alcuna autorizzazione, non riusciva a racimolare nemmeno i soldi per pagarsi l’affitto di casa. Una biografia di Mastriani scritta dal figlio Filippo, mette in rilievo soprattutto il fatto che la famiglia fosse costretta a cambiare, di solito, un’abitazione all’anno. Del resto, in tutti o quasi i romanzi di Mastriani, il personaggio negativo è rappresentato spesso da un esoso padrone di casa che intima lo sfratto a un inquilino povero. Ed effettivamente a quell’epoca il padrone di casa costituiva l’incubo di molti napoletani. Nel romanzo I vampiri, Mastriani scrisse: «Vorrei domandare a quattr’occhi a quelli che si divertono a tenere in mano la solita cosa pubblica, di che canchero si occupano da mattina a sera, quando non si occupano di far impalare una decina di padroni di casa al giorno».
Riuscì a trovare uno stabile impiego presso le dogane e, per arrotondare le entrate, accettò un incarico di correttore di bozze presso il borbonico «Giornale delle Due Sicilie». Purtroppo, ammalato agli occhi, non si accorgeva di molti refusi. L’espressione « la gran festa della regina madre» uscì stampata in questi termini: « la gran fessa della regina madre» e lui rischiò il licenziamento. La caduta dei Borbone diede respiro a un nuovo Mastriani che finalmente con la «trilogia socialista» di Le ombre, I vermi, I misteri di Napoli, poté mettere in chiaro tutto il suo pensiero umanitario. Era stato fondato a Napoli nel 1862, un nuovo quotidiano, il «Roma». Mastriani fu chiamato a collaborarci, ebbe compensi finalmente decorosi, ma ormai la sua salute era definitivamente compromessa; come vacillante era il suo morale: per gli stenti, per l’indigenza, si era visto morire sotto gli occhi, in tenera età tre figlioletti.
Nel 1889 lo scrittore ormai settantenne, ammalato ai bronchi, agli occhi, alla vescica, impossibilitato a lavorare, si trovò ancora in difficoltà col padrone di casa. Raccontò il figlio Filippo nel libro biografico: «Conoscendosi pubblicamente le condizioni di salute e i mezzi del povero Mastriani, i padroni di casa (razza, meno le debite eccezioni, esecranda e maledetta) non vollero dare in fitto a mio padre neanche una buca». Dovette intervenire il direttore del «Roma» il quale ricorse allo stratagemma di sottoscrivere a proprio nome un contratto d’affitto per una casa che poi mise a disposizione di Mastriani.
Quando morì, il 6 gennaio 1891, i funerali furono pagati, con pubblica sottoscrizione dei lettori del «Roma». Tutta la Napoli piccolo-borghese e operaia quel giorno fu in lutto. Più o meno indifferenti continuarono a mostrarsi i letterati e, in genere, gli uomini di cultura. Uno dei pochi, fra gli intellettuali, a esprimere solidarietà, fu il filosofo Giovanni Bovio. Ecco cosa scrisse: «Dettando le ultime parole di questo articolo, ho saputo della morte di Francesco Mastriani. Curò le ultime bozze e chinò il capo sugli scritti. Fu la individuazione di questo popolo napoletano: lavorare e sognare, soffrire pazientemente e morire. S’intendevano l’un l’altro: egli aveva visitato l’ultimo tugurio, e il popolo si riconosceva in lui. In altro paese sarebbe diventato ricco; ma l’Italia, povera come lui, non merita rimprovero». Ma è proprio vero che l’Italia, anzi Napoli, non merita rimprovero per il suo atteggiamento nei confronti di Mastriani? L’ha contestato fermamente anni fa, in un suo saggio, Domenico Rea: «Mastriani è la personificazione di una speciale inafferrabile città, un mondo fatto più per accoppare che per dar vita a un talento».
VITTORIO PALIOTTI