L’INTAGLIATORE

     …Que’ forzati aveano rifinito di lavorare. Da ogni banda dell’isola si mosse uno strascico fragoroso di catene; e tutti convennero in banchina, come ad usuale ritrovo. Per pochi minuti non si vide che un mescolarsi di giacche rosse; e chi su dalle casse acquose, montava, chi dà pilastri scendeva, insino a che tutti si raccolsero, e si ordinarono in cerchio, e si sdraiarono sul nudo lastricato…  Anch’io mi sedetti su una colonnetta di piperno, pochi passi discosta da quella strana brigata, che dava tutta vera l’immagine d’un’adunanza di demoni sovra uno scoglio maledetto; ed aggiugni che l’occidente avvampato, posandosi   sulle onde, e comunicando ad esse suo riverbero di fuoco, dava proprio l’idea di una tela teatrale rappresentante una scena d’inferno.

   Il più bel tramonto del più bell’autunno spiegava tutto il malinconico incanto d’una luce che muore sotto il più bello de’ cieli. Su per l’immenso vuoto vagolava in un nembo d’incerti colori un susurro ondoso, indistinto, come quello che resta nelle orecchie dopo il tocco d’una campana suonata alla distesa; e quel susurro era l’eco delle placide onde che lambivano cento spiagge, il mormorio di mille fantastiche brezze, il russo dell’ addormentata natura.

   Quei forzati eran soliti a radunarsi ogni giorno in quell’ora ed in quel luogo, per distrarre il peso de’loro mali coll’ora dolce delle ricordanze, narrando ciascuno la storia di sua vita; ed erano, come ognuno può immaginarsi, storie di brutali passioni, storie d’orge e di sangue, nelle quali l’eroe narratore ingigantiva i fatti più ardimentosi e spacciava da cospettone e da spaccamontagne le più assurde smargiasserie. Quella sera toccava la narrazione ad un ometto rosso di capelli, di grosse membra, per quanto quella trista condizione comporta, e di uno sguardo vivacissimo, comeché stralunato e smarrito. E costui si fe’centro della brigata: si accosciò a terra, come un turco, e, nel suo rozzo ma immaginoso linguaggio, così prese a dire a quella gente, che, mutola, immota, e quasi senza respiro, stava tutt’ orecchi ad ascoltare:

   «Era una volta in quella città, che lì vedete quasi ascosa sotto la verdura, e coperta dall’immensa coltre azzurra del cielo, una donnetta che aveva i capelli rossi come i miei, la persona tarchiata come la mia, e i denti bianchissimi come i tuoi baffi, camerata (diceva così per baia all’aguzzino, che pur esso, ritto ritto, colle due mani sul bastone, stava colà ad udire). Ora dovete sapere che questa donnetta fu veduta un giorno nel suo quartiere con un bambino fra le braccia, un vero angioletto da presepe, rosso, ricciuto, colla più bianca pellicina del mondo, e che diceva di quelle graziosità, cui tutte le madri fan plauso con una tempesta di baci. E questo fanciullo, per nome Pietro, si fè grandetto di nove in dieci anni, e si credeva vecchio, perché la madre glielo aveva detto mille volte per ispronarlo ad imparare a memoria certe parolacce di non so che lingua, ch’io non credo parlata da nessun buono cristiano. E Pietro un giorno mandò al paese un colera morbus di pedante, che gli volea far entrare la lingua latina in corpo a furia di spalmate; gittò al fuoco un libraccio di colore e di puzzo cadaverico; e, tutto boriosello della sua indipendenza, si cacciò in un campo di più nobili imprese, nel mercato di quella città. E addimostrò veramente la sua valentia, facendo a prima giunta saltar quattro denti ad un succido ragazzotto, che l’avea chiamato bastardo; e poi die’ saggio della sua superiorità su tutti gli altri monelli del paese; chè non era chi potea tenergli fronte a sapere aggiustare una pietra proprio al segno prefisso, a saper scudisciar con più grazia la trottola, facendola girare per un quarto d’ora almeno, ed a fare altri simiglianti giuochetti. Si raccontavano nel chiassolino, ove Pietro vivea, le più belle cose di lui; si diceva che era insuperabile nel menar le pallottole o le nocciuole; che nessuno potea stargli al paraggio nella destrezza, con che facea sparire i moccichini di seta dalle improvvide tasche, e che so io, che egli era uno sventatello da metter paura, un biricchino, un diavoletto… Pietruccio si dava tempone, ed in pochi anni aveva fatto tanti progressi nella manovra delle tasche, che il più abile pianista avrebbe potuto torlo a maestro.

    Pietro aveva sedici anni, ed era tuttora una speranza del capestro; i suoi vizii si moltiplicavano in ragion de’mesi, ed in ragion de’vizi si accrescevano, per non so che stranezza di natura, le veneri del suo volto. Egli era bello come una pasqua, brioso e spensierato come il carnevale. I suoi occhi avevano propriamente il colore di quel vino scintillante, che salta in testa, ed è vero balsamo dello stomaco… Pietro s’innamorò… Addio giovialità, spensieratezza, giuochetti; il ruzzo gli uscì dal capo, e divenne serio, più impensierito, più pallido. Ei non si mostrava più tutto guitto e lacero sulle pubbliche strade, si facea scrupolo financo del pensiero d’un furto e pensò seriamente a’casi suoi, e pensò, indovinate… pensò d’essere artista.

   La fanciulla, che Pietro amava, si chiamava Annella, una gioia di figliuola. Ella era piuttosto gracile, ma aveva un visino cosi bianco che vincea questa spuma che viene a leccarci piedi, e poi certi occhietti… certa bocca… Basta dirvi che fece girare il cervello a quello scapestrato di Pietro… Tutt’i giorni eglino si vedevano, si parlavano, si dicevano di quelle parole, vere calamite di sospiri, di quelle parole senza significato, senza proposito, che poi gli amanti si piacciono tanto a rammentare prima di addormentarsi; e buccinavano le loro speranze, i loro desiderii, e Pietro le diceva i suoi progressi nell’intaglio nella pittura, e tutto quello che si riprometteva dall’avvenire.

   Così passarono due anni circa, Pietro ad intagliare e ad amare, Annella ad agucchiare e ad amare. Si avvicinava il tempo, tanto vagheggiato dagl’innamorati, tanto affrettato co’sospiri del desiderio, il tempo delle nozze; e Pietro lavorava a tutt’uomo, ed avea modellato belle immagini di statuette, che gli erano tornate lucrose: e però tutto sorridevagli nel futuro, tutto gli si abbelliva di quella tinta divina che riveste la vita d’un artista che ama; quando un bel mattino, sotto la finestra di Annella passò un biondo uffizialetto, dal bel taglio di corpo, dall’aria spensierata e protettrice: e l’uffizialetto guardò in su, gli occhi di lui s’ incontrarono con quelli della fanciulla; e addio nozze, sospiri, addio Pietro; tutto fu dimenticato!

     Pietro si disperò, pianse, urlò, minacciò, disse alla bella un sacco d’ingiurie; volea far saltare il cervello a lui ed a lei; voleva impiccarsi, annegarsi; …maledisse tutto, e poi corse per vendetta… a dipingere.

   Annella, la fedelissima Annella, viveasi coll’antica sua madre in una casupola di campagna, di rincontro alla quale era un vecchio muro, la cui sommità tutta in frantumi era dall’edera coverta e dall’erbe appassite; ed ogni sera la testa di quell’ uffizialetto si affacciava a quel muro; la bocca coronata da due biondi baffi faceva un fischietto sordo sordo, e tosto appariva nel vano della finestra un’ombra bianca che si disegnava sull’ombra nera della stanza. E poi era un dialogo di quattro o cinque ore, sempre animato, sempre tenero, sempre intramezzato di sospiri. Pietro avea cessato di dar loro la guerra; di rado era visto per le strade; ed avea talmente dato giù della persona, che pareva fosse lì lì uscito dallo spedale. I nostri amanti si godevano intanto di quelle belle ore notturne; ed appena ricordavano del povero Pietro, il quale non avea già deposto il pensiero di vendicarsi… e, per vendicarsi, modellava sempre le sue immagini ad intaglio.

    Una sera, un uomo pallido e smunto stava, tutto pauroso d’ esser veduto, alla cantonata della casa di Annella, e guardava fiso fiso la testa innamorata dell’uffizialetto, che parlava alla sua vaga… Quell’uomo era Pietro.

    Un’altra sera, bianca per una rotonda e chiara luna, Annella non udì il solito sibilo, richiamo d’amore; ma pur si fece alla soglia della finestra, guardò sul muro, mise un grido, e cadde… morta? Gnornò, cadde… svenuta per la paura e pel dolore.

   Una testa livida, cogli occhi socchiusi, grondante di sangue, era posata su quel muro calcinato; quella testa era dell’ uffizialetto; ma non vi era il busto.

   Pietro si era preso una vendetta da artista. Quella testa era un pezzo di legno intagliato e dipinto; era il ritratto dell’uffizialetto sfigurato in quel modo. II biondo innamorato era stato quella sera tratto alla caserma militare tutto malconcio e storpiato per una forte battitura venutagli da un uomo ammantato, di cui poté appena vedere i capelli rossi. L’uffizialetto morì a capo di un mese.

   Quella testa fu venduta come un capolavoro dell’arte; ma l’autore di quella testa ha oggi un ferro al piede. Il povero Pietro sono io!»

   Un grido di plauso e di ammirazione mise la brigata… Io sospirai… Un grande artista si perdeva ne’ferri della galera.

                                                        FRANCESCO MASTRIANI