Parte prima. Il Poeta
I.
Diluviava che era una pietà; i rigagnoli avevano inondato a segno le strade di Parigi. Rimbombava il tuono come una immensa palla di piombo rotolata sovra un immenso camino di ferro.
L’orologio di Notre Dame suonava le cinque pomeridiane del 4 dicembre 1790, e tutti i buoni si segnavano la fronte al tocco delle campane, che annunziavano 1’Angelus. Quel tocco questa volta avea qualche cosa di più solenne, di più religioso del solito, perché l’accompagnava il fragor del tuono.
Ed il signor Paillard, poiché ebbe anch’egli pregato un Ave alla nostra Signora, imboccò saporitamente un pezzo di manicaretto. Questo Mr. Paillard, libraio di qualche rinomanza nella strada Le pellettier boulevard des Italiennes, insaccato in un pastrano di pelosa, che gli scendeva fin alle calcagna, avea pensato bene per vincere la noia del tempo, di protrarre il pranzo fino a notte, e seduto di rincontro alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle mani e co’denti, un piccioncello arrostito, che mettea tale una fragranza da far venire l’appetito anche alla più schifiltosa sentimentale.
Ed avea così ben levigate le ossa a quell’animaluccio, che parea avesse avuto in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma durante questa lenta preparazione ei scambiava qualche parola con la sua donna:
«Per l’anima mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo. Il cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo… Carlotta accendi un altro lume».
«Via mo’, non ti basta questo? Devi forse infilzare il filo nella cruna?».
E dopo un’altra boccata:
«Carlotta, con cento diavoli, perché non hai fatto un po’di fuoco nella brace? Le ossa mi ballano pel freddo…».
«Or ora ti riscalderai, questo e i1 freddo della digestione».
«Che diascine dici… Non vedi i cristalli della finestra, che si sono intonacati di ghiaccio? Chiudi, chiudi quelle imposte».
E la povera Carlotta, che avrebbe dato volentieri tutta la sua parte di manicaretto per non alzarsi, questa volta trovò non so che scusa e si stette impiombata sulla sedia.
Mr. Paillard brontolò fra i denti qualche parola grassa che si perdette nell’ampia caverna dello stomaco coll’ultimo boccone dello sgraziatissimo piccioncello.
Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo d’incerto colore, fe’ volare alla soffitta il sughero d’una bottiglia di champagne e glo… glo… glo… ingravidò ben bene il bicchiere. L’accostava alla bocca assetata, quando un suono morto del campanello il fe’ ristare.
«Colga la tigna a chiunque a venuto a seccarmi con questo tempaccio… Poffardio, non si può prendere un boccone!».
E qui per parentesi bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato giù l’inezia di cinque poderose vivande.
«Non andare in bestia, Giacomo, è il vento che ha mossa la corda del campanello».
E Giacomo (ora sappiamo il nome del libraio) vuotò il bicchiero, e non ebbe bisogna di asciugarsi le labbra, perché il liquore non vi era passato.
Il campanello suonò un’altra volta, ma con più celerità, ed allora Carlotta posò tovagliuolo, pulì la bocca col dorso della mano, ed andò ad aprire.
«Santa Vergine!…» (era un lampo).
«Perdoni, è in casa il signor Paillard?».
Questa dimanda usciva tutta tremola e fioca da una figura sepolcrale, che parea fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come l’immagine d’un estinto cacciata per arte magica dal fornello d’un alchimista.
E la donna tutta spaurata non badando a quelle parole, si otturò le orecchie per non udire lo strepito del tuono, quasi quell’ intoppo di dita all’organo sensorio avesse dovuto servirle da parafulmine: e raccomandossi a Santa Barbara…
Scoppiò il tuono e di tal fatta, che parea avesse l’intera città subissata.
«Mille perdoni, è in casa il signor Paillard?».
«Mio marito? Non so se ci sia: ora vado a saperlo…».
Poco stante, lo strascico de’suoi passi divenne più stretto, ed ella senz’altro complimenti pronunziò secco secco un favorisca, ed il giovine la seguitò…
Si avverta che Carlotta interrogata se il marito era in casa, non sapeva a tutta prima se doveva piantare un no in faccia al giovine, o se dovea farlo entrare, epperò andò a dimandarne il consorte, il quale avrebbe volentieri fatto dire d’esser fuora, se ciò non fosse paruto impossibile con quella rotta di acqua che faceva.
Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della pelosa sua figura, e si strinse nelle spalle veggendosi dinanzi lo sfumo d’una forma umana, un giovine pallidissimo, inzuppato ben bene, e tremante a verghe pel freddo e per l’umido. Avea questi un calzone, che essendo stato manomesso cinque anni fa, era divenuto così corto. che appena gli giungea alle ginocchia, ed una specie di soprabito grigio abbottonato fino al collo, il quale restava quasi tutto scoverto, per mancanza di camicia e di cravatta.
«Scusi, se la incomodo…».
«Anzi! Metta il cappello su quel tavolo, e si segga, se deve a lungo parlarmi… Che comanda?».
Quel giovine restò col cappello in mano, ed aprì la bocca, senza mettere alcun suono; fu questo un movimento involontario de’muscoli, come se avessero voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il libraio andava saporitamente ad inghiottire. Ed il tapino trangugiò invece una piena di lagrime, che gli montava alla gola, e restò immobile, cogli occhi fissi con immensa avidità sul cibo, come chi fortemente è preso dalla fame.
Giacomo era uno di quegli uomini che in tutto il corso del giorno si affaticano, sudano, si ammazzano per le loro faccende, ma quando sono posti al lavoro de’denti, non vogliono esser sturbati neanche dal ronzio d’una mosca. Or considerate con che buona voglia potea vedersi dinanzi quello stordito col cappello in mano, come chi dimanda l’elemosina…
«E cosi, dich’io… Che cosa vuole?».
II giovine desiderava essere a quattr’occhi col libraio, ed avrebbe dato, cred’io, la metà di sua vita, perché Carlotta fosse andata fuori un istante.
Ma vedendo che la si era incollata sulla sedia, si accostò un pochino a Giacomo, arrossò alquanto, e con la sua voce più fioca disse:
«Dovrei vendere un libro…».
Giacomo sdrucciolò un poco nel suo soprabitone, e s’inabissò nella cravatta, allungando il volto, e guardò giovine tra la pietà e lo sdegno; perché alla vista di quel corpicciuolo smunto, spiritato, vampirico, il nostro libraio erasi dato a credere ch’egli fosse un poeta, che veniva a barattare alquanti franchi al suo magazzino, e mai non si avvisava di dover essere incomodato per una faccenda, per cui gli era mestieri cavar fuori qualche moneta. Epperò mise un caldissimo sospirone impregnato di non so quanti profumi di cucina…
«Su, vediamo codesto vostro libro».
Ed il giovine si avvicinò, tolse di sotto l’ascella un bel volume, e consegnandolo al libraio, le guance per poco gli si colorarono di rossore, cui tosto tenne dietro un lividor di morte, allorché ii miserello vide la faccia di Giacomo contorcersi siffattamente, e smorfiarsi con tante moine, che era proprio una grazia da bertuccia.
«Poesie di Luciano… Ah! Voi già sapete che quest’operaccia non ha affatto incontrato il gusto del pubblico, ed infatti la è un piagnisteo da settimana santa, un romanticume da farti girar la testa come una trottola. Scusate, io non prendo siffatte poesie… Potete vedere da altri librai».
II giovine non pianse, non parlò, ma zitto zitto si passò la mano sulla fronte, e spelossi per rabbia un trucioletto di capegli; tolse poscia il libro e si partì, quando Giacomo il richiamò, pregandolo di farglielo meglio esanimare.
«Orsù, la mi lasci pure questo libro, e prendasi dieci soldi; perché mi dorrebbe assaissimo che fosse qui venuto inutilmente con questa stretta di pioggia».
II libro valea moltissimo; ma il giovine si rattrovava in tanta prostrazione d’animo, ed in tanto bisogno di danaro, che non pur quel libro, ma per meno di dieci soldi avrebbe bensì venduto la sua vita… tutto. Impugnò quindi il danaro, lasciò il volume, e partì.
II.
Si è detto «la sventura a necessaria agl’ingegni», ma per «isventura» non si è inteso che qualche contrarietà letteraria, qualche capriccioso e fantastico amore non corrisposto; qualche persecuzione degl’invidiosi, o qualche amaro disinganno ne’ sogni d’ambizione e di gloria. Chi avesse detto «la fame e la miseria sono necessarie agl’ingegni», si sarebbe mostrato poco esperto ne’fatti della vita, e poco filosofo del cuore umano travagliato da questi due tremendi flagelli. Non abusiamo del sacro vocabolo di «sventura».
Solo colui che vide perir di fame una sposa, una madre; solo colui che, educato alle nobili ispirazioni dell’ingegno, sentì dileguarsi le speranze di gloria sotto l’ira d’una ostinata povertà; questi soltanto può dirsi sventurato, e questi non dirà certo che la sventura gli era necessaria. Luciano… era un giovinetto tristo, pensieroso; fuggiva le sale assordate per mille canti giovanili, le galanti passeggiate al rezzo di molli acacie, le profumate camere d’un facile amore. Sola, pallida, lenta scorrea sua vita simile alla luna d’un giovine romanziere. Avea diciotto anni e due occhi nerissimi, eppure niun amico gli avea stretto ancora la mano, niuna fanciulla avea sussurrato al suo orecchio «io t’amo», perché Luciano era un bastardo.
Avvi tali fanciulli al mondo, che non danno quattro passi in tutto il corso del giorno, che stanno sempre avviticchiati alla gonna materna, e che costretti la sera ad attraversare una stanza, si spiritano di paura e non osano di guardar indietro per timore che una figura col cappuccio non venga a recarli seco, Dio sa dove. Luciano era stato nel novero di questi fanciulli; gracile, smilzo, dilicato, il suo volto era sì bianco che in guardandolo si sarebbe detto che nelle sue vene correv’acqua pura. Ogni fiato di vento il facea tossire, ed ogni urto di tosse il facea piangere.
Luciano amava la solitudine; le sue ore scorreano sul bruno declivio d’un colle, ove restava immobile a contemplare un ultimo riverbero di sole oscillante nel cavo dei cieli, o l’ombra bigia d’una nube sospesa sopra un gruppo di frasche, o una lontanissima veduta avvolta in una mobile ondosa squame di raggi.
E Luciano non formava alcun progetto, non concepiva alcuna speranza, ma piangeva. Essere amato da una donna, non è forse la più cara felicità in sulla terra? Ebbene Luciano dovea rinunziare a questa perché… egli era povero, e bastardo.
Luciano fuggiva gli uomini, non per astio che ei nudrisse contro di loro, ma perché gli era insopportabile il loro disprezzo. Ei li fuggiva, perché li amava, stante che la provvida natura ha posto nel petto dei bastardi un cuore amantissimo degli uomini: uno di essi è loro padre.
Fin dai primi anni di sua giovinezza Luciano appalesava il fuoco d’un’anima ardente di gloria, ed avida di spaziar sulle carte l’immensità del suo pensiero. Non l’ipocrito sorriso d’amicizia accolse i primi slanci del suo animo. Solo, sempre solo, ei non idolatrava che sua madre e l’arte sua, cioè la poesia, e questa non era già per lui un vano accozzamento di rimate parole, una sdolcinata cantilena d’amore; ma i suoi versi tramandavano non so che profumo del cielo, che riverbero dell’inferno. Le più selvagge prospettive, le notti più nere e fantastiche, i più grami orrori delle solitudini, queste erano le scene ch’ei deliziavasi a contemplare ed a ritrarre nelle sue carte. Quando il cielo era tutto azzurro, la natura tutta raggi, egli sentiva una specie d’amarezza nel cuore, forse perché tutto ciò che ha un aspetto di felicità è un insulto all’infortunio; e la natura che sembra più ridente e serena e più triste e disperante…
Luciano scrisse un volume: quattro edizioni in un sol anno vider la luce, e la Francia ebbe un poema emulo di quello di Ossian. Ma egli doveva esser tolto ad ogni speranza di gloria, nel momento appunto in cui ne cominciava a gustare tutta la prima ebbrezza.
III.
Maria era stata la più bella giovanetta del Quai des Augustins. La domenica quando la si recava colla mamma a diporto, tutt’i scapestratelli del quartiere le si facevan d’attorno, dicendole mille graziosità, alle quali la fanciulla rispondeva regalando a chi un sorriso, a chi uno sguardo, a chi qualche altra garbatezza di tal fatta, dappoiché fa mestieri conoscere che Maria non era poi una pinzochera, e non si faeca scrupolo per niente ad intendersela con molti, perché la era un poco banderuola, e si volgea sempre ove più forte spigneala l’aura di fortuna. A quali cose più triste ed indecorose non persuade la scarna miseria! E Maria era povera, e all’età di diciotto anni si fa tutto per isfuggire alla terribile povertà. Posto ciò, nissun non iscorge che presto o tardi un brutto scherzo dovea venir fatto a questa donnina, la quale poscia che era la più bella si era e la più docile alle inzuccherate parole degli amatori, non potea per le lunghe sfuggir alla seduzione. Ed infatti Maria non fu veduta per molti mesi ne’soliti luoghi, ov’ella usava, e poi si vide con un bambino tra le braccia, un puffino cosi leggiadro e gentile, che le diceano in baciandolo su e giù per tutto i1 volto, che egli rassembrava un figliuol di sovrano, di principe, o di altro nobil personaggio. E poi queste medesime vicine che aveano tante vote baciato e ribaciato il ragazzetto, e detto le più bianche parole alla Marietta, quando la sera raccoglievansi in crocchio, teneano presso a poco questa conversazione:
«Margherita, sai tu donde sia piovuto alla signora Maria quella bella creatura?».
«Non farmi mo’la stordita, Paolina, non ti ha ella detto che è venuta da una sua lontana parente morta appena dopo messala al mondo?».
«Oh… oh… ella ci ha scambiate al certo per bambole da petto, che ne vuole imbeccare di codeste pappe… Pare a te mo, che io possa aggiustar fede a simili favolette?».
«Già. Dio guardi di pensar male del prossimo, ma è noto in tutta la strada che la Marietta non è poi la più riservata figliuola del mondo».
«Che dice tu, Paolina… non vedi…».
«Si, ho veduto ancora un bellissimo uffiziale con due belli spallini d’oro, che ogni sera l’accompagnava, trattenendosi con lei moltissimo tempo in casa…».
«Gesù e Maria… che scandalo!… che sfacciata… E poi viene a raccontare che so quali canzoncine di parenti… Vo’mettere su il più bel paio d’orecchino che tengo, per sostenere che quel bambino le sia figliuolo, e che quell’uffizialetto…».
Tali cose buccinavansi tra queste donne, e di questo passo trottava la conversazione insino a quattro o cinque ore di notte. La Marietta intanto avea dato giù a vista, ed il suo volto, per lo addietro vera miniatura leggiadrissima, ora rassembrava piuttosto ad una di quelle immagini che veggonsi per istrada, e che la pioggia ed il tempo hanno tutte scolorate ed impallidite.
La vera cagione di questo cambiamento non era tanto facile indovinare, ma qualche cosa si arguì dalla improvvisa scomparsa di quel giovane uffiziale, che ogni sera immancabilmente si recava a visitarla. Ciò nonostante la Marietta non istava molto male in fortuna, perocchè se l’uffizialetto l’avev’abbandonata, le lasciava però di che vivere comodamente per poter dare una savia ed onesta educazione al bamboletto.
Ed infatti Luciano (che questi per lo appunto il fanciullo si era) fu educato da gentiluomo, e come quegli, che ad ogni maniera di studio avea dato animo, riuscì veramente un portento d’ ingegno, onde quanta gioia sentir ne dovesse la Marietta, il lascio alla considerazione di chi è madre d’un unico figliuolo, il cui nome vassi rendendo celebre per tutto un paese. Un giorno però era l’ultimo del mese, ed il solito mensile non fu spedito alla Marietta, e qui in parentesi devesi avvertire, che l’incognito uffizialetto dal dì che l’avea abbandonata, le avea assegnato una somma mensile, onde la povera madre traendo il bisognoso per l’educazione di Luciano, benediceva la provvidenza che così la campava dall’infamia d’una vita scandalosa.
E per quel mese la Marietta fu obbligata di privarsi d’una bella collana d’oro, e poscia pel secondo un paio di pendenti, e pel terzo altri preziosi gioielli, e così via via vendendo quasi ogni mattina un oggetto, la sgraziata si vide ridotta alla più desolante miseria, e tanto più le cresceva il cordoglio quanto che la cagione ignorava perché l’usuale sussidio più non le venisse. Luciano intanto vedea la fame lentamente inoltrarsi nella sua casa, e cercò di occuparsi da buon figliuolo per provvedere al suo nutrimento, ed a quello di sua madre, ma il giovine allevato in tutta la spensieratezza dell’avvenire, non conoscendo mondo al di là delle sue visioni romantiche, e non avvezzo ad umiliarsi per brigar posti ed onori, si accorse per la prima volta che il suo ingegno era tal dote, da non poterne trarre neppure un soldo. E questa persuasione terribile gli piombò sul cuore, come un peso di gelo, e si avvilì, si rattristò, pianse amaramente.
IV.
Una sera diluviava che era una pietà, e Maria, l’infelice Maria stava molto male; una febbre tifosa, solita compagna della miseria, la teneva incadaverita sopra uno strato di paglia, perché tutto era stato venduto. E Luciano, il quale non avea un soldo per comprar un farmaco a sua madre, la vedea morirsi lentamente, la sentiva gemere e chiedergli aiuto, e il suo volto restava muto d’ogni espressione di dolore, che l’estrema sventura genera stoicismo e crudeltà. Luciano morto di fame e di freddo curava di riscaldarsi le mani sulla lampada che ardeva dinanzi ad una immagine dell’Addolorata… L’acqua intanto cadeva a scroscio sul tetto crollante, e il vento rideva a sganascio come le voci chiocce del mondo, tra le imposte logore della finestra.
Presso la lampada riposava un volume; Luciano vi fissò uno sguardo d’indicibile angoscia; quel volume era l’ultimo esemplare delle sue poesie… Corse alla madre, la baciò da maniaco, tolse nelle mani il libro, e bestemmiando l’ingegno, uscia per vendere il libro a Mr. Paillard.
«Madre, io esco… Vado a comprarvi un medicamento».
Ed alzò la voce soffocata perché Maria udiva debolmente.
«Ah!… figliuol mio… non ti prenda di me pensiero… non uscire con questa pioggia… oh Dio, che lampo! Vuoi anche tu cader malato?».
«Oh madre, non aver paura, io non m’infermerò, non morrò, se prima non ti avrò vista morire… Madre, madre, non sai tu che io debbo vivere per soffrire tutt’i tormenti d’un maledetto… Tu non mi concepisti forse nella maledizione?».
Queste parole infernali fecero rabbrividir Maria, la quale volse uno sguardo alla immagine della Madonna Addolorata, che stava incollata sulla parete.
«Figliuol mio, non bestemmiare. Vedi, io ho peccato, e soffro, ma quella madre benedetta non avea peccato, e pur soffria…».
«Taci, madre, io non credo a niente… Solo il destino è certo; tutto è quaggiù disorganizzazione morale, tutto è…».
E Maria vedendo il figlio, che irrompe in tali bestemmie, sentì il sangue agghiacciarsi al cuore, sentì un’onda di lagrime darle un tuffo alla gola, ma non pianse, e stette colle pupille immobili e secche nelle due caverne degli occhi.
Parte seconda. L’amanuense
I.
Le due sfere d’un magnifico orologio a campana s’incontravano sulla cifra delle 12, ed una brillante musichetta tenea dietro allo scocco del mezzogiorno. La faccia paffuta del Conte di B… posava mollemente sovra un’immensa cravatta bianca, si curvava un pochino, cercando di equilibrarsi sovra un oceano di suppliche, memorie, ministeriali, rapporti, lettere, ed altre simiglianti scritture. Un volto senz’angoli, una fronte che potea dirsi piuttosto una piccola curva del cranio, un occhio piccolo come quello d’un ebbro, ed un labbro carnuto come quello d’un Africano, erano le belle commendatizie d’intelligenza di quest’ uomo. Una parrucca toccata con la massima eleganza sedea maestosamente su quel capo, di cui forma la parte più importante. Il Conte di B…, onorato di un’alta carica, non era poi un uomo che non sapesse reggere al taglio di un tavolino, che anti tenerissimo dei suoi doveri, ei non si levava dalla sua sedia a bracciuoli, che quando dovea recarsi all’Alta Camera per le faccende dello stato, ed alla Bassa per le faccende del suo corpo.
Ora questo logogrifo-animale avea preso a fior di dita una lunghissima penna nera da un bianchissimo pennaiuolo d’ argento, ed andava a porre la sua firma stenografica sotto non so quale scrittura che gli stava dinanzi tutta superba su tanti zibaldoni, quando un cameriere, fatti due rapidi inchini come se avesse avuto l’elasticità nella spina dorsale, e poi puntellandosi come una pertica:
«Eccellenza, ci e fuora un giovin popolano che domanda parlarle».
«Un popolano? Che si diriga al mio segretario».
«Eccellenza… non posso dirglielo…» (E qui quattro inchini).
«Non puoi dirglielo!!!».
«Eccellenza, quel giovine ha parlato chiarissimo, perché ha parlato con una lucida arma».
(II volto del Conte si fe’pallido subitamente, come un poco di polve di cipro della sua parrucca gli fosse caduta sulle guance, lascia la penna e col pugno dà un colpo sul tavolo).
«Che dite, bestia da cantina?».
«Dico che se V.E. gli ricusa l’ingresso, quel giovine mi ha promesso una carezza colla lama del suo stuzzicavisceri, ch’egli chiama temperino».
«Quale audacia! Ebbene, che passi…».
Ed il cameriere rassicurato partissi, andando ad annunziar al giovine popolano che sua Eccellenza gli permetteva l’ingresso. Luciano… entrò. Stanco di sofferenze, alzò uno sguardo sul quel ventre-uomo insignito di pomposi titoli, ed il fisò in volto colla più cupa espressione, e poscia alcune lagrime involontarie gli caddero giù per le gote…
II Conte di B… si avvisava che gli si sarebbe posto innanzi un giovine grosso, nerboruto, dai larghi fossi, colla fronte cotta dal sole, dagli sguardi servili e rozzi; ed ebbe non poco a meravigliarsi che quel giovine sparuto, consumato, pallido come una donna, avesse avuto tant’animo da minacciare la morte al cameriere; ed ove prima ei temeva i modi di un disperato, ora rassicurasi pienamente dacché la conversazione principiava con due lagrime:
«Che ci è?».
«Signore…».
Il conte levò il capo, colpito dallo strano titolo che avea ferito le sue orecchie, e guardò da capo a piedi l’ardito giovine di Luciano, perché il miserello capì forse che venia calcolato il suo merito in ragion diretta delle scissure, ond’era ricco il suo gibetto.
«Signore, perdonate la mia baldanza, se ho minacciato di morte il vostro cameriere… Io avea bisogno di parlar con voi».
«Ma dovevi prima informarti, ragazzo mio, che coi grandi non si parla giammai col voi, ma sebbene lor si dà l’Eccellenza e 1’Altezza, a seconda del grado, ch’eglino occupano in società».
«Signore, io non era qui venuto per parlar con un grado, ma per parlar con un uomo».
Avvezzo a trovar ovunque bassezza, ipocrisia ed adulazione, il conte fu stremamente sorpreso dalla straordinaria animosità di quel giovine; ma pure, avvegnachè di leggieri avrebbe potuto punirne la nobil superbia, ei non sapea disporsi a maltrattarlo, perché dal momento in cui avea fitto in volto lo sguardo, il suo cuore avea per la prima volta urtato contro la massa immensa per mezzo dell’adipe del suo petto, ed un ricordo oscurissimo e vago come un fantasma di un sogno antico, gli avea colpito la grassa memoria. Non pertanto il decoro della sua carica gli proibiva di lasciar travedere il benché minimo sentimento di tenerezza; laonde, aperta una enorme tabacchiera d’argento, caccio via quella rimembranza con una presa di tabacco, e puntellandosi coi gomiti sul tavolino, così gli prese a dire:
«Figliuol mio, pietà ne stringe della tua giovinezza e miseria, perché altrimenti avremmo saputo ricacciarti in gola quelle stolte parole che testé profferisti. Ma soventi volte la nostra carica ci espone ad insulti di tal fatta… Basta, tu non hai l’aria d’uno scalzagatti, epperò ti sia tutto perdonato… Di’ su, dunque, che cosa vuoi da me?».
«Signore, la vita della mia povera madre…».
«Oh bella! La è forse condannata…».
«A perir di fame…».
«Da chi?».
«Dal destino…».
«Spiegatevi meglio, figliuol mio, non tremare, pronunzia chiaramente le parole».
«Signore, voi nato nel lusso e nella grandezza, voi circondato da quanti prismi ha l’esistenza, voi non intendete, no, per quanto io mi faccia a spiegarvelo, non intenderete che cosa significhino la fame e la miseria, che cosa significhi distruggere l’ingegno fibra per fibra per mancanza di alimento; signore, io non era nato qui, nel fondo del mio stomaco mancava qualche cosa, un pane, e la mia mente è deperita, la mia anima è morta, non mi resta che una sola sensazione, il dolore… A questa ora io avrei saputo cavarmi la fame colla fredda lama di un pugnale: ma… io ho una madre, signore… una madre il cui cuore avrei sbranato, se io mi fossi ucciso… ed il destino mi ha lasciato, togliendomi tutto, mi ha lasciato la debolezza di amar mia madre… Ah! questo sentimento, signore, è più forte di tutti i dolori; questo sentimento, signore, che per gli altri e il più dolce, il più soave di quanti palpitar fanno il cuor dell’uomo, in me è una corda che vibra oscillazioni di sangue… Signore, signore, per pietà, se aveste mai un sentimento di amore per la madre vostra, signore… un pane per la mia mamma che muore…».
La rapidità, la forza, la disperata angoscia, con cui fu pronunziato questo discorso, colpiscono l’animo del Conte, il quale poi, a dirla fra noi, non era l’uomo più feroce del mondo. Egli adunque mosso a pieta da’casi di quel giovine, apriva uno scrignetto del suo secretaire, e traendone alquante lucide monete, gliele porgea tutto borioso d’una prima buona azione.
«Via, via, il mio giovinetto, corri ad asciugar le lagrime della tua mamma; questo danaro ti basterà per qualche tempo; quando il bisogno ti stringerà d’averne altro, sapremo rimediar a tutto».
« Signore, e che? Vorreste avvilirmi a tal segno? Io pitoccar l’elemosina… Io!”.
«Oh bella!».
«Signore, non sapete voi che elemosina è l’ultima delle ingiurie? Io accettare denaro? Signore, io vi domando un pane, è vero, ma un pane che sia frutto dei miei lavori, un pane di che non avrei a vergognarmi. A che dunque avrei consumato la mia giovinezza in sui libri A che vivrei, se dovessi vivere con l’ insultante elemosina d’un grande?».
E qui Luciano, dimenticandosi di parlar con un uomo di alto rango, afferrò con rabbia il braccio del Conte, digrignò i denti e disse con una voce soffocata:
«Signor Conte, un vostro pari disonorò mia madre, un vostro pari ha cacciato la miseria e l’infamia nella mia casa, un vostro pari mi ha condannato ad essere l’obbrobrio degli uomini, e la sua mano infamissima si è nascosta dopo averci ridotti alla più desolante miseria. Sì, signore, uditela questa storia… uditela. Venti anni or sono un giovine ufficiale ingannò, sedusse mia madre, senza neppure rivelarle il sue nome: frutto del delitto, io nasceva… La mamma riceveva ogni mese una somma di danaro, onde ella traeva il bisognoso e forse il superfluo; io fui educato agli studi più gentili ed ameni, ed io perdonava a mio padre il suo fallo, in grazia dei suo’benefizi. Ebbene, quell’empio volea raffinar la sua crudeltà, volea farci godere della vita per toglierci financo un tozzo di pane… quest’uomo, questo mio padre, io l’ho maledetto; io ho maledetto tutti quelli che lo rassomigliano. E dopo ciò, voi vorreste ch’io accettassi i vostri doni abominevoli, vorrete ch’io offrissi a mia madre un danaro, che forse è stato tolto ingiustamente a qualche altra disgraziata sedotta, a qualche…».
Luciano si sostenne in sul tavolino, perché egli era vicino a svenire; ciò nonostante la sua mano tenea sempre il braccio del Conte, il quale tremava tutto come uno scolaretto che recita le sue lezioni, ed erasi fatto così bianco che la cravatta non poteasi distinguere dal volto. Durante il racconto di Luciano, egli l’avea fissato in volto, come chi cerca ricordarsi d’un’antica fisionomia, e poi si passava la mano sulla fronte, contorceasi tutto negli occhi e restava stupido, annientato, come un condannato innanzi alla forca; ad un tratto ei si svincola dalla mano di Luciano, si alza in i piedi, vorrebbe abbracciarlo, ma ricordandosi della sua contea, cade in sulla sedia.
«Giovine sfortunato, racconsolati… lo conosco tuo padre».
Un acutissimo grido sprigiona dal petto del giovine.
«Mio padre! Mio padre, diceste? Vive dunque ancora quel mostro? Ah, tacete signore, tacete, ch’io no’l conosca giammai… Voi certo avreste orrore d’un parricidio?».
Il Conte fece un moto di spavento…
«Io non potrei dirti il suo nome, ancor che tu lo volessi… Tuo padre è vivente, ma tu no’l conoscerai giammai; giovinetto, qual e il tuo nome?».
«Luciano».
«Il tuo cognome?».
«Il mio cognome? Mio padre me ne ha dato forse?».
«Intendo, intendo… Dimmi, sai leggere e scrivere?».
«Così non avessi apparate giammai queste arti servili, inutili e dannose».
«Or bene, vediamo un saggio della tua scrittura? Scrivi qui su la tua petizione».
Egli presentò un foglio di carta velina col taglio dorato, e tutto l’occorrente per iscrivere. Luciano si sedé, si raccolse un istante in sé medesimo, e poscia d’un sol tratto di penna ebbe fornito subitamente il suo fatto.
«Signor Conte, ecco la mia petizione…».
Il Conte aggiustassi gli occhiali, e lesse la scritta.
«Figliuol mio, la tua boriosetta prontezza d’animo faceami supporre che tu avessi più sale in zucca. Che cosa voglion dire queste frasi di romanzo? Eh ragazzetto mio, nelle faccende ministeriali la bisogna non va come nelle utopie di Madama Radcliff. La tua scrittura è pessima, il tuo stile sente molto del rancido, e d’altronde la tua calligrafia non ispiega molto bene.. Vedi qui questo S maiuscolo, per esempio, rassomiglia ad un 8 di lotteria. Chi ti ha insegnato a piantare una coda lunghissima a questa lettera? Insomma, non saprei esserti utile in altra guisa che collocandoti nella officina degli Amanuensi».
«Amanuense! io amanuense!».
«Dodici franchi al mese, e qualche cosarella la Pasqua ed il Natale».
Le pupille di Luciano rotolarono convulsivamente e poi si fissavano immobili al cielo, quasi dimandandogli la ragione di tanta barbarie.
«Sottoscrivete l’accettazione del vostro impiego, e servitevi del cognome di vostra madre».
«Mia madre! Mia madre! Amanuense!».
E questa parola terribile gli trottava nel cervello, come un’aura di fuoco. E Luciano pose il suo nome sotto uno scritto che gli presentò il Conte, dove vedeansi le firme di tutti gli altri Amanuensi… La Francia avea già veduto quel nome in fronte di un bel poema!
«Bravo! Presentatevi domani al mio segretario».
«Amanuense! Oh madre, madre mia!».
«Eccellenza, la colazione è pronta…» disse un cameriere, ed il conte si alzò.
II.
Tra quei commessi, che macchinalmente lavoravano di braccia a copiare, passava un furtivo sghignazzamento, uno scambiarsi d’occhiate intelligenti e bernesche, un accennar di ciglio, ed uno stringersi di labbra per non irrompere a riso. E chi tossiva lievemente, chi attenuava il volto e la persona, contraffacendo la scarna figura del povero Luciano, insomma quelle anime stupide e vili aveansi tolto a zimbello il nuovo amanuense, e parea si volessero vendicare della loro servile condizione, col far segno de’loro scherni l’infelice giovine, incadaverito dagli stenti, e corroso dall’interna febbre dell’anima.
Luciano ad occhio secco e delirante era tutto intento ad interpretare un geroglifico, cioè una parola d’un ufficio che stava copiando. Egli sudava un sudor freddo, glaciale; i respiro era ansante, affannoso, come di chi ha pianto moltissimo, e le labbra strette come di chi sforzasi a reprimere una foga di lagrimare. La mano tremava, la vista si abbuiava d’un infernale tenebrio… Se l’immagine di sua madre non gli fosse stata sempre presente, ei si avrebbe incarnata nel cuore la lama di un temperino, che gli stava fatto mano. E terminò quella copia, lasciando un vuoto per la parola, che non avea potuto dicifrare.
Un uomo dal volto stupido ed insolente si presentò alla tavola di Luciano, e l’addimandò del lavoro.
Il giovine, poi che glielo ebbe presentato, chinò tutt’umile le palpebre, e si fe’ rosso rosso, come soventi fiate avviene ad un animo nobile c gentile, cui la vilissima fortuna costringe a vilissime opere. Oh! Come bello si fe’ allora il suo volto colorato di rosea tinta! Oh se quei barbari l’avessero contemplato in quel momento! Bello, sovranamente bello il rendea il contrasto degli onnipossenti opposti affetti, che a gara disputavansi il suo cuore.
Siccome l’improvvisa luce dell’Eternità ruppe nel capo d’un moribondo la piena de’tumultuosi estremi pensieri del mondo, così dissipossi subitamente dal volto di Luciano quella fiamma di rossore, quando vide che sul labbro di quell’uomo correva un sogghigno di disprezzo.
«Mercè al Conte di B… che ci ha presentati di quest’imbecille… Vedete che scritturaccia! Mi par la prima calligrafia d’un fanciullo».
E tutte quelle macchine a respiro fecero eco a questa zaffata con uno sbruffo strepitoso di riso.
Dio… Luciano si alza, sprigionando un urlo terribile, quasi lo scatto di quel feroce ingegno tenuto stretto e compresso per tanto tempo, quasi lo scroscio di quell’anima che si schiacciava per sempre. Ed abbrancò il manico del temperino, rovesciò tutto ciò che gli stava dinanzi.
«Imbecille! Oh mamma! Io imbecille!».
Morte, morte…
Ed il temperino assetato di sangue corse per tre volte a trovar le viscere di quell’uomo, che diè del ceffo a terra. Luciano si aprì la via a furia di colpi minacciati e dati secondo che faceasegli violenza, e corse… a svenar forse anche la madre per non vederla più soffrire.
Parte ultima. Il carnefice
Volgea 1’anno maledetto, macchiato da un fiume di sangue, l’anno 1793…
Luciano era restato nel suo carcere moltissimo tempo, poiché allora che cento teste innocenti cadevano ogni giorno sotto la mannaia del carnefice, non si badava a far cadere un capo colpevole, quando su quel capo non posava un titolo. Ed un giorno una insolita face rischiarò la tana di Luciano: un uomo, o piuttosto un diavolo (che le sue fattezze ben tale l’ addimandavano) diè un colpo sulla spalla del condannato, e con un sogghigno tra feroce e lo stupido:
«Buon dì, camerata, allegramente, apporto buone nuove… Non sai? Per ora tu non sarai giustiziato… E crepato compar Giacomo; tanto zucche gli hanno fatto indigestione».
«Che tu sii maledetto» bestemmiò fra i denti Luciano.
Quell’uomo non intese bene ciò che borbottava il condannato, ma si avvisò dovesse in cuore suo gioire di tanta notizia, e s’ affretto a soggiungere:
«Ma ciò non è niente, camerata, se vuoi, puoi salvarti.
«Salvarmi! Ah, sì davvero, mi salvino pure dalla vista odiosa degli uomini… la morte… la morte… un boia…».
«Giusto di questo volea parlarti: ci manca il boia, e domani dovevamo vedere una bella testa, domani il Conte di B… avrebbe giuocato una partita col suo capo… Peccato che compar Giacomo non sia più, egli avrebbe avuto tanto gusto a ballar sulle spalle di sua Eccellenza».
Luciano levò il capo dalla squallida pietra, e mise una specie di sordo ringhio, che fe’ correre il gelo nelle ossa di quell’uomo.
«Cittadino, che cosa hai?».
«II Conte di B… tu dicesti? Non m’ingannar, per l’anima di tua madre… Il Conte di B…?».
«Si, cittadino, mi caschi addosso il tuo malanno se io ti dico una bugia».
«E tu eri venuto…».
«Per farti la proposizione d’accettar la carica…».
«Di boia…? Sì, per Dio, sì, l’accetto… Che mi cavino da questo abisso, che mi dieno la forca ed il capo del Conte, presto, nemmanco d’un filo sfuggirà quella gola al taglio della mia mannaia…».
«Cittadino, ti ringrazio di vero cuore; io son pronto».
L’indomani il popolo a torme precipitava sulla piazza di Grève; si trattava di roba grossa, di vecchi galloni, ed i piccini non mai tanto allietansi che quando veggono gir sparpagliati nella polve e nel sangue quegli cui poco prima avea tutt’umili e tremanti inchinato. Come formiche attorno ad un estinto scarafaggio, assiepavansi intorno al palco di morte come gente vomitata dalla feccia del popolo coi volti corrosi dalla miseria, con istrane luride vestimenta; ed erano chierici, monelli, meretrici, tutta gente sbucata da’più infami postriboli. Attraverso le più sozze parole ed i più osceni scrosci di riso pronunziavasi il nome del Conte di B… cui si appiccavano titoli e soprannomi vili ed infami ed era un brulichio di suoni e di urla, un bollir d’ impazienza e di rabbia, un fremer cupo come il gorgoglio di sangue da una larga ferita
Non sì tosto quella bordaglia ebbe da lungi veduto appressarsi l’orrenda processione de’condannati, alla cui testa pallido come una larva era il Conte di B…, ruppe in frenetiche grida di gioia, ed in clamoroso batter di palme, ed a seconda che quei disgraziati venivano accostandosi al palco di morte, cresceva gigantesco il tripudio insensato di quella plebe feroce.
«Vada Sua Grazia alla forca… alla forca», schiamazzava il popolo, e Luciano cui bolliva nel cuore sanguinoso desio di vendetta contro l’intera società, montò sul palco, ed offrì alla Francia ed al mondo lo spettacolo ributtante di un poeta divenuto boia.
Vi fu qualcuno che fattosi dappresso al Conte di B… nel punto in cui quest’era per ascendere là donde cala pria la testa e poi il corpo, e dettogli non so che ingiuria, gli sputò sul viso… Il Conte con voce quasi spenta dimandò d’un confessore, ed un monello gli additò il boia:
«Digli le tue peccata all’orecchio, che egli ti assolverà colla sua mannaia».
Allora il Conte levò per la prima volta gli occhi su colui che doveva eseguire l’inappellabile sentenza…
«Tu… Luciano, tu, mio figliuolo… Oh Dio!» disse e cadde morto sui gradini del palco.
Qui la furia ed il baccano del popolo non ebbe più freno; una confusione spaventevole, una specie di furore maniaco o di satanica gioia scoppiaron su quella piazza maledetta, ed in quel sanguinoso trambusto il popolo non si accorse che un capo cadea dal palco rotolante sovra il cadavere del Conte.
Quel capo era di Luciano.
FRANCESCO MASTRIANI