NAPOLI CITTÀ DEI MISTERI

   “Mi permetto chio rispondo non aver Lei afferrato, per così dire, il vero concetto di quel mio articolo. Nissuno più di me ama il mio paese, al cui bene ho consacrato da molti anni il mio povero ingegno. Tutti gli scritti miei fanno testimonianza di questo caldissimo amore che ho alla mia terra nativa; amore al quale ho sacrificato i miei più vivi interessi e forse il benessere della mia famiglia. Ma, lontano dalle adulazioni dogni sorta, siccome dal vituperare senza ragione, io non lodo mai ciò che non è degno di lode; e biasimo solo quando può derivarne un bene allo stesso oggetto chio biasimo. Posto ciò, Napoli è certo una delle prime città al mondo per lingegno desuoi abitanti, per la bellezza del suo cielo, per la dolcezza del suo clima, pesuoi classici monumenti, per la storia delle arti, per le gloriose falangi desuoi martiri politici […] “.[1]

   “Io non ho che a rari e brevi intervalli lasciato  Napoli, mio paese nativo, al quale sono avvinto da un amore stragrande ed al quale ho consacrato tutto il mio povero ingegno. Ho studiato il mio paese col amore di un figlio, di un innamorato, di un artista. Nelle lunghe e inaudite sofferenze che ho durate e duro tuttavia nella spinosa e sterilissima via delle lettere, unico conforto al mio cuore è la stima de’miei concittadini e la soddisfazione di avere, nella sfera delle mie facoltà, contribuito a spargere qualche lume di civiltà e di progresso tra le classi del nostro popolo che la mala signoria avea tenute asservate nella ignoranza e nella barbarie”. [2]

NAPOLI CITTÀ DEI MISTERI

   Chi scrive, figlio di un padre molto napoletano, ma anche attento conoscitore e amoroso frequentatore della Francia e della sua cultura e mentalità, si sente a proprio agio nel prefare questo imprevisto e intrigante romanzo di Maria Gargotta, dedicato a un autore napoletanissimo, al quale forse lei sente di assomigliare per la quantità e qualità della sua produzione letteraria e per il non adeguato rilievo critico riservato alla sua opera, sempre invece, e a ragione, sostenuta e valorizzata da chi scrive. Entrambi, come Mastriani, abbiamo scelto la via più impervia: quella di rimanere, avvinti come l’edera, alla città che abbiamo amato di più, Napoli, la quale, tranne eclatanti eccezioni, nella normalità del suo essere e appartenersi, non ha sempre riservato i meritati riconoscimenti ai suoi figli migliori, soprattutto se, come Mastriani, scontrosamente socievoli. Peccato, perché la mappa culturale sarebbe stata ancora più ampia e articolata e, soprattutto, non sempre legata ai suoi consueti e pur meritori personaggi divinizzati. Sì, perché direbbe il mio Maestro accademico, Napoli e una città mitografica e, sarebbe da aggiungere, santificatrice e di fronte alla santità e preferibile non aggiungere altro, se non confermare la passione che vibra nelle nostre vene e nessuno deve permettersi di oltraggiare.

   E un libro passionario è questo di Maria Gargotta, di madre napoletana e padre siciliano, quindi, lo si dice con uno storico sorriso, la più naturale rappresentante, per ragioni di sangue, dello sconfinato Regno delle due Sicilie.

   Il personaggio principale, Margaux, sente finalmente il bisogno di raggiungere, da Parigi, dove lavora in ambito letterario, Napoli, la città di suo padre, che però non ha mai conosciuto anche per l’omertà di sua madre, che da lui si era molto allontanata. La ragione principale del suo viaggio risiede però nella voglia di conoscere un personaggio esagerato, uno scrittore di centinaia di romanzi, a lei sconosciuti, Francesco Mastriani, che aveva consacrato la vita e l’opera alla sua città. Margaux fa ciò che ogni buon critico dovrebbe fare: conoscere la città del suo autore per poterne parlare. E qui scatta il nucleo narrativo del romanzo: l’incontro con un docente universitario incaricato di illustrare a un gruppo di turisti francesi la città del prolifico scrittore.

  

   Il rapporto tra Margaux e Gabriele, questo è il nome della sua guida napoletana, diventa però subito più personale, nel nome certo di Mastriani, sui cui luoghi accattivanti Gabriele porta Margaux, ma soprattutto nel misterioso sentimento che Margaux sente nascere dentro di sé, visitandoli sotto la guida di un uomo speciale, colto e seducente, che, dopo una iniziale antipatia, la conquista fino a farla innamorare.

   II rapporto tra i due diventa così, oltre che confidenziale, intimo, ma Gabriele non è un uomo come gli altri. E qui l’autrice, come nei convincenti casi delle altre opere, mostra la sua bravura, fatta di intelligenza e sensibilità, nel tentativo di spiegare, se possibile a Margaux, e quindi ai lettori, la natura di quest’uomo, che non ha mai conosciuto l’amore e si sente spiazzato da una situazione, che lo pone di fronte a una scelta per lui sconosciuta.

   La Gargotta, abile e acuta narratrice, inserisce in questo problematico contesto d’amore una serie di eventi legati alla figura di Margaux, che certamente coglieranno di sorpresa il lettore.

   Margaux è tentata, alla fine, di fuggire da situazioni che, se valutate nella loro consistenza razionale, sembrano coalizzarsi e sovrastarla, ma il romanzo conferma quanto chi scrive ha sempre creduto: il mito sovrasta la ragione e la razionalissima Francia, con la sua splendida capitale, deve arrendersi alla sentimentale e sensuale Napoli, il cui zolfo vulcanico, che si respira nelle strade, nelle persone, sembra entrarti nelle vene e guidare azioni che, tra miracoli e misteri, autorizzano a mettere in crisi la rigida razionalità e a dare credito ad un unico, insostituibile obiettivo: la felicità.

                                                             Francesco D’Episcopo

[1] Francesco Mastriani, La Domenica, 23 giugno 1867, in risposta ad una lettera ricevuta da un suo lettore, manifestando il rapporto particolare con la sua Napoli.

[2] Francesco Mastriani, Eufemia, Napoli, L. Gargiulo, 1868, cap. XXII, p. 198.