NEL NOME DI FRANCESCO MASTRIANI

 

PARTENOPE Le voci segrete di uno scrittore di M. Gargotta

Prefazione di Francesco D’Episcopo

Edizioni Vulcaniche, Napoli 2026, E. 18,00 n’opera

   Se ci pungesse vaghezza di corredare di sottotitolo esplicativo il recente romanzo di Maria Gargotta Partenope Le voci segrete di uno scrittore, si potrebbe optare per Trilogia d’amore, alla luce dell’ impianto narrativo tridimensionale: ramifica dall’adescamento di Partenope ai sobbalzi del cuore di Margaux, all’interesse per uno scrittore, da ben due secoli, avvolto nelle tenebre delle morte cose.

   A una perlustrazione toccata e fuga del libro della Gargotta, anche il lettore di discreto spessore culturale potrebbe avvertire un lampo di défaillance tra storie apparentemente autonome e indipendenti che la sapienza della scrittrice sa abilmente agglutinare e amalgamare in modo da renderle, come in realtà sono, interdipendenti e complementari con la mediazione, come immaginarlo? dello stesso Francesco Mastriani, cui poc’anzi si alludeva.

   È lui, nella narrazione della Gargotta, a tirare i fili delle sue marionette; è lui che, attraverso l’incontro di Margaux con Gabriele, avvicina sentimentalmente Napoli a Parigi come se le due capitali fossero sullo stesso meridiano. Il tutto con la prospettiva, da sempre auspicata da don Ciccio, di svincolarsi dai viluppi di quell’ oscurantismo, che ne ha adombrato statura morale e produzione cospicua.

   È vero che con la ricorrenza del bicentenario (1819-2019) eredi ed estimatori si sono coalizzati in una crociata di rinverdimento della memoria, ma è altresì vero che, malgrado il giro di conferenze e la pubblicazione, tuttora in corso, di ben trentadue inediti, a parte effimeri bagliori, l’iniziativa, più che lusinghiera, può definirsi “tiepida.” La risposta la fornisce lo stesso Mastriani quando, sinceramente amareggiato, dichiara: “Che somma sventura è nascere a Napoli,” testimonianza dell’indifferentismo della koinè: rimanda la marginalizzazione dell’autore de I Vermi e de I Misteri di Napoli alla rivalità di mestiere, quella stessa che fa dire a Oderisi da Gubbio: «… più ridon le carte/ che pennelleggia Franco Bolognese;/ l’onor è tutto or suo e mio in parte» (Purgatorio, XI, vv. 82-83). Arroganza e superbia letteraria, nel caso Mastriani, hanno un ruolo di frattura con il mondo accademico, anche in ragione della riservatezza del carattere: trova inconcepibile missare l’arte con i fumismi del presenzialismo.

   Maria Gargotta, che in veste di pubblico assiduo e partecipativo, ha seguito quella serie di conferenze, ha avvertito prepotente il bisogno, anche lei come estimatrice di Mastriani, di omaggiarlo creando, nel romanzo in predicato, un ideale ponte tra Napoli e Parigi, dove una curiosa giornalista di nome Margaux, per mera “casualità” è fagocitata da “un vecchio libro”, buttato come una / cosa /posata /in un /cantuccio della bancarella di Vincent, suo amico bouquiniste. Reperto di antiquariato, con pagine sdrucite, ma ricche di problematiche sociali, il volume esercita sulla donna una singolare, inspiegabile fascinazione

   Ho parlato di “casualità,” ma c’è da chiedersi se quelle che reputiamo “casualità” non siano artate manovre di un Ignoto, che gestisce vicende, occasioni, imprevisti non calendarizzati nell’ agenda del quotidiano. Non credo a una strumentalizzazione degli umani ad opera dei Celesti, tuttavia sono disposta a scommettere che un certo magnetismo, decapsulato dalle pagine della “reliquia” custodita da Vincent, sia la condicio sine qua non Margaux si decide a spiccare il volo alla volta di Napoli, per seguire le tracce che la condurranno alla scoperta di quell’autore, amato-disamato, che l’ha tanto incuriosita.

   E Napoli, intrico di vicoli, che sono quelli attraversati e vissuti da Mastriani, assordati da voci tristi o ilari, di giorno in giorno, ascoltate e interiorizzate dal nostro Mastriani, ha la malia di mozzarle il respiro, di attirarla, rapirla, trasformandola in una propria neofita creatura.

   Attrazione scontata. Margaux, constata la Gargotta, non può sottrarsi al fascino di Partenope, alla suggestione del suo canto sensuale. Vi riuscì Ulisse con lo stratagemma della cera. Purtroppo, la parigina non è Ulisse e quel canto di sensuale seduzione e ammaliamento l’afferra, la vuole: ormai la straniera le appartiene, anche contro la sua irresoluta volontà. Canto insidioso: Margaux lo percepisce quando si imbatte in Gabriele… voce musicale… impermeabileun po’ sgualcito, in leggero ritardo, come tutti i napoletani, a prestare credito a Paul, sprovvisti del senso del tempo. Però, l’accademico di bello aspetto, fine parlatore, sa come accattivarsi le simpatie del gruppo: suo, il merito se, dopo il tour per i decumani nel ventre dell’antica Palepoli, la città si configura biblioteca a cielo aperto, fucina delle ricerche che consentiranno alla esordiente studiosa di Mastriani di convertire in scrittura le prime frammentarie notizie sulla vita del sottostimato don Ciccio.

   Il lavoro procede, come suol dirsi, a vele spiegate, ma dopo la notte d’amore, che ha a scenario l’incanto della collina di Posillipo, qualcosa di indefinibile si profila nell’inconscio dell’innamorata; qualcosa di ineffabile, impercettibile, sussurrato dalle “voci di dentro,” affabulanti, fascinose come il canto di Partenope: complice e correo Mastriani, la inchiodano a quelle vie, a quelle piazze, a quei vicoli che, coralmente, cantano, narrano storie, ispiratrici di tanti feuiletton del Maestro.

   In effetti, Napoli trasfigura alla radice i sentimenti di Margaux. Dopo l’iniziata love story con Gabriele è sospesa su un’altalena di dubbi e incertezze, ansie e patemi, esaltazione e frustrazione, turbamento e inquietudine. Un’inquietudine analizzata dalla Gargotta, con la delicatezza di chi penetra nel mistero dell’inconscio femminile con avveduta discrezione, per cogliere rivelazioni, confidenze di una partner che scopre l’innamorato riluttante a proiezioni di futuro in due, vanificando esternazioni come “Tu mi colori la giornata,” antitetica a: «Non voglio dire che sono un uomo che non sa amare, ma non sono mai stato veramente innamorato.» Rivelazione shock. Veritiera? Per davvero lui è così cinico da vantarsi di non sapere amare?  o è la scappatoia del «pianeta» uomo quando si risolve a scaricare la preda?

   Per associazione di idee mi risuona nelle orecchie la canzone del 1964 L’uomo che non sapeva amare, il cui protagonista, pentito e rinsavito, chiede perdono all’amata, assicurandole che cambierà. Corrono dal 1964 ad oggi più di sessant’anni e il pretestuoso non sapere amare è stato letteralmente abraso dal “solo sesso,” che non implica coinvolgimento emotivo.

   Sull’abrogazione e ritrattazione dei sentimenti è la svolta del romanzo della Gargotta: in sintonia con l’attuale contesto pone in bocca a Gabriele il concetto di amore come sfida, dal momento che la vita è una sfida, cui non ci si può sottrarre. E di sfide Margaux necessita per capire se, senza il compagno, renitente a stabilire legami intersoggettivi duraturi, riuscirà a colmare il vuoto che sente intorno a sé. Su questo dilemma deve riflettere prima di stabilire se tornare a Parigi con il romanzo finito o restare a Napoli invogliata da quel “Perché vuoi partire?”, profferito, forse, a denti stretti dall’ amato, ma pur sempre invito a rimanere.

   Attimi eterni di titubanze e ripensamenti. Partire o restare e cimentarsi in una sfida, lotta a ostacoli con l’amore? Che fare? Lei è la donna di un’età di transizione e, come tale, racchiude in sé le istanze del Novecento e del primo Ventennio del Duemila, commistione di sentimento e razionalità, lucidità e pragmatismo. Lei non è l’Inglesina che “porta a Londra Trinità dei Monti, i giuramenti, le promesse” del latin lover romano, fusto di bell’aspetto, che si balocca nel gioco dell’arte amatoria. Né è la principessa Anna di “Vacanze romane”, obbligata, per la ragione di Stato, a ritornare in Svezia e a lasciare a Roma il suo cuore innamorato. Lei non si paragona a queste donne, epigoni della commedia lacrimosa, anche se spasima per Gabriele.

  Sembra navighi altrove di pensieri, mentre il tassista è impaziente di avviare il motore. D’improvviso, come se la mente si svegliasse da una lunga letargia, Margaux formula un indirizzo che al tassista suona sibillino. Perché? Perché una conclusione dichiarativa della vicenda sarebbe lontana delle finalità della Gargotta, in linea con le peculiarità della letteratura contemporanea, che rimette al lettore autonomia di pensiero e libertà interpretativa.  Andare o restare?  Uno spiraglio, un disvelamento dell’enigma si può intercettare in quel “Ti aspetto. Da sempre”.  Ed ecco, a scongiurare qualsiasi reticenza, in una dimensione surreale, si fa tangibile l’implicazione di Mastriani e delle sue eroine, offese, tradite, abbandonate, maltrattate: hanno accettato la sfida e a Napoli sono rimaste. Perché lei deve battere in ritirata? Sull’esempio di queste combattenti, e la Gargotta ci consente di intuirlo, Margaux non può tradire, non può voltare le spalle al suo Mastriani. Per lui è venuta a Napoli e ora lui, che ha conquistato una nuova sostenitrice, sul canto melodioso e avvincente della Sirena Partenope la convince a rimanere e ad affrontare con lui, che di sfide ne ha affrontate tante, la sfida di sconfiggere l’amore occasionale, superando e vincendo, sulla scorta delle teorie del Bauman, la moderna “liquidità” del sentimento, che è mancanza di stabilità affettiva.

                                                                                                             Anna Gertrude Pessina