S.CARLO

MACBETH

Del Maestro Verdi

   Shakespeare è senza dubbio il più originale, il più profondo di tutt’i tragici moderni; il suo genio gli è intieramente proprio; tutto in lui è di lui, e non può essere che suo: l’arte sparisce e si annienta innanzi a’concepimenti di questo genio; tutto prende in lui proporzioni talmente colossali che l’animo ne è spaventato. Egli vi trasporta, a vostro malgrado, e vi getta in mezzo alle procelle, a’tuoni ed alle folgori, nelle regioni terribili dove la materia più non esiste, e dove le passioni scatenate si muovono sole in tutta l’estensione della loro potenza, dove l’amore, l’odio, l’ambizione, la gelosia non sono più limitate nel circolo de’ pregiudizi e convenienze sociali, e si ravvolgono e fremono in tutta la loro violenza, incessantemente spinte dal Genio infernale, fino a che vengono a rompersi sullo scoglio di morte.

   Indarno cerchereste in questo tragico le regole dell’arte, i limiti dell’uso, le convenienze della scena, e il rispetto pel pubblico, indarno col compasso della critica avvezzo a misurare le proporzioni comuni vi sforzereste a colpire i difetti di costruzione delle sue opere; l’abisso non si misura perché l’occhio non può scorgerne il fondo.

   Che cos’è mai l’uomo nelle mani di Shakespeare? Niente altro che l’istrumento ond’ei si avvale per dare una forma ad una passione, nella stessa guisa che un suonatore si serve d’un violino, d’un flauto o d’un gravicembalo per creare celesti melodie. L’uomo dunque per Shakespeare non è che la Passione e niente altro, la Passione con tutt’i mostri che sa creare, con tutta l’infinita schiera de’suoi fantasmi, con tutto l’orrore de’suoi eccessi, con tutte le trivialità della sua natura, con tutta l’ esagerazione della febbre e del delirio.

   Quando Shakespeare crea una tragedia, non s’impaccia di trovare un intrigo, una protasi, uno sviluppo, non s’incarica di prologhi, di atti, di quadri, o di scene, l’intrigo di Otello non è che la gelosia, quello di Giulietta e Romeo, l’amore, e quello di Macbeth l’ambizione. Shakespeare non sa che vuol dire scopo morale; direi anzi che la virtù non esiste per lui, o per meglio dire, quando la passione spinta fino al non plus ultra è obbligata di tornare sovra sé stessa, e cade quasi esausta, non è già la virtù che si presenta a lui, ma bensì il dubbio.

   Queste poche parole abbiamo voluto premettere per far conoscere quanta difficoltà incontrar doveva il poeta per ridurre alle scene melodrammatiche la più fantastica, la più terribile delle tragedie del colossale genio inglese, ed a quale altezza levar si doveva la musica destinata a rivestir di note questo lavoro.

   Molte scene del melodramma sono profondamente impresse di quel terribile, ond’è pregna tutta l’azione del Macbeth, ed il maestro Verdi non è stato secondo al gran concepimento; la sua musica ha momenti che sorprendono per novità, per forza, e per una selvaggia bellezza. Il grandioso e il terribile vi capeggiano, benché talune volte non corrispondono alla situazione della scena. Ed in fatti, come mettersi a livello delle proporzioni gigantesche di Shakespeare? Solamente in un genio grande al pari di lui potrebbe far parlare musicalmente i suoi personaggi. quando Mayerbeer nel coro de’demoni del suo immortale Roberto il Diavolo, fece cantare i coristi del portavoce, comprese che gli spiriti d’inferno era d’uopo parlassero non con la voce umana; questo mettersi al livello de’ personaggi soprannaturali è stato perfettamente compreso da’ sommi poeti, i quali, allorché hanno dovuto far parlare i demonî od altri esseri soprannaturali, hanno cercato di dare a’loro versi una forma ed un’eufonia diabolica; così il Tasso nella sua famosa stanza. Chiamo gli abitator dell’ombre eterne, si studiò, con l’ accozzamento delle più dure consonanti e specialmente dell’ r. simulare il rauco suon della tartarea tromba: così il Dante nella sua terzina d’inferno:

           

            Per me si va nella città dolente

            Per me si va nelleterno dolore

              Per me si va tra la perduta gente

ha imitato con quel ripetere tre volte i quattro monosillabi: Per me si va, il grido eterno e straziante degli abissi infernali.

  Se dunque il Verdi non ha raggiunto talvolta il terribile delle scene del Macbeth, egli è perché la sua fantasia è caduta sovente esausta innanzi alle forme sproporzionate del gran quadro che rappresentavagli il suo subbietto.

   Con ciò non vogliam dire che il Macbeth musicale non sia pregevole e squisito lavoro d’arte; che anzi vogliam ricordarne i più be’pezzi, e quelli che furono giustamente dal pubblico veramente applauditi.

   E dapprima la cavatina del soprano, al primo atto è di una tessitura affatto nuova e graziosa. E quindi il duetto tra Macbeth e la moglie (basso e soprano) sembraci in lealtà il più gran pezzo de l’opera, ed uno de’più sublimi del Maestro Verdi. Que’ momenti orribili di angoscia che tengono dietro ad un misfatto testé compito, sono con immensa verità espressi dalla musica palpitante e angosciosa che domina in tutto il pezzo. Con inarrivabile maestria ha saputo il Verdi in questo duetto far parlare a’due personaggi due diverse passioni, l’ambizione e il rimorso. Il finale del primo atto.

                           Schiudi, Inferno, la bocca, ed inghiotti

            Nel tuo grembo l’intero creato

ritrae perfettamente lo scompiglio, la maledizione, il furore.

   Al secondo atto, bellissimo è il Coro de’ Sicarî, ed il pubblico ne dimandò la replica. La scena della mensa, e dell’apparizione dell’ombra del trucidato Ranco sembraci un po’lunga. Forse il poco effetto di questa scena attribuir si deve alla replicata apparizione dell’ombra, che sembra fatta a bella posta per far ripetere il brindisi di Lady Macbeth.

   Tutto il terzo atto a noi sembra più declamato che cantato: il coro delle streghe è peraltro caratteristico e bello di selvaggia armonia: e sovrattutto dilicato e fantastico è quel coro che accompagna la parte della danza degli spiriti aerei.

   Al quarto atto, un pezzo musicale di squisita bellezza è certamente il coro de’profughi Scozzesi. Dai concerti musicali di questo coro scappa ad intervallo un grido straziante e di mirabile effetto, quasi pianto degli esuli. Questo pezzo è di una malinconia che stringe il cuore e ti sforza alle lagrime.

   Siam d’avviso, se non andiamo errati, che un difetto di questa musica sia la mancanza di voci; imperocchè non altri vi cantano che il basso ed il soprano. Dobbiamo peraltro lodare l’ accorgimento del Maestro Verdi, di essersi cioè in questo lavoro eccezionale e diabolico allontanato dalle ordinarie regole: di tessitura melodrammatica, non essendovi nel Macbeth, né larghicabalette, ma soltanto pezzi cantabili, a seconda della situazione delle scene.

   Giustizia vuole che, terminando questo breve cenno, debita lode tributassimo a due distinti artisti signora Tadolini (Lady Macbeth) e Badiali (Macbeth) per la soma maestria, onde han cantato ed agito quest’opera; e massimamente il signor Badiali ha colpito al vero il carattere del personaggio protagonista.

   Le decorazioni, i cori, e l’insieme dell’opera sono a lodarsi eziandio; né dobbiamo tacere (checché ne dica in contrario qualche nostro giornalista, la cui severa critica è ingiusta e biasimevole) che l’Impresa si renda sempre più benemerita al pubblico napolitano, che sa tenerle conto delle difficoltà dei tempo e del buon volere ch’essa mette nel procurargli soddisfazione e diletto.

                                                   FRANCESCO MASTRIANI