SU I SETTE PECCATI MORTALI

ROMANZI

DI

EUGENIO SUE

NOTE CRITICHE

   Quando lo splendore di un nome famoso o l’autorità di scrittore meritatamente celebrato può indurre gl’inesperti a ricevere nella mente alcuno errore, è bene che il savio, l’intendente, l’amatore del vero levino la voce, e chiamino gl’intelletti a più riposate considerazioni. Laonde se da una parte fu avvedutezza il proibire la lettura dei sopra mentovati romanzi, ne’quali pare che il celebre Autore voglia fare lo elogio dei vizii, non sarà da un’altra indarno il fare che si osservi quanto siasi il medesimo dilungato dal vero nel giudizio intorno alle passioni principali di questi suoi famosi romanzi, e quale ragione abbialo mosso a dare agli stessi un titolo niente corrispondente al subbietto.

   Certo è ben vero che il Sue fassi in questi scritti a dimostrare i buoni frutti che potrebbon esser colti da talune passioni malvage; ed encomia forse troppo liberamente e senz’alcun riguardo talune cose, le quali ogni uomo, anche quando fosse poco divoto, ha avuto sino ad ora siccome viziose e da fuggire. Ma noi incliniamo a credere che questo scrittore, consigliato per avventura da quei medesimi editori mercatanti che l’ingegno e le opere altrui mettono (massime nella metropoli della Francia) con usura grandissima in commercio, abbia voluto così intitolare questa sua raccolta non per altro fine che per dare ad essa un cotal che di ghiotto e di curioso, e la importanza di tale strana novità che efficacemente allettasse alla lettura e ne favorisse lo spaccio. Imperocché dei sette peccati mortali la Lussuria soltanto e la Gola sono quelli in cui la passione, della quale tratta il romanzo, è realmente la indicata dal titolo; doveché le passioni degli altri romanzi non sono che le virtù contrarie, siccome particolarmente verremo dimostrando. Non sapremmo quale altra ragione, se non questa abbia potuto indurre l’autore a così fatta sostituzione, che tanta e giusta guerra gli ha mossa contro, massime in Italia. Forse avrà ciò fatto anche per meglio volgere al libro la pubblica attenzione, e servirsi di un odioso titolo per persuadere qualche verità, che pure fra molte spine di affetti quando troppo concitati, quando di soverchio delicati, e quando non naturali, il lettore si abbatterà a studiarvi. Non si dimanda passione colpevole un sentimento che ad opere laudabili e degne persuade; né il peccato mortale può altro fruttare che male. E questo, cioè le opere, è criterio sincerissimo e segno non fattibile, onde vien fatta abilità a discernere i buoni e i cattivi sentimenti, e le ree passioni differenziare dalle inclinazioni buone. Verremo pertanto in questa breve scrittura facendo alcune osservazioni intorno ai sentimenti, di cui è discorso nei detti romanzi di Eugenio Sue; e notando gli errori ne’quali, giudicando delle passioni umane, è caduto questo celebrato scrittore. (9 giugno 1855)

I.

LA SUPERBIA.

   Il più bello e il meglio scritto in quanto a merito di componimento è questo romanzo intitolato La Superbia. In esso vie più si rifrema quello che nelle poche parole proemiali dicemmo, cioè non del peccato mortale trattarsi, ma della virtù contraria; dappoiché l’autore pone qui con arte squisita due sentimenti contrarî l’uno rimpetto all’altro, per guisa che tutta se ne scorga e chiarissima la differenza. In quella Erminia virtuosa giovinetta artista messa incontro a quella Marchesa di Senneterre ricca e nobile signora, vengono personificati due sentimenti. Nella prima è figurata l’alterezza, virtù degna di animo grande la quale dimora nell’essere riguardoso della propria dignità e nel fermo non volere, deturpandola, venire a patti col vizio e colla prepotenza: la medesima è tanto lontana dalla viltà quanto dalla superbia. La quale è passione e peccato mortale sopra tutti biasimevole e vituperabile, e debitamente reputato fonte, donde altro malvagio affetto scaturisce. Per lo che lodandosi il sentimento di Erminia, vede chiunque abbia letto questo romanzo, non essere punto il peccato mortale della superbia che vi viene elogiato, ma sì la virtù dell’alterezza. Vede altresì che questo sentimento albergando le anime forti e generose, può, dove abbia a stare incontro alla superbia, riportare tali vittorie che riescano a mortificazione e scorno di quest’ultima: vede che qualunque sia lo stato di una persona quantunque ristretta e meschina la fortuna, avrà sempre nell’ alterezza dell’animo ad attingere tanta forza, tanto vigore di volontà che bastino a farsi in taluni casi cadere ai piedi i più orgogliosi colossi della prepotenza: vede oltracciò principal nemico dell’uomo povero essere la viltà, che può ognora indurlo a persuadere ad opere ed affetti vergognosi.

   Il quale grande e gagliardo sentimento dell’alterezza è rappresentato da Erminia Beaumesnil, che quantunque altamente ma non legittimamente nata, trovasi nell’umile condizione di una mediocre maestra di pianoforte. Come costei si comporti col padrone della sua casa, che le sta strettamente ai panni pel pagamento della pigione arretrato: colle immodeste petulanze del pessimo Ravil: coi male accetti complimenti ed i non chiesti doni del signor di Maillefort: e da ultimo colla madre di Gerardo di Senneterre a proposito del suo matrimonio, non è mica elogio di peccato mortale, anzi altissima lezione di morale e di virtù. Raro modello è questo, e da essere imitato per chiunque ha amor proprio, e più ancora per qualunque donna, che nata in basso stato, voglia farsi stimare ed avere in pregio non altrimenti che quelle le quali la eredità di nobile casato e dismisurate ricchezze inducano a tenersi da più delle altre. Solleva nel resto e riconforta le anime timide il vedere come sogliono venire degnamente rimeritati di splendido successo i travagli e i dolori di chi umile senza viltà e altiero senza superbia, ha voluto anzi ogni pena tollerare che far contro la dignità del proprio onore, e vendere per qualche passativo godimento la propria coscienza all’orgoglio all’avarizia ed al capriccio altrui.

   Né ci sarà chi non vegga da un’altra parte figurata la Superbia in quella Marchesa di Senneterre; la quale, non volendo consentire al matrimonio del nobile suo figliuolo Gerardo colla povera artista Erminia, dicesi disposta a vederlo anzi morire che farlo pago di un desiderio, il quale distornavalo dalle nozze splendidissime colla più ricca ereditiera della Francia. Questa è veramente superbia che calpesta i più sacri diritti, contraffa agli affetti del sangue, tiene in non cale e deride le più belle virtù sol che non le si scemi di un frusto quella ubbidienza che ella stimasi nella potestà di esigere: e questo è il peccato mortale, che l’autore punto non si ardisce di encomiare, anzi come vizio vituperoso e indegnissimo porge al dispregio delle anime bene allevate. Il perché se in questo romanzo, fatto un leggiero mutamento, si dicesse (come è) la superbia rappresentata dalla Marchesa e non dalla Erminia, diverrebbe il medesimo assai morale, ed assai degni di essere letto e studiato. (16 giugno 1855)

II.

L’AVARIZIA

   Così riesce dilettevole questo romanzo fino al capitolo XVI (ché quello che conseguita sino alla fine è come un troppo lungo e sconnesso appicco), e tanta mette curiosità de’casi che avranno a succedervi, che non crediamo altri, per isvogliate che sia, possa rimanersi dallo scorrerlo con avidità fino all’ultimo, tuttoché poscia non vi trovi tanto diletto quanto se ne riprometteva. E quantunque a coloro, che avessero già letto i Misteri di Parigi, certe morali fisionomie e certi caratteri non debbano riuscire nuovi del tutto, nondimeno scorgeravvisi quella mano maestra che sa al vivo dipingere ed adombrare gli affetti del cuore umano: Marietta Moreau, il comandante De la Miraudiere, la signora Lacombe e Richard figlio sono assai bene, vuol dire con assai verità, rappresentati. Non così può dirsi di Richard padre, l’avaro; i cui sentimenti l’autore snatura, guasta e colora in guisa da tirarli a provare quello ch’egli si è proposto di dimostrare cioè: Essere l’avaro un uomo in ogni parte pregevole ed onorabile, e l’avarizia una passione oltremodo profittevole agli uomini e alla civiltà.

   Ora il Sue in questo assunto ci pare un sofista, che arrovellasi a giovarsi di certe vane sottigliezze dialettiche per la dimostrazione del quesito, ed un poeta alla foggia di Owen e di Fourier, che gittatosi colla fantasia fuori della realità, edifica senza pur darsi un pensiero delle fondamenta. Conciossia che l’avaro ch’egli ritrae e vuole avuto in onore; non è l’avaro del peccato mortale: e le opere di quella passione anzi sentimento, ch’egli come avarizia si picca di elogiare, la provano tutt’altro effetto. L’avaro è un uomo che per le privazioni e le macerazioni, a cui volontariamente si sottopone, e per lo grande impero, a cui soggetta le naturali inclinazioni, dev’essere (secondo il Sue) avuto in pregio non altrimenti che gli anacoreti della Tebaide. Imperocché chiunque è venuto in tanta fermezza di carattere e in tanta gagliardia di volontà che bastino ad infrenare, anzi atterrare del tutto, ogni sentimento ed ogni passione per conseguire un fine propostosi, è certamente da essere giudicato uomo sommo e singolare. Resta solo a vedere (diciamo noi) quale uso egli faccia di tanto carattere: quale fine è quello che a sé medesimo proponga.

   Leggendo pertanto nel detto romanzo il testamento di Richard padre, dipinto come avaro, troviamovi di tali di sentimenti che mostrano non essere punto avarizia quella che mosse quest’ uomo a mettere in serbo tante ricchezze. Chiunque priva sé medesimo di ogni onesto ricreamento e di quanto può esserci di menomamente superfluo per il bene altrui, non è certamente avaro, anzi più che economo è caritativo. In fatti Richard dice nel testamento al figliuolo sé essere stato, prima della nascita di lui, assai poco sollecito di crescere il proprio patrimonio, e quasi prodigo delle sue facoltà; ma, natogli un figliuolo amatissimo, si dispose d’imporre a sé medesimo tal legge di domestiche strettezze che il ponessero in potestà di lasciare al figliuolo vistoso e splendidissimo patrimonio. Ora il sentimento che persuade a tanto fare, non è punto del mondo avarizia: dappoiché l’avaro priva sé medesimo di tutto per amore di sé medesimo, e per fruire la consapevolezza di potere, ad ogni volere, immergersi fino alla gola in ogni generazione di godimenti e di diletti. Sì maggiormente che il signor Richard nell’ammassare tanto tesoro, e nel privare sé e il suo figliuolo di ogni agiatezza e quasi del bisognevole, faceva in guisa che quegli per effetto di un’assai ben diretta educazione non avesse pur desiderio di quelle cose che gli mancavano, e che reputava soverchio, della condizione del suo vivere contentandosi molto volentieri: e lo disponeva  ancora ad avere più tardi quei costumi e quei sentimenti che valessero a fargli fare saggio uso ed ordinato della sua ricchezza.

   Se non che questo testamento non potrebb’essere stato scritto da quello stesso Richard, pubblico scrivano che sì perfidamente inganna la ingenua Marietta, sì ingordamente ne succia il denaro, e sì spietatamente tradisce il proprio figliuolo. Questi sono veramente da giudicare atti da avaro che sottilmente studii la coordinazione degli umani affetti, e quella morale affinità della quale ci troviamo di aver discorso in un saggio di Calcolo sulla probabilità degli umani sentimenti. Il Sue loda l’avarizia in quanto è sommamente ingegnosa e disinteressata a far serbo delle ricchezze; ma è vuolsi notare che, dacché altri è ingegnoso e disinteressato a mettere in serbo molta ricchezza, non è per questo solo un avaro; che bisogna vedere se spende quello che accumula: è però giusta la lode, ma non è dovuta agli avari. La cui passione l’autore eleva al cielo, perché per essa porgesi agli eredi facoltà di essere prodighi: così che il Sue mentre da una parte dice lodevole ed eroica l’avarizia, mostra da un’altra i sociali e magnifici vantaggi della prodigalità! E dice la prodigalità utile alla società come lo è il lusso, e sia pure; ma l’autore, come si è ingannato nella dipintura dell’avarizia di Richard padre, erra eziandio intorno ai sentimenti di Saint-Herem  e di Richard figlio; i quali non furono prodighi, anzi generosi furono, avveduti e caritativi dispensatori dei loro beni in pro della sventura e della virtù. Dio volesse che tutti i prodighi di questa terra fossero siccome questo modello di Luigi Richard! Ma l’autore si piace di chiamare prodigalità una laudabile larghezza di cuor pio e generoso per le ragioni che accennammo nel breve proemio di queste note. (20 giugno 1855)

III.

LA LUSSURIA

   Meglio che in altri romanzi si pare in questo la dottrina voluta dall’autore insegnare, cioè si potesse trar profitto dalle malvage passioni per fare il bene: in breve, utilizzare i perversi moti del cuore quando per altra via non riuscisse possibile il raddrizzarli. Qui però si parla del peccato mortale, e non della virtù contraria; perocché né la lussuria né la golosità né l’accidia possono avere virtù vicine o somiglianti. Vi si propone dall’autore il modo e si addita i casi, ne’quali una donna potrebbe adoperare la passione ch’ella desta nel cuore dei leggieri, per volgerli ad allettare ad alcun bene: vi si mostra come certe anime dure, a nessun altro stimolo sensitivo, né di alcun altra ragione capaci possano essere spinte a determinate azioni dalla passione e dall’entusiasmo ispirati dagli attrattivi di donna leggiadra; non altrimenti che Ester si valse de’suoi vezzi per disarmare l’ira di Assuero, e per le medesime ragioni, onde talora si promette dalla Chiesa il matrimonio tra l’uomo protestante e la donna cattolica. Non entra nel proponimento di queste Note lo esame di questa dottrina: ci limiteremo per tanto a brevi osservazioni, che non saranno indarno a che nelle opere dello ingegno va guardando allo scopo.

   Più semplice quanto allo intreccio degli avvenimenti, e più grave quanto a certe morali posizioni, questo romanzo fa vedere come in un secolo corrotto nel quale si parla sempre d’interessi materiali, non può non pervenirsi al sommo disordine di porre la onnipotenza del denaro; come un trafficante, venuto poco onestamente al possesso di una grandissima fortuna, cerca vendicarsi contro i poveri delle angustie e delle umiliazioni già da lui patite e sostenute quando pitoccava la vita appo un inflessibile e sordido padrone. Fa nello stesso tempo vedere come la virtù e la onestà (Carlo Dulèrtre) non cedon punto, ma stanno salde rimpetto all’abbagliante potenza dell’oro; e le fanno udire la voce d’interessi tutt’altro che materiali. Talmente che questa potenza dell’oro rimane tosto atterrata e schernita non prima l’alterezza della virtù e della onestà le si facciano incontro con fierezza  sdegno: doveché orgogliosi leva il capo quando si vede innanzi prostrate la superbia e l’ambizione (il principe Massimiliano), che aspetta con ansia i favori.

   Quanto poi alla passione della lussuria si dee notare che, leggendo il titolo di questo romanzo può altri credere dovervisi abbattere a leggere di fastidiose laidezze; ma egli non è così. Maddalena non è una femmina perduta e rotta in ogni maniera di scostumatezze; ma è una donna di delicati sentimenti, che non si trasporta ad atti o parole men che leggiadramente modeste. Se non che la medesima, giovane donna di rara avvenenza, conosce tutte le finezze dell’arte d’innamorare profondamente, e queste finezze viene adoperando per ottenere nel calore di una passione, che ella sempre nei termini della più sdegnosa modestia contiene, il fine che si propone per bene altrui. Io sono (ella dice) come il poltrone che fa impallidire altrui con un piglio truce in quella che egli è più pusillanime di coloro cui mette paura: e mi studio d’ispirare quella passione che io stessa non sento. Ma di questa si vale a persuadere il Principe Massimiliano di far grazia ad un fuorbandito, ed acconsentire alle nozze del proprio figliastro Conte Franz colla signorina Herbert: e per costringere il perfido usuraio Pascal ad essere indulgente alla sventura del misero di lui debitore Carlo Dulèrtre. E tutto ciò meno male. Pessimo poi sta che, siccome il Sue malamente consiglia, debbano le mogli in modo porgersi belle ai mariti che elle non siano proposte ai voluttuosi vezzi di una civetta. Qui l’egregio romanziere argomenta a rovescio; imperocché mentre da una parte insegna doversi per dir così, spiritualizzare gli affetti materiali, vuole da un’altra materializzato il più gentile, il più puro il più sacro affetto, l’amor coniugale.  (23 giugno 1855)

IV.

L’ACCIDIA

   Questo romanzo, che pel racconto degli avvenimenti e per certa bizzarria di idee recherà assai diletto a chi si farà a leggerlo, non va tanto pel sottile arzigogolando per entro i viprai dell’antropologia. La infingardaggine di una moglie (Fiorenza) consorte di un marito (Luceval) operoso e solerte: i casi di una giovane donzella (Valentina d’Infreville) mal maritata ad un infermo e tristo marito; e da ultimo l’aborrimento che ha Michele Renaud da ogni maniera di disturbo e di travaglio danno la tela ai molti drammatici e curiosi avvenimenti di questo romanzo, che è uno dei meglio scritti della raccolta.

   Se non che dove negli altri la passione protagonista non è il peccato mortale, onde il romanzo è intitolato, ma sì la virtù opposta; in questo se non è accidia la passione principale, è tal cosa la quale assai meno di quella merita di essere lodata. Dappoiché nel luogo dell’accidia, se il Sue crede di ritrarre e descrivere, non vedesi rappresentata che la mollezza e la più esquisita, siccome qui appresso daremo a dividere. Vogliamo per ora porre che quella fosse accidia; non ci possiamo però di meno di passare di venire notando alcuni non piccoli errori, in cui è caduto, intorno alla natura dei caratteri e dei sentimenti, questo esimio e sottile speculatore del cuore umano. Egli loda l’accidia per la inerzia che la medesima         (ci manca una colonna!)

intelligenza che sa trovare i mezzi di fruire meglio è più lungamente l’obbietto della stessa: e diciamo comprovata, però che l’accidia non suole essere insieme a sottigliezza d’ intelligenza.

   Che cosa è dunque la passione che in questo romanzo è presa ad essere elogiata? Non è il peccato mortale dell’accidia; ma la mollezza; ed il più disordinato amore dei piaceri, cercati e procacciati non mica a modo di accidioso, ma a modo di passione sveglia, accalorata ed attiva. Veggasi perciò quanta solerzia quante fatiche e quanto ingegno adoperarono Michele e Fiorenza per comperare la bellissima casina situata sopra una delle colline di Hieres e da essi ordinata alle loro delizie. E qui mi farebbe mestieri copiare quelle pagine del romanzo, dove è descritto e rappresentato quanto può di dilettoso e di molle immaginar la mente per creare al cuore e al corpo ogni maniera di dolcezze. Qui l’attuazione vedesi e l’apoteosi dell’ epicureismo: qui vedesi i due accidiosi di Sue in possesso della perfetta quiete dell’animo e del corpo, e intesi solamente a fare, in quanto fosse loro possibile, felice e deliziosa la vita: felicità e delizie, che i pigri in loro vita non godono, o almeno con istenti e con fatiche mai a sé stessi non procacciano.

   Se non che non vogliamo in così fatte iperboli di questo romanzo non pescare qualche cosa utile alla morale, ed è questa sentenza cioè: Che nessuna cosa alla tranquillità dello spirito e, come dice Sue, del corpo conferisce meglio della coscienza di essere stato sempre buono con tutti e sempre pietoso verso i poverelli. (27 giugno 1855)

V.

L’ira

   Chi allo svolgimento dei fatti di questo dilettevol romanzo sottilmente guardi, scorgerà che in esso non vengono porti alla meditazione del filosofo i buoni effetti che possono conseguitare all’ira, né il buon senso che far si possa di questa passione; ma vedravvi dipinto il temperamento (come l’autore il nomina) ultra-sanguigno, e discorrersi dello ufficio a cui convien che sia deputata una prepotente e vigorosa complessione, essendo conveniente che ciascuno venga adoperato in quegli ufficii, ed a quelle arti, a cui da natura è disposto. E però quel fiero Cloarek, personaggio principale del romanzo, invece di essere posto nella magistratura, era da essere adoperato alla guerra o alla pirateria.

   Né la passione, che forma il subbietto di questo romanzo, è il peccato mortale che ognuno sa, ma sì la virtù contraria. L’ira peccato mortale, opposta alla mansuetudine, è la mancanza di ogni rassegnazione e di ogni pazienza: è il violento dispiacersi di non vedere satisfatti i nostri appetiti, non compiuti né coronati di successo i nostri disegni di ambizione di avarizia di voluttà ec: è ira del pari, che germoglia dalla superbia, la violenta insofferenza delle avversità. Avvi però lo sdegno, che è il sollevarsi della nostra sensitività, il nostro reagire contro tutto ciò che offende la nostra dignità e l’onore, massime quando in noi s’intenda offesa la società a cui apparteniamo: e germoglia dall’alterezza; la quale distinzione tra l’ira e lo sdegno s’ argomenterà eziandio dalle parole del Salmo 4.° Irascimini et nolite peccare. Ora sdegno e non ira, è il sentimento protagonista di questo romanzo.

   Sdegno, non ira, è il sentimento onde vien preso quel fiero bretone Cloarek contro quel perfido borghese, che venne a voler comperare la giustizia in favore di un suo figliuolo imputato di frode. Certo non è peccato mortale quel sentimento, onde lo sdegnoso giudice fe scontare allo sciagurato villano il grave insulto. Ira pel contrario può dirsi quella, da cui fu trasportato lo stesso Cloarek contro sua moglie, che volle impedirgli di uscire e di andare alla veglia in casa del presidente. Ira fu quella veramente; poiché per essa furono gittati sotto dei piedi gli affetti del sangue, le convenienze e la ragione: ne veniva mossa contro la perfidia la slealtà e la viltà. L’autore dice essere l’ira una forza che quando  messa in esercizio da generosi motivi, spinge ad azioni alte e magnanime; ma, diciamo noi, quando un sentimento è in noi mosso da generosi e santi motivi, non può essere mica peccato mortale, ma virtù. Abbiamo in altro luogo ampiamente ragionato de’segni onde si possa discernere e fare differenza tra l’ira e lo sdegno; e del come e dove congetturare probabile l’una o l’altra: ora i sentimenti palesati dal Cloarek il dicono anzi capace di sdegno generoso, che d’ira cieca.

   Per la qual cosa in luogo dello elogiare un peccato mortale, pare ed è effettualmente, scopo di questo romanzo il mostrare quanto possa riuscire profittevole alla virtù e alla giustizia il sentimento dello sdegno, dove si accendi in persona di valida complessione e robusta. Il perché saggiamente s’avvisava il Cloarek che ad impiegare utilmente il suo temperamento, gli conveniva correre il mare difendendo il commercio francese contro le forze dell’Inghilterra; affine propriamente che non venisse inutilmente o colpevolmente sciupata e spesa quella energia di animo e quel vigore di corpo, che messi in mezzo a lotte ed a pericoli, messi in difesa del debole contro del forte, della virtù e della giustizia contro il vizio ed il delitto, possono cose altissime fruttare di coraggio e di generosità. In pruova di che può leggersi come il capitano Gagliardo, vedendosi tratto per infame tradimento e messo in ceppi sopra una nave per essere menato prigioniero sulle coste della Gran Bretagna, infiammisi di sdegno giustissimo e generoso, pero che vedesi vittima di una viltà, ed attigne da questo sentimento tanta forza e tanto coraggio che gli bastino a spezzare le sue catene, e liberarsi coll’abbattere i suoi carnefici, da tanto pericolo. E forza e coraggio vedesi medesimamente essergli fornito dal suo sdegno, quando viene in soccorso della propria diletta figliuola, che truculenti e vilissimi scherani volevano trarre seco loro in ostaggio. I quali atti di generosità e di rinnegamento indiretto ad uno scopo laudabile e giusto addimostrano che la passione protagonista di questo romanzo (intitolato l‘Ira, ripetiamo, per vano sfoggio di titolo bizzarro) non è sì rea e sì malvagia quanto l’ira, peccato mortale, convien che sia; ne ha veruno di quei segni e di quei caratteri che la chiariscano passione cieca ed impetuosa siccome l’ira è; la quale procedendo da superbia ed egoismo, non può a scopo degli atti suoi proporre né ragione, né giustizia, né virtù. (30 Giugno 1855)

VI.

L’invidia

   Ad una severa critica potrebbe questo romanzo parer mancante di unità d’azione; dacché certi episodi, come quello dell’amore di David per Maria, svolgono troppo l’attenzione dall’argomento principale, e fanno che il romanzo finisca in un modo non che inatteso, bizzarro e poco verisimile.

   Ma lasciando dall’un dei lati cosiffatto esame, è qui da notare che l’autore in questo più che in altri addimostra di non concepire la differenza importantissima dal vizio o peccato mortale, indicato dal titolo del romanzo, alla virtù opposta che forma realmente il subbietto principale del medesimo. Federico Bastien giovinetto a 16 anni, vivendo assai parcamente in una povera villa sotto il governo di Maria sua madre, donna soprammodo affettuosa ed assai saggia, è preso da odio contro il marchese di Pont-brillant, dappoi che ne ha invidiato il lusso e le grandi facoltà. Poi quest’odio è spinto a tale da indurre lo sciagurato giovanetto all’assassinio del detto marchese; il quale per un caso al tutto romanzesco vedesi campato da tanto pericolo. E prima di ogni altra cosa è da far maraviglia che Eugenio Sue, il quale nelle sue opere fa vedere non mezzanamente conoscere i misteri del cuore, abbia opinato che Federico Bastien in quella età, con quel temperamento di corpo, con quell’indole aperta ed espansiva e con quella spirituale e saggia educazione abbia potuto albergare la passione della invidia, ed alimentarla fino all’odio, e questo fino alla premeditazione dell’omicidio!

   Questo romanzo in fatti non discorre dei buoni effetti che produsse in Federico il peccato mortale della invidia; ma sì degli ottimi frutti che questo giovane, il cui cuore vibrava ad alti sentimenti, colse dalla virtù dell’emulazione, poscia che David ebbe dato agli affetti dell’animo di lui il debito avviamento e scopo.

   È la rea passione dell’invidia quel peccato mortale, onde altri odia un suo simile  perché maggiore e_____________________

care sollevarsi fino a quello, si strugge dal desiderio che quegli venisse abbassato fino a lui. È il gentil sentimento dell’ emulazione quella virtù per la quale altri ama ed onora un suo simile perché migliore o più felice di sé, ed anzi che desiderare che quegli fosse abbassato fino al suo livello, e s’ingegna e si studia di sollevarsi fino a quello; e, dove possibile gli fosse senza scapito della riputazione del medesimo, vincendo e oltrepassare. Quando in questo romanzo l’amico David fa intendere al giovane Federico la bassezza e la turpitudine della invidia e l’altezza e la nobiltà dell’emulazione, in modo che Federico si sforza di addivenire superiore all’emulo e vincerlo in generosità ed in filantropia, non ha egli fatto che questi da un vizio sia venuto ad una virtù? Quando Federico coll’imminente pericolo della propria vita campa dalla morte lo stesso marchese, ed a sempre nuovi e grandi pericoli si spone per soverchiarlo in atti di virtù e di generosità, non è egli nell’eroismo? o dee pensarsi essere uno stesso sentimento atto a persuadere lo eroismo e l’assassinio?

   Né vale, facendosi pel sottile e pel cavilloso, dire che bisogna invidiar bene e non invidiar male; imperocché non sapremmo comprendere che cosa altro possa essere questa invidia buona, se non emulazione. Neppure ce ne fa capaci l’udire dell’autore aver Dio dato le forze all’uomo, a fine che questi nel suo libero arbitrio ne faccia buono o tristo uso, e le adoperi bene o male; imperocché male adoperata con quella passione questa cotal forza dell’animo è invidia peccato mortale, bene adoperata, è emulazione virtù. Non è la invidia bene usata che può persuadere altrui opere sì alte e sì magnanime come quelle a cui conducesi Federico, ma è lo entusiasmo della emulazione. L’invidia non può fruttare che opere malvage ed odievoli; e chi sente questa passione non può ad un tempo sentire e nutricare un affetto del tutto opposto alla medesima. Lo stesso autore ritrae nella Matilde e adombra l’invidia con assai verità e naturalezza in quella Orsola Secherin, che porge all’osservatore filosofo i segni e i caratteri di questa passione egoistica: la quale mai non sarà fonte, da cui siano per iscaturire quegli affetti e quei sentimenti, onde Federico Bastien s’induce ad atti ed azioni, che il fanno non già vituperabile per sì odioso peccato, ma degno di elogio e modello di virtù veramente bello ed imitabile. (4 Luglio 1855)

VI.

La gola

   Questo romanzo, ultimo e compimento di tutti, è pochissima cosa come lavoro letterario; ché poco diletto potrà prendere il lettore dal leggere come un ghiottone (D. Diego) si conduca per amore del peccato di gola a consentire alle nozze di sua nipote Dolores col capitano Orazio. Abbiamo già innanzi detto che la gola è tra quei vizî che non possono avere virtù vicina o simigliante, e però qui non di virtù, ma di peccato mortale si ragiona. Per lo che non potremmo, parlando di questo romanzo, che notare due cose degne di particolar considerazione. L’una è questa che ci pare l’autore essere venuto a conseguenze false da un principio erroneo; giacché egli dice che se il peccato di gola è un disordine, la frugalità portata all’estremo dev’essere una virtù: e però essere da sperare che l’uomo si riduca al perfezionamento morale di vivere per cavarne e cibarsi di radici; il che (secondo l’autore) sarebbe un rimenare la società allo stato selvaggio. Ora egli è da osservare che è tanto necessario al perfezionamento morale il vivere in caverne e cibarsi di radici, quanto è vero che contraria alla gola non possa altrimenti essere la frugalità, che dove sia spinta all’ultimo suo estremo. Non è forse vero che l’eccesso della virtù, cioè allora che è senz’ordine e senza modo, non è virtù, anzi talvolta si avvicina al vizio contrario? E da un’altra parte ei non può dare plausibile risposta all’osservazione dell’abate Ledoux, essere certo assai migliore e più desiderabile cosa conseguire la salute eterna in istato selvaggio, che dannarsi in istato di perfetta civiltà

   L’altra cosa, che dicemmo reputare degno di peculiare considerazione, si è la proposta dell’autore, che si dovesse profittare della naturale inclinazione al beneficare, che vengono acquistando gli uomini dopo un lauto desinare, fondandosi nella osservazione che mostra i poverelli chiedenti l’elemosina in sull’ uscio delle osterie riceverne sempre da coloro che n’escono, e raramente da coloro che vi entrano. Onde egli propone di porre all’uscio delle osterie un bussolo con la iscrizione: per quelli che hanno fame, sicuro che il cuore di tutti coloro, che per effetto del cibo e del vino sono entrati in quella espansività, che rende facile la larghezza e la filantropia, non passeranno, levati di tavola, con indifferenza e inoperosi per avanti di quello.

   Se non che, entrando nel discorso dello scopo generale, diciamo che il sopra mentovato fenomeno non deve a pezza tornare il lode della ghiottoneria; dappoiché la pietà e la carità non rampollano punto dalla ghiottoneria, e la facilità di essere benevolo viene dalla consapevolezza del proprio buon essere e dalla naturale disposizione alla filantropia. Notisi ciò, (e noi lo abbiamo diffusamente trattato altrove) un avaro un crudele un egoista possono per avventura voltarsi a qualche atto generoso dietro un ristorante e non soverchio desinare, non mai dopo una gravosa gozzoviglia; perocché in questo caso ei diventano più misantropi e più egoisti, come quelli che vi___________ rifatti, più infermi che allegri e vigorosi. Né alcuno tra costoro si consiglierebbe giammai a largheggiare nelle spese di banchetto pel solo fine dell’utile industriale e commerciale; perciocché in generale sono i ghiottoni grossolani ed egoisti, e niente solleciti del bene del paese, e meno del niente poi de’vantaggi umanitari. Laonde non può, siccome il Sue pretende, essere il peccato di gola elogiato per l’utile che fa al commercio e per il lusso che promuove. Noi, non versati nelle materie economiche, non toccheremo la questione del lusso, la quale ha avuto sempre parteggiani del pro e del contro: quistione che il Sue si avvisa diffinire a favore del lusso così vittoriosamente, che fa esclamare al D. Diego: Essere doloroso che altri non possa fare dieci pranzi al giorno!… Non toccheremo, dico, tale quistione, dacché per non essere pratici della materia, non ci vogliamo affidare al nostro giudicio. Ben ci ricorda però che una volta stando sopra questa materia o qualche cosa di somigliante a meditare, ci parve che la fine del mondo, quanto all’ordine naturale, non dovesse principiare che dallo eccesso di tutte le specie di lusso. (7 Luglio 1855)

                                   GIUSEPPE MASTRIANI