BOZZETTO MODERNO
I.
Leopoldo Buonapasta è un giovine che risponde al suo cognome, perché d’indole dolcissima e affettuosa; è impiegato al Municipio d’una città d’Italia, che è inutile nominare; ha 1500 lire di stipendio all’anno; ed è elettore politico e amministrativo. Quando si tratta di nominare il deputato del suo collegio, interroga il suo capo d’ufficio; e, quando è chiamato a votare pe’ consiglieri municipali, non ha altro fastidio a prendersi che gittare nell’urna la lista che gli vien data dal prelodato suo superiore.
Leopoldo avrebbe moltissimi dati per essere felice: è un bel giovine, di ottima salute; ha poco ingegno, pochissima istruzione; non s’impaccia di politica, non è ambizioso; è di buone visceri, servizievole, affezionato fino ad un certo punto. In quanto a sostanze, oltre dello stipendio che riceve dal Municipio, ha la somma fortuna di non avere un despota su la nuca del collo che si chiama padrone di casa; dappoichè la casetta in cui abita gli è stata recata in dote dalla sua sposa.
Dunque Leopoldo è ammogliato?
Sì, signori. Sono due anni appena ch’egli è marito d’una certa donnina a trent’anni, a nome Ersilia, che gli recò in dote una gentil casetta ammobigliata di tutto punto, e una virtù più o meno illibata.
Con tutti questi dati per essere felice, Leopoldo è un disgraziato. Il poveretto non può respirare senza il visto di sua moglie.
Quando i coniugi Buonapasta si mostrano al rispettabile pubblico, sia per visite, sia per passeggio, sia nelle chiese ch’essi frequentano con universale edificazione, tutti invidiano Leopoldo per la buona sorte che ha avuto d’incontrare una donnina adorabile, che ha sempre il sorriso in sul labbro, e che mostra di avere per suo marito i più teneri e delicati riguardi. Figuratevi che la cara Ersiliuccia ha sempre in bocca queste frasi: Il mio Poldino, l’angelo mio, il coccolino mio. E non si ritiene la sviscerata sposa di accarezzare e baciare il suo coccolino alla presenza della gente, e segnatamente delle amiche, che si bevono in buona fede queste esagerate dimostrazioni di affetto, dicono beatissimo il giovine Leopoldo, e gli fanno le loro congratulazioni per tanta felicità di che il cielo gli ha fatto dono.
Povero Leopoldo! Se la gente sapesse che vita è quella che egli mena in casa!
Ersilia è una vipera in casa, un flagello, una gramola perpetua per quella vittima del codice civile.
Ersilia è gelosa fino alla mattina. Ci è una differenza di età fra lei, che ha varcato i 30 anni, e suo marito che ha appena 23 anni. Aggiungasi che la cara consorte è magra come una quaresima di altri tempi; e la natura le è stata avara di quelle rotondità che formano la gloria del bel sesso. In generale, queste donne sono stizzose, invide, gelosissime, dispotiche verso i loro mariti, di cui diventano il supplizio.
La gelosia di Ersilia arriva a tale che essa non permette mai al suo Poldino di uscir solo e ogni giorno lo accompagna all’ufficio municipale, donde lo va a riprendere verso le quattro. Durante la gita e il ritorno, Poldino deve camminare cogli occhi bassi come un frate che reciti il De Profundis accompagnando un morto; che se, per distrazione il miserello leva gli occhi addosso ad una figlia d’Eva, la dolce metà gli dà tal pizzicotto al braccio che l’ impiegato municipale vede le stelle pria che annotti. E poi, quando arrivano in casa, c’è un diavoletto da far ridere i vicini, perché Ersilia, benché abbia un petto di pulcino spiumacciato, strilla ch’è una delizia a sentire.
È stabilito ne’consigli coniugali che le fanti da introdursi in casa non debbano contare meno di 60 anni. Ersilia le va scegliendo tra le più brutte del paese.
II.
È una domenica mattina del mese di giugno dell’anno 1878.
Leopoldo si sentiva poco bene ed era rimasto in casa!
Ersilia, accompagnata dalla vecchia fante era uscita verso le nove, per andare a sentire la messa.
Per paura che il marito nell’assenza di lei, ricevesse in casa qualche gonnellino, la gelosa donna chiude a chiave il consorte, a cui è conceduto, per generosa largizione della moglie, di fumare un sigaro la mattina ed uno alla sera.
Non dimentichiamo di dire che il povero Leopoldo non è padrone neppure di un centesimo. L’economia domestica è regolata interamente da quella buona massaia di Ersilia, che ha assegnato al marito due soldi al giorno per due Minghetti. In quanto alla colezione, la moglie gliela prepara in casa prima che vada al suo ufficio. E questa famosa colezione non consiste in altro che una tazza di caffè, alias brodo nero, e due fettucce di pane abbastanza raffermo. E il povero Leopoldo, ha uno strenuo appetito!
Dicevamo dunque che quella domenica mattina Leopoldo era solo in casa.
Sdraiato su d’una poltroncina nella camera coniugale, egli godeva della suprema felicità di non trovarsi sotto gli occhi della moglie e di ridurre in polvere il Minghetti.
Benché il nostro impiegato non sia un filosofo, un pensatore qualunque, pure questa volta egli filosofava… pensava…
Oh! se la gelosa Ersilia, intenta a sentire la messa, avesse potuto indovinare a quello a cui pensava il suo Poldino!
Dacché il mondo è mondo, il frutto proibito fu sempre il più gustoso. Vietate la cosa più insipida: questa cosa acquisterà un sapore squisito. Ecco perché le mogli altrui sono sempre più belle della propria, massime quando la propria è magra e gelosa.
Ora, voi avete a sapere che Leopoldo ha un amico, un compagno di ufficio nomato Giacomino Malerba, che avea sposato da pochi anni un bocconcino di latte-miele, che alla bellezza accoppia una virtù abbastanza discutibile. Questa giovane bionda, con occhi cilestri e vivacissimi, con una bocca, vera calamita di baci, con certe forme che spiccano sotto mummificante veste che oggi la moda ha inventata, nomasi Adelina.
Avvenne parecchie volte che in qualche rara ora di trapasso – (come dicono gli ostrogoti che ci governano) – Giacomino Malerba menava a casa sua l’amico Leopoldo per offrirgli una costoletta alla milanese e un bicchiere di vino di Chianti.
Per tali occasioni Leopoldo ebbe veduta la bionda Adelina, moglie dell’amico Giacomino. È a sapere che Adelina è una figlia dell’Olona; ed è noto che queste benedette milanesi fanno girare il capo.
Questa ora di trapasso era un’ora di felicità pel povero Leopoldo. Una buona colezione, i sorrisi d’una amabile donna, e lontano dalla moglie!
Fatto sta che queste visite ripetute a casa di Giacomino non potevano mancare di produrre quello che in fatti produssero.
Leopoldo sognava sempre Adelina; e meno male che non era sonniloquo! Era sempre distratto, di che la cara moglie il rimbrottava; e non mancava di dirgli:
«Scommetto che qualche donna ci hai pel capo. Se arrivo a saperlo!».
Questa minaccia faceva raccapricciare il povero Leopoldo che pur sorridea, e rispondeva alla moglie:
«Io penso sempre a te, gioia!».
E quella vipera di Ersilia stringeva le labbra, e scrollava il capo in atto di diffidenza.
III.
Quella domenica mattina Leopoldo adunque sdraiato su una poltrona del salotto, fumava e… pensava a’begli occhi ed a qualche altra bella cosa della vaga lombarda, consorte del suo amico Giacomino.
Sonò il campanello.
L’uscio di scala era chiuso a chiave, e questa si trovava nella saccoccia di Ersilia.
«Chi è?» domandò un carcerato.
«Una lettera per voi, signorino» rispose il portinaio.
«Io sto chiuso a chiave come una figliuola zitella – rispose Poldino – Porgimi la lettera di sotto la porta».
Il messaggio passò il breve tunnel, e venne nelle mani del carcerato.
Era un vigliettino profumato patchoulì; sopraccarta inglese, su la quale con nitida scrittura era il seguente indirizzo: All’Egregio Signor Leopoldo Buonapasta, impiegato municipale – Sue mani – riservata.
Non vi era dubbio! La lettera era a lui indirizzata. Chi mai la scriveva?
Leopoldo disuggellò la lettera, e corse cogli occhi alla firma. Non era sottoscritta.
Leopoldo lesse con grandissima sorpresa le seguenti parole:
«Signore – Una donna che vi ama alla follia vi aspetta martedì sera, alle dieci, in sua casa, Strada de’Cornioli n. 4, porta a mano sinistra. Alla cameriera che vi aprirà l’uscio direte: Io sono colui: ella v’introdurrà in un’alcova d’amore, dove la vostra amante vi dirà, tra le sue braccia, quanto vi ama».
A Leopoldo, leggendo questa lettera, il cuore battea… battea!
Che romanzo!
Chi potea mai essere questa donna?
Era il mese di maggio, e non poteva essere un pesce d’aprile.
Egli non ricordava di aver conosciuta nessuna donna che abitava alla strada de’Cornioli.
Quella lettera gli abbruciava le mani. Se capitasse sotto gli occhi della moglie. Misericordia!
«Ho capito! – egli disse tra sé – È un agguato che vuol tendermi la mia dolce consorte. Scommetto ch’ella avrà foggiata questa lettera per provare la mia fedeltà. Questa mia pretesa amante non è che un personaggio ideale creato dalla fervida gelosa immaginazione di mia moglie. Povera matta!».
Venuto in questa persuasione, Leopoldo andò a ficcare la lettera e la sopraccarta nella fodera del cappello a cilindro, sapendo che la consorte aveva l’abito anche di frugargli nelle tasche, quando egli usciva o rientrava in casa.
Fatto ciò, si ripose tranquillamente a fumare, aspettando il ritorno della sua padrona.
Quando la cara Ersilia ritornò a casa, Leopoldo cercò di leggere sul sembiante di lei qualche cosa che accennasse alla lettera; ma la faccia sempre ombrosa della dolce metà non offriva nulla di straordinario.
E per quella giornata ci fu una certa calma in famiglia.
Non omettiamo di dire che il messo, che avea recato la letterina amorosa avea raccomandato al portinaio, secondo le istruzioni ricevute, di non dire nulla alla signora Ersilia intorno alla faccenda della lettera; ed il cerbero, a cui era stato gittato l’ ingoffo nelle bramose canne, era stato fedele alla consegna; sicché, quando la signora Ersilia, conformemente usava ogni volta che ritornava dall’aver lasciato solo il marito in casa, gli domandò se fosse venuto alcuno a chiedere di suo marito, rispose che nulla di nuovo vi era stato.
Le spie debbono essere ben pagate, altrimenti servono a che le paga meglio.
IV.
Il domani, lunedì, Leopoldo, accompagnato dalla solita gelosia, se ne andò al suo ufficio, pensando sempre alla strana avventura del giorno innanzi, e persuaso che quella lettera fosse un agguato di sua moglie.
Nell’ufficio trovò il suo amico Giacomino; e gli raccontò la faccenda della misteriosa lettera.
Giacomino volle leggerla; e Leopoldo la trasse dalla fodera del suo cappello, e gliela porse.
Quando il Malerba l’ebbe letta, esclamò:
«Te felice, giovinotto! Tutte le buone fortune sono per te!».
«Come! e tu credi ch’io vada a questo appuntamento?»
«Non ci vai?».
«Fossi matto! E mia moglie mi lascerebbe uscir solo alle dieci di sera! E poi prendi tu la cosa sul serio? Non credi che questa sia una burla?».
«Niente affatto. Io ritengo che tu hai avuto la somma felicità di innamorare una bella donna. Tu saresti il più gonzo degli uomini se non profittassi di tanta ventura. Vorrei essere nei tuoi panni!».
«Veramente?».
Leopoldo ebbe allora una strana idea.
Persuaso che quella lettera non fosse che un tranello in cui volesse coglierlo la gelosa moglie, pensò di fare una burletta all’amico, una specie di pesce d’aprile.
«Vuoi tu andare, invece di me, alla strada Cornioli n. 4?».
«Perdinci! Accetto volentieri. Queste avventure mi piacciono assai; anzi, tanto più mi divertono, quanto più arrischiate esse sono. Dammi la lettera».
«Prendila pure: e Venere ti sia propizia!».
«Dirò che tu stai ammalato ed hai mandato me a presentarti appo lei» disse ridendo il Malerba.
«Bada di rappresentarmi bene – aggiunse Leopoldo – Non farmi fare una brutta figura».
«Non dubitare; farò onore a te e a me».
V.
Giacomo Malerba si recò infatti al n. 4 della strada Cornioli, all’ora indicata nella lettera.
Alla persona che gli schiuse l’uscio egli disse:
«Io sono colui».
«Si accomodi» rispose quella.
E introdusse il giovane in una elegante camera da letto rischiarata appena da un fuoco cerogeno.
Una giovane donna, leggermente vestita, era sdraiata sopra una poltrona.
Giacomo ebbe una dolce sorpresa!
Quella giovane era sua moglie!
La signora Malerba avea detto al marito che per quella sera era stata invitata al teatro da una sua amica.
Ma non meno dolce dovette essere la sorpresa della bionda Adelina.
Bel quadro finale di un atto del teatro moderno!
Giacomo Malerba era un giovane di spirito che non s’ imbrogliava giammai, né si perdea mai di animo dinanzi a qualunque posizione.
Questi cotali sono fatti per ghermire il ciuffo della fortuna.
Ma la milanese non la cedeva in fatto di prontezza d’animo e di faccia impassibile.
«Non vi aspettavate questa dolce sorpresa, madama» le disse il Malerba con imperturbabilità.
«Me l’aspettava» rispose la donnina.
«Come a dire, signora?».
«Eh, caro mio fedele consorte, quando si ricevono certi vigliettini al patchoulì, i quali cominciano con queste parole – Una donna che vi ama alla follia – bisogna essere più cauti e guardarsi il portafogli sul comodino accanto al letto. Vi sono certe mogli indiscrete, che vanno a ficcare gli occhi proprio ne’ taschini dei portafogli dei loro mariti, quando questi dormono il sonnellino dell’oro».
Giacomino appuntò gli occhi sul grazioso visino biondo della moglie.
Adelina seguitò con quello accento di fino sarcasmo onde si vuole trafiggere alcuno, dal quale si abbia ricevuto una mortale offesa:
«Questa mattina, per esempio, il signor Giacomino Malerba, impiegato alla terza sezione del municipio, dormiva assai graziosamente verso le otto e mezza; e la signorina Adelina Malerba, moglie legittima del prelodato, ha avuto la tentazione di andare a frugare nel portafogli del marito. Veramente l’ Adelina confessa di avere avuto la mala intenzione di appropriarsi di una cartina di cinque lire di che avea bisogno per certe minute spesucce che avea a fare. Fatto sta che un forte odore di patchoulì ha colpito l’olfato della donnina nello aprire il portafogli; e, poiché ella sa che il benemerito governo dell’alma Roma non ha ordinato di profumarsi di patchoulì le cartemonete, ha supposto naturalmente che in una delle taschine di quel portafogli vi fosse qualche cosa che esce dal corso forzoso. Di fatti, ella ne cava un vigliettino elegante di una bella ignota: l’indirizzo non ci era, perché non v’era la sopraccarta; ma non potea cader dubbio che l’ indirizzo fosse a colui, al quale il portafogli appartiene. La bella ignota, la fata bianca, dava al padrone del portafogli, già s’intende, un appuntamento amoroso alle dieci di sera, in sua casa, strada dei Cornioli n. 4, porta a mano sinistra. La strada era bene scelta e anche l’ora. Letto questi bigliettino, la moglie dello applicato municipale il ripone nel taschino del portafogli; e fa una sua pensata.
Facciamo una dolce sorpresa al fedele consorte – ella dice tra sé – facciamoci trovare alla strada Cornioli n. 4. Mio marito sarà incantato di questa sostituzione. Trovare la moglie dov’egli aspettavasi di trovare l’amante, è un giochetto grazioso. Questa non sarà certo una lezione per questo don Giovanni in sedicesimo, ma è sempre una mortificazione. Com’ella si fu deliberata di mandar ad atto il suo proponimento, disse al consorte di essere stata invitata per quella sera al teatro da una sua amica, la quale avrebbela rimenata a casa nella sua carrozza. Il fido sposo non cercava di meglio per sbarazzarsi della cara metà per quella sera; e non trovò obiezione alcuna a lasciare andare sua moglie al teatro. La signora Malerba esce verso le nove e un quarto, e alle nove e mezzo si trova in via Cornioli n. 4. Questa è una casa di equivoca reputazione, dove qualche coppia di colombi viene a passarvi tre quart d’heure du berger. La signora Malerba chiede una stanza decente, domanda se qualche uccello femmineo di passaggio fosse venuto prima di lei; le si risponde di no. Allora ella si fa chiamare la cameriera della casa, e le dice: Eccovi due lirette; e se si presenti un giovine il quale vi dica: Io son colui, introducetelo in questa stanza. Non essendosi presentata nessun gonnellino, la signora si persuase che una burletta era stata fatta a suo marito, e si pentì quasi del passo ardito che avea dato ponendo il piede in una casa di equivoca fama; ma poiché ora vi si trovava, bisognava pigliarsi lo spasso di vedere la smorfia che suo marito avrebbe fatta nel trovare la moglie invece della fata bianca. Il signor Malerba non volea fare aspettare un minuto la bella dama; e alle dieci fu qui. Che ve ne pare, mio dolce consorte? Ci è dello spirito in questa burletta che vi hanno fatta, non è vero?».
Giacomo a questo discorso della moglie era rimasto intontito. La cosa filava appuntino; e in quel che Adelina aveva detto ci era moltissima apparenza di verità. D’altra parte, era impossibile che una donna sapesse così bene e prontamente districarsi da un brutto garbuglio.
Giacomino si persuase che quel briccone di Leopoldo gli avesse fatto una burletta; e giurò in mente sua di vendicarsene.
Per ora, non ci era di meglio a fare che mettersi la moglie al braccio; e, senza dir motto, andarsene tranquilli a casa.
«La sua buona grazia» disse a Giacomino la cameriera con un sorriso significativo, aprendogli l’uscio della scala.
«Vanne all’inferno» rispose il Malerba, che avrebbe volentieri sfogato con lei la sua bile.
VI.
Rientrati in casa i due sposi amatissimi, si spogliarono, si coricarono, e si addormentarono in pace, nel sonno dell’ innocenza.
Giacomo si alzò all’ora consueta, si rivestì, accese un sigaro, e si avviò al suo ufficio.
Non sappiamo se quella mattina nel momento in cui Giacomino col cappello in testa accingevasi ad uscire, i due sposi si abbracciassero e baciassero, conformemente usavano ogni giorno; ma è facile che così facessero anche quel dì. Adelina avea sì bel cuore! Perdonava con tanta buona grazia le scappatelle di suo marito!
I due amici, Leopoldo Buonapasta e Giacomino Malerba si ritrovarono all’ufficio il mercoledì mattina.
«Prosit!» disse Leopoldo all’amico con significazione.
Giacomino ebbe la tentazione di lanciargli il calamaio su per la tasta; ma si contenne, e atteggiò il labbro ad un sorriso.
«Ti ringrazio, amico – gli rispose – Perdesti una bella occasione!».
E questa volta il Malerba diceva il vero senza volerlo.
«Bella, eh?».
«Capolavoro».
«Credette la dama che tu fossi Leopoldo Buonapasta?».
«Perfettamente».
«Sta a vedere che io senz’averne goduto l’usufrutto, ne pagherò con mia moglie interesse e capitale».
«Sta tranquillo. Le donne non si vantano di certe cose, come ce ne vantiamo noi altri capi ameni e vanitosi».
Si comprende benissimo che Giacomino non menò più l’amico a far colazione in sua casa nell’ora di trapasso. La più ovvia prudenza ciò richiedea.
Il giovedì mattina, Giacomino venne all’ufficio un po’ più presto dell’amico; e, arrivato costui, cavò una lettera dalla sua saccoccia; e, consegnandola a Leopoldo, gli disse:
«Questa lettera è a te diretta».
«Donde viene?» dimandò.
«Non ne so niente: l’ha qui recata un fantino; e siccome tu non eri arrivato ancora, gli ho detto di lasciarla qui, non potendo di molto indugiare».
Leopldo dissuggellò la lettera, e la corse rapidamente cogli occhi.
Leggendola, il suo volto pigliava tutte le graduazioni del rosso, dall’arancio allo scarlatto.
Giacomino lo guardava di sbieco.
La lettera diceva:
«Carissimo signore,
Martedì sera io rimasi delusa. Aspettava voi; venne un altro in vostro nome. Esigo una spiegazione di questo fatto. So che vostra moglie è gelosissima; e non vi consente di uscir solo di sera. Vi aspetto dunque venerdì mattina, a mezzodì, ora di libertà e di uscita che vi si concede al vostro ufficio. Vi aspetto nel Caffè degli Amori, gabinetto particolare. Vi amo alla follia. Se voi non veniste neanche questa volta, mi vedrei ridotta alla disperazione e sarei capace di presentarmi addirittura in casa vostra…
«Adelina»
Notiamo che Giacomino, il quale avea foggiata questa lettera per prendersi, come vedremo, una vendetta della burla che gli credea che l’amico gli avesse fatta, avea posto, così per caso, quel nome di Adelina sotto la lettera, come avrebbe messo qualunque altro nome. Forse non pensò neppure che questo era il nome di sua moglie.
Fatto sta che Leopoldo ebbe una scossa elettrica. Era dunque la bionda Adelina, la figlia dell’Olona, la moglie dell’amico, che gli avea scritto anche la prima volta!
Adelina di era invaghito di lui, e gli avea dato il primo appuntamento, ch’egli avea disprezzato!
Poi pensò, che questa Adelina non poteva essere la moglie dell’amico. Se ciò fosse, lo incontro di lui con la moglie nella casa in via Cornioli sarebbe stato un curioso avvenimento.
Comunque fosse, questa volta Leopoldo si propose in cuor suo di fare una scappatella e di non lasciarsi sfuggire la bella occasione non fosse per altro che per fare un dispettuccio a quella vipera gelosa ch’era sua moglie.
Leopoldo intascò la lettera con la maggiore indifferenza, come se di fosse trattato di cosa da nulla.
VII.
Il venerdì mattina, Leopoldo pose un poco più di ricchezza nel vestirsi.
«Che cosa vuol dire che tu abbi a metterti una camicia di bucato stamane, venerdì? – gli domandò la Ersilia – Non puoi aspettare fino a domenica?».
«No, gioia mia; perché stamane aspettiamo una visita di sua eccellenza il ministro» rispose Leopoldo.
«Anche la barba ti hai da radere stamane! La radesti ieri!».
«Con questi calori i peli crescono presto»
A Leopoldo parve di scorgere su le sembianze della moglie un’ aria di sarcasmo e una mal dissimulata furia gelosa. Ma, sapendola estremamente sospettosa, non tenne conto veruno di quelle nuvole; messo un bacio sulla lunga faccia della consorte, andò via; e poco dopo si trovò all’ufficio.
Giacomino notò la ricercatezza che l’amico avea messa quella mattina nel suo vestimento; e di sotto la scrivania si fregò le mani, rise nel suo dentro della burla che gli parve dover riuscire benissimo.
A mezzodì, tutti gli impiegati municipali uscirono per l’ora del trapasso, e anche Leopoldo uscì.
Questa volta Giacomino non fece premura di accompassarsi con lui. Leopoldo si avviò al Caffè degli Amori.
Il cuore gli balzava nel petto.
Durante il breve cammino, rilesse la lettera misteriosa.
Anche quando avesse voluto astenersi di andare al convegno che gli si dava dall’Adelina, la minaccia che costei faceva di presentarsi in casa di lui, qualora non si fosse presentato al Caffè, lo facea tremare. Non ci mancherebbe altro che essere strangolato dalla moglie!
Con un palpito che lo soffocava, Leopoldo arrivò al Caffè.
Entrò nel gabinetto particolare.
Una dama era quivi, il cui viso era coperto da un fitto velo.
«Adelina!» egli esclamò.
«Non si chiama Adelina, ma Ersilia!» disse la dama scoprendosi il viso.
Leopoldo riconobbe sua moglie!… Quadro magnifico…
La scena che avvenne richiamò attorno al Caffè una gran folla di curiosi.
Fu udito il rumore di uno schiaffo, e poi gridi e schiamazzi.
Quando Leopoldo uscì dal Caffè con la moglie, era tutto rosso: per la vergogna o per lo schiaffo?
La cara metà lo rimenò all’ufficio, dicendogli in aria di minaccia:
«A casa discorreremo!…».
Come tornò all’ufficio l’amico Giacomino gli disse con un risolino:
«Prosit, amico!».
Leopoldo era febbricitante.
Spieghiamo come era andata la cosa.
Il giorno prima, Giacomino avea mandato alla signora Ersilia una lettera anonima, in cui le avea rivelato l’appuntamento che una dama avea dato al consorte nel Caffè degli Amori, gabinetto particolare.
FINE
FRANCESCO MASTRIANI