UNA PASSEGGIATA ALLA VILLA REALE DI NAPOLI

Is this a fancy that our reasoon scorns?

LORD BYRON

 

   Despotizzavami  uno di que’momenti per me terribili, ne’quali la vita mi si presenta come uno scheletro disseccato fino all’ultima fibra, come una landa immensa spogliata financo d’un’arida lappola… Io m’era annoiato, non di quella noia figlia della frivolezza, ond’è colma a ribocco la vita di quei che mai non versarono una lagrima, ed il cuore de’quali mai non palpitò di speranza o d’affetto; ma di quella noia che dettava in Don Juan del Byron, e che porgeva il coltello suicida al più passionato ingegno del secolo scorso. Io muoveva per le strade di Toledo con l’anima immersa nella più tetra malinconia; vedea passarmi dinanzi la folla, e meco stesso dicea: Ecco un immenso numero di persone, ciascuna delle quali ha una speranza, un progetto, un avvenire. Vedi, insensato, chi è fra costoro, che si occupi di te, de’tuoi chimerici piaceri, de’tuoi dolori romanzeschi? Che importa de’tuoi sentimenti a questo mondo egoista, che vede passare indifferentemente una bara ed un neonato, e che di tutto stupidamente ride… ride… e poi ride! Con questi tristi pensamenti, camminando sbadatamente, e senza scopo al mio cammino, mi trovai al Chiatamone

   Il sole tramontato da qualche momento, ondeggiare faceva i fascetti di purpurina luce tra le bige pieghe d’un gruppo di nubi, ed indorava la deliziosa collina di Posillipo, che stendea sul sottoposto golfo una fresc’ombra voluttuosa. Più è un cuore alla tristezza inchinato, più lo spettacolo d’una bella natura il commuove, il racconsola. Io provava una sì deliziosa piena di sentimenti, alla contemplazione della romantica scena, che mi si parava dinanzi, che quel tedio tremendo della vita si dileguava a poco a poco dalla mia anima, come i raggi del sole dell’orizzonte. In breve tempo giunsi al largo della Vittoria, ed entrai nella Villa per divagarmi in tutta l’estensione del vocabolo.

   Il luogo era spesso di vezzose damigelle, e di lindi, azzimati, e sfrenati giovinotti. Era la passeggiata della Domenica, tanto sospirata dalle donzelle, le quali par che vendicar si vogliono della noia, in che vivono chiuse fra quattro mura per una intiera settimana, armandosi in quel giorno d’un paio d’occhi terribili pe’cuori italiani. Chi non avesse avuto sentore della moda del giorno, avrebbe detto che ogni individuo di quella folla, fosse straniero alla gioia di tutti gli altri, tanto era l’affrettarsi di tutti, chi per entrare, chi per uscire. Io mi avvicinai dove più fitta affollavasi la gente; una musica del tenero Bellini metteva in giuoco le passioni degli animi, e scuoteva il cuore financo al più freddo economista. Io mi soffermai sotto un bel platano, con le braccia incrocicchiate sul petto; ed ivi assorto nell’estasi più cara della mente, non so quanto tempo mi rimasi immobile nella stessa positura; identificato con una delle più soavi melodie creata da quella bell’anima italiana. La musica è la storia del cuore. Quell’ineffabile supremo orgasmo dell’anima in cui si succedono i più dolci ricordi della prima giovinezza, le vaghe e religiose idee della tomba, e il confuso presentimento d’un avvenire, è l’effetto della musica. Ma io tuttoché intento avessi avuto l’animo a quegli armonici concenti non lasciava di vagare gli occhi su tante bellezze, che facevano di lor vaga mostra con isplendide vestimenta. Invero in quel luogo non vi sono distinzioni; tante diverse professioni si mescolano, si confondono insieme; come del pari il nobile dallo sguardo freddo e indifferente, o l’onesto cittadino con l’aria del volto contenta ed aperta.

   Le ombre della sera cominciavano a cader sulla terra, e su que’boschetti, ove la Musa di Virgilio avea tante volte accordata la sua lira. In un momento quella numerosa moltitudine e mi si dileguò dagli occhi come un fantasmagorico scherzo, e come un’ondata che ti ferisce le orecchie, e più non è. Io restai solitario a piè del platano, ascoltando per tutta armonia il gemito prolungato del mare, il sussurro dell’ aura sotto i fogliami, ed il canto serotino de’grilli. Non potetti astenermi dal fare una breve e fredda considerazione sulla storia della vita di cui un’immagine tutta pura mi si offriva nella scena che avea testé colpiti i miei sensi.

                                                                                                            FRANCESCO  MASTRIANI