COMMENTO

   È questo il primo romanzo in cui l’autore inserisce nella trama una delle sue passioni giovanili: il teatro. Infatti la protagonista è Angiolina, giovane ed avvenente corifea dei teatri San Carlo e del Fondo. Il racconto si basa su un manoscritto della giovane che perviene a Mastriani grazie ad un altro protagonista del romanzo, il giovane scultore romano Gabriele Depolve.

   È difficile stabilire se questi personaggi siano realmente esistiti o siano frutto della fantasia del romanziere. Nella biografia dei romanzi di Mastriani ce ne sarebbero degli altri tratti da manoscritti da lui avuti: La sepolta viva, Karì-Tismè Memorie di una schiavaLe memorie d’ una monacaGiovanni Blondini Memorie di un artistaEufemia.

   Secondo una studiosa, la dottoressa Anna Cristiana Addesso, lo scrivere dei romanzi, giustificando le trame da manoscritti reperiti, sarebbe una tecnica di scrittura.

   Poche le citazioni storiche rilevate nel romanzo; viene segnalata la prima invasione colerica che colpì la città di Napoli nel 1836. Una parte di un capitolo è dedicata a questo triste avvenimento che iniziò il 2 ottobre 1836 dove un doganiere era morto in Napoli di quel brutto male, nel quartiere di Porto.[1]

   La protagonista del romanzo, Angiolina, è una trovatella e in questo romanzo viene citato il componimento di un poeta, che Mastriani ha citato in diversi suoi romanzi: Saverio Costantino Amato (Nocera Inferiore 1816-1837), una bellissima e malinconica poesia intitolata La Buca della Nunziata, [2] e questi versi che sono descritti nel racconto, richiamavano alla mente di Angiolina la sua sciagurata sorte di trovatella. Del sopraddetto poeta, che fu molto stimato da Mastriani sono ci riportate le prime due quartine di un suo sonetto ispirate alla vista di un bambino morto.[3]

   Senz’altro a Mastriani non doveva disprezzare il sorbire una tazza di caffè, e in questo romanzo c’è una breve digressione sul questa bevanda: Entrai in una di quelle botteghe da caffè, di che è piena la strada di Toledo e comandai che mi arrecassero una tazza di caffè, sul cui prezzo m’informai prima, sorbii per la prima volta la deliziosa bevanda orientale, la quale mi riuscì sì gradevole, sì nuova, ch’io più non maravigliai che sì universalmente ella fosse diffusa, e non esservi condizione di gente, la quale non la gusti.[4]

   Francesco Mastriani nella sua vita fece anche degli studi in medicina, e in questo romanzo leggiamo una interessante digressione: La febbre è la medicina che dà la natura per guarire da molti mali. E i medici che si ostinano a voler curare la febbre, ed han trovato i così detti rimedi febbrifughi! È lo steso che voler togliere alla natura il mezzo più efficace di guarigione, di che ella si vale.[5]

   Nella Prolusione del romanzo l’autore fa riferimento ai suoi genitori: Mia madre lasciava le mortali sue spoglie, colpita dal fiero morbo nella sua prima invasione del 1836; e mio padre, cui la perdita dell’amatissima compagna fu piaga che lentamente cancrenata menò a morte anche lui, ottenne (l’unico forse non estinto di colèra che riposi nel camposanto colèrico) esser sepolto a fianco di colei, che per tanti anni gli avea accresciuto le brevi gioie e scemato i lunghi affanni, eredità di quanti veggono la luce di questo mondo.[6]

   Altra tematica in questo romanzo, riguarda il destino, e la troviamo nel pensiero di una protagonista del racconto, la signora Vittorina la cui intelligenza e istruzione erano superiori al suo sesso.[7]  […] Il destino! Sciocca espressione di più sciocca idea! Non ti avvezzare figlia mia a nominare a dritta e a manca codesto insensato parolone destino vuoto di sentimento. Il più grande oltraggio che far si possa alla Provvidenza e alla Giustizia di Dio è il credere che il mondo possa essere governato da una forza cieca che tenga sotto il suo scettro di ferro le sorti de’poveri mortali divenuti altrettanti burattini nelle sue mani.[8]

   Un’altra breve digressione il narratore napoletano la dedica a se stesso, quando si compiace che un giovane straniero (di Roma per la precisione), è consapevole esser lui l’autore del romanzo Il mio cadavere.

   Per la prima volta forse in vita mia, un certo tal sentimento di vanagloria e di compiacimento di me medesimo surse nell’animo mio, sentendomi lodare da questo straniero. Confesso che mi sarei sentito alquanto umiliato se quegli non mi avesse affatto conosciuto per mezzo de’miei lavori[9]

.

[1] Ivi, vol. II. cap. III. Pag.

[2] Ivi, vol. II. cap. XIII. pp. 82-83

[3] Ivi, vol. III. Cap. XVI. Pag. 166

[4] Ivi, vol. I. cap. VII. pp. 126-127

[5] Ivi, vol. I. cap. XI. pp. 34-35

[6] Ivi, Prolusione, pag. 10

[7] Ivi, vol. II. cap. II, pag. 39

[8] Ibidem.

[9] Ivi, vol. I. Prolusione, pp.22-23