PROFILI LETTERARI NAPOLETANI

 FRANCESCO MASTRIANI

   Ebbene, se la Francia ha uno Zola, Napoli ha un Mastriani. Poco è mancato che questo non si credesse; certo è che si è scritto, cioè lo ha scritto lui, ed un giornale ha stampato le sue parole in nota di un suo romanzo. «Che cosa è mai cotesto rumore che si leva intorno al realismo? Il realismo l’ho inventato io. Che è cotesta Nanà, che tutto il mondo n’ha da discorrere come l’ottava meraviglia? Io ho scritto I vermi. C’è niente di più realista dei vermi? Io vi domando in coscienza se si può scendere più basso. Di più, voi, realisti da strapazzo, sguazzate nel sudiciume; ed io, come vedete, vi servo in tavola l’anima stessa del medesimo in tante pagine strappate dall’albero della mia fantasia ancora verdi e sanguinanti». In questa sentenza, come dicevano un tempo gli storici facendo concionare i loro capitani, ha parlato il Mastriani. E la frase colorita di verde e di rosso, se non è proprio sua, avrebbe potuto essere, e scommetto ch’ei se l’appropria e vi aggiunge di suo qualche altro colore. Una volta scrisse che le falde del Vesuvio erano coperte di neve; spiccavano qua e là sul bianco lenzuolo i neri comignoli dai pennacchi di fumo; così, a occhio e croce, si sarebbe detto una gran terrazza di marmo sulla quale tanti monaci fossero venuti a passeggiare fumando. Ha di questi pensieri strabocchevoli, e ne prodiga a piene mani; vuole essere nuovo ed originale; non si stanca di fantasticare, come di creare e di scrivere. Ed è anche originalissimo nella forma, la quale ha certe sue particolari contorsioni e certe frasi e certe parole che paiono di una nuova lingua.

   Mi si presentò un primo d’aprile per uno di questi pesci che gli avevano fatto pescare. Una mia lettera lo invitava ad un abboccamento per una certa opera sulla quale bisognava mettersi d’accordo. Venne tutto premuroso, mi domandò di che si trattasse, mostrandomi la lettera che io non avevo mai sognato di scrivere. Lo guardai con una simpatica curiosità, maravigliandomi trovarlo così vivace e nervoso e pieno di foga giovanile in una età che da un bel pezzo ha dato il suo addio alla primavera della vita. Parlava rapido e concitato; gestiva; accompagnava con l’espressione degli occhi il significato delle parole; gli ballava sotto il mento il suo pizzo biondo scuro; il quale presentava alle radici questo fenomeno di mostrare dei puntini bianchi: così i fiori del mandorlo son bianchi come neve ed annunziano il frutto. Lo stesso fenomeno del pizzo presentavano i capelli. Giovane anche in questo, egli conserva in buona fede l’illusione che la gente non veda, non s’accorga, non iscopra l’inganno innocente ch’egli fa agli altri e a sé stesso, e non esclami sorridendo: «Così giovane a quell’età!».

   Di che cosa mi parlasse non saprei ripetere. Certo, mi svolse davanti dieci tele di romanzi e andò via tutto soddisfatto, tessendone una undicesima. Tele, naturalmente, di fabbrica tutta sua ed originali come lo stile e la lingua. Una morta per esempio, che risusciti con un nuovo processo ignoto alla scienza medica, un ebete che risolva un problema filosofico e raggiunga per la via dell’odio la suprema felicità dell’amore; una figlia che si trovi improvvisamente e per un facile intreccio genealogico, ad essere la madre di suo padre e la nipote di suo fratello; il giudizio universale, il ritorno caotico, il dopomondo. Su per giù, gli turbinano nella mente, tutti quei fantasmi lo accompagnano per la via, se lo portano a braccetto, salgono con lui nelle scuole dove va a dar lezione di francese e d’inglese, fanno qua e là capolino nella conversazione, appariscono e spariscono nelle appendici dei giornali per tornare di nuovo a lui e farsi rimpastare e rimpolpare nel mondo dei sogni applicato al mondo nostro di tutti i giorni.

   A questo modo egli è realista. Studia le classi povere, il proletariato, cioè si compiace di cercare in esso i soggetti dei suoi romanzi. Se non lo dice, pensa certamente che un po’ di Sue gli stia dentro e lo faccia scrivere. Così son nate Le Ombre e così I vermi e così Matteo l’idiota ed altri cento romanzi. E son nati, per chi non lo sappia, senza gestazione preparatoria. Così, dicono, si fecondano e generano certi esseri privilegiati, pei quali tutta l’esistenza incomincia, si esplica e ci chiude in un punto solo.

   È notevole questo punto nella vita letteraria del Mastriani e consiste precisamente nel vincere il punto del vivere. In un altro paese, avendo nient’altro che quella sua vena, egli avrebbe avuto una vena d’oro: sarebbe milionario, ed invece appena riesce a sbarcare la giornata. Fa, per chi abbia vaghezza di saperlo, a questo modo: propone un suo romanzo ad un giornale, ne propone un altro ad un altro. È accettato subito. Si fanno le condizioni, che sono facilissime; tanto al giorno per tanto tempo. Incomincia a scrivere le due prime appendici, due righe alla stamperia, dieci in omnibus, venti a desinare, e così via: domani vedrà dove è rimasto per ripigliare il filo dell’uno e dell’ altro. Non c’è pericolo che li confonda; trova sempre al suo posto i suoi eroi e le sue eroine, li segue; li fa muovere a suo talento, gli ammazza, li risuscita; li marita, li seziona, e vi spiega punto per punto com’hanno fatta l’anima e quanti battiti abbia il loro cuore. A questo modo, tira via a scrivere per due mesi. I due romanzi volgono alla fine, il giornale si è venduto meglio, avendo trovato un gran numero di lettori fra la gente minuta, che si appassiona a quelle vicende strane o maravigliose per le quali passano dei personaggi della loro classe. Allora il direttore del giornale prega il romanziere che non chiuda così presto il suo romanzo; che seguiti a scrivere per altri due mesi. Il Mastriani non chiede di meglio; tira fuori un altro personaggio, sposta l’azione, prolunga l’agonia di un moribondo o la meditazione di un filosofo o il viaggio di un cavaliere o la corrispondenza di due innamorati, e il gioco è fatto, e lo scrittore si trova di aver campato per quattro mesi ed è pronto a ricominciare. Si capisce così che egli abbia potuto mettere insieme una mezza biblioteca e che i lettori abbiano meno tempo di leggere ch’egli non abbia di scrivere.

   Ho detto ch’egli seziona i suoi personaggi. Così seziona anche voi che gli parlate. Vi guarda fiso, con una curiosa insistenza da magnetizzatore, vi osserva, vi scruta, si figura di esservi dentro. Ed un suo vanto principale è appunto questo di saper interpretare i caratteri della gente, nient’altro che a guardare in fronte. Il fatto è che anche in questo la sua osservazione è più fantastica che acuta, ha molto più dell’invenzione che dell’analisi minuta e si colorisce di tinte poetiche, bizzarre e spesso cozzanti insieme.

   In mezzo a tutto quel movimento di creature ideali che hanno il gran merito, nella loro idealità, di dare il sostentamento materiale all’autore dei loro giorni: in mezzo a quella confusione di nomi, di epoche, di fatti, di idee, di ogni cosa divina e umana e morale e plebea e filosofica, è meraviglioso il rigoglio della fantasia che dall’assidua confricazione non ha punto perduto la bontà degli ingranaggi, che funziona a tutto vapore come in una corsa sfrenata attraverso i campi sterminati delle visioni. Certamente – e non temo di affermare cosa paradossale – egli è oggi il primo anzi il solo romanziere italiano, se si può dire che in Italia vi siano romanzieri e romanzi. Di questo fatto, per varie particolari ragioni che non è qui il luogo di dire, dubito assai; come anche non dubito punto che, in altre condizioni di vita quotidiana e di studi, il Mastriani avrebbe un nome pari alla assiduità del suo lavoro e alla molteplicità delle cose che scrive. Un tempo – molto tempo fa, nel principio della sua carriera – egli scriveva tanto meglio di oggi e riuscì  produrre dei romanzi non indegni di lode, e che avevano soprattutto la qualità poco comune di farsi leggere. La Cieca di Sorrento si può leggere anche oggi con diletto e con interesse. Allora non lo stringeva il bisogno, il quale per forte che si possa avere il sentimento dell’arte, non perde nulla della sua crudele imperiosità. Poteva studiare, rivedere, limare, se non altro pensare: e ad ogni modo non essere costretto ad accettare condizioni non larghe di pagamento, non dovendo far vivere quegli altri figli che vengono appresso e che costano tanta parte dell’anima e tanto denaro. Ma a quel tempo, non si poteva vivere di letteratura; e mancavano giornali, editori, pubblico; mentre da un’altra parte la vigile revisione inceppava in mille modi chi si faceva pigliare dalla infelice idea dello scrivere.

   In Francia il Mastriani avrebbe fatto il suo cammino e sarebbe a questa ora un Ponson du Terrail; in Italia è rimasto Mastriani, cioè un romanziere mancato e uno scrittore scorretto, che non potrà mai occupare nella letteratura nazionale quel posto che occupa ora nelle classi popolari napoletane, e sarà principalmente ricordato come una prova vivente – e vivente a gran fatica – della nostra misera condizione letteraria d’una volta, e come termine di confronto alle condizioni di oggi tanto più favorevoli agli ingegni e nondimeno, per cagioni estranee, tanto poco adatte ad esercitare il loro benefico potere sopra anime stanche ed ingegni che si consumano innanzi tempo nello sforzo della creazione minuta.

   Quanti anni ha il Mastriani? non glielo domandate, non li contate dal numero dei suoi scritti. Quanti altri romanzi scriverà ancora? Ancora delle buone migliaia, se vogliamo argomentare dall’augurio che gli facciamo dal più vivo del cuore.

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   FEDERIGO VERDINOIS, Caserta, 2 luglio 1844 ‒ Napoli 11 aprile 1927. È stato un giornalista, scrittore e traduttore italiano.