CRONACA DELLA SETTIMANA. 6 OTTOBRE 1867

   Le notizie di Roma tengono vivamente agitati e commossi gli animi della nostra popolazione. Pare che finalmente questa quistione vitale per l’Italia sia sul punto di risolversi. Il decrepito edificio del Potere temporale dei papi sta per rovinare. Il momento si avvicina che avremo finalmente la nostra tanto sospirata Capitale ROMA, per vedere così compiuto il gran fatto politico della UNITÀ d’ITALIA.

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   Mercoledì, nella piazza S. Domenico Maggiore un ladro a nome Giovanni Rolla frugava destramente nelle tasche di un signore per involargli forse il portafoglio. Un vecchio si avvide di ciò, e volle farne accorto il derubato. Ma un compagno del ladro si avventò col pugnale addosso al vecchio, e gli vibrò varii colpi mortali che il resero cadavere.

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   Il 21 dello scorso mese correva l’anniversario della morte dello illustre compositore Vincenzo Bellini, rapito, come ognun sa, nell’arte ed a tutti coloro che l’amavano, il 21 settembre 1835 a Puteaux, presso Parigi.

   In quel giorno un pio pellegrinaggio è stato fatto da tre artisti al cimitero di Père Lachaise, dove riposano le spoglie mortali dell’illustre maestro siciliano, su cui sorge il bel monumento, opera di Abele Blouet.

   Questi tre artisti erano: Federico Ricci, uno dei due autori di Crispino e la Comare, uno degli amici più cari e dei condiscepoli dell’autore della Norma e della Sonnambula al conservatorio di Napoli; il sig. Francesco Florimo, oggi archivario dello stesso conservatorio di San Pietro a Maiella, dove fu, anche egli, camerata del dolce e tenero Bellini; da ultimo il sig. Paolo Sarrao, autore di parecchie pregevoli musiche, antico allievo dello stesso stabilimento, dove ebbe per professore Mercadante, il patriarca dei compositori italiani contemporanei.

                                                                                     (indipendente)

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   Sentiamo che nella notte del 19 p. p. mese in Torelle, mentre dormivano su un’aia Saverio Lisozzi contadino con sua moglie ed un figlio, venivano aggrediti da due individui, di cui uno sconosciuto, e l’altro riconosciuto per Grosso Giacinto, i quali a colpi di bastone percossero in modo il Lisozzi da morirne questi dopo non molto, e ferirono gli altri due. Il Grosso, dopo consumato il delitto, e quando seppe la morte del Lisozzi, si scaricava un fucile carico a palle alla gola nella propria casa, terminando così miseramente i suoi giorni.

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   Dal Ministero della Marina giungeva mercoledì a questo Comando Dipartimentale l’ordine pressantissimo di equipaggiare e provvedere di carbone e di viveri le due corazzate la Messina e l’Ancona. Esse partirono giovedì ed imbarcarono vettovaglie per un mese, secondo l’ordine ministeriale – ciò che indicherebbe che dovevano tenere il mare per un servizio, la cui durata non può essere calcolata.

   Questi due legni non saranno per caso destinati ad incrociare dinanzi a Caprera!

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   Talune persone nella settimana scorsa si erano ficcate in testa che un tale potesse dar loro dei numeri infallibili per il lotto. Dapprincipio lo pregarono; ma poscia, vedendosi trattati da pazzi, pensarono di sequestrarlo; ed in effetti, venerdì, afferratolo, lo portarono sopra una locanda e lo chiusero in una stanza con chiave. Ivi il maltrattarono ed il minacciarono di morte se non dasse loro i numeri del lotto; tanto che quel povero diavolo li accontentò per liberarsi del brutto giuoco: ma coloro continuarono a tenerlo rinchiuso, facendogli sentire che se i numeri non uscissero, lo avrebbero finito. La locandiera però, mossa a compassione del malcapitato, lo fece fuggire. Egli si recò difilato dall’ispettore di S. Giuseppe a denunziare il fatto; e l’autorità di P. S. ha già arrestato due di quei galantuomini.

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   Giorni fa, nella strada delle Fontanelle alla Sanità fu trovato sepolto in un giardino con dieci colpi di pugnale un facchino del noto negoziante Romolo Fiorentino. S’ignorano finora i particolari di questo truce fatto. Ne terremo parola, quando la giustizia avrà scoperto gli autori dell’assassinio.

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   Il Senatore Natoli morì il 26 settembre in Messina. Si sa, come scoppiato il colera in quella città ei vi fosse corso da Firenze, dove trovavasi, per offerire l’opera sua in quei momenti di supremi pericoli. L’affetto della sua terra natale e la sua generosa annegazione dovevano costargli la vita.

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   Sessanta ufficiali e militi della 12 ͣ legione della guardia nazionale, avendo dato le loro dimissioni, il Prefetto ha sospeso il servizio della detta legione, provocandone dal ministero lo scioglimento. La 1 ͣ  legione ha surrogato il servigio a Palazzo della 12 ͣ  legione sospesa.

   A proposito senza dubbio di questa decisione del prefetto, il gran comandante della guardia nazionale emanò il comunicato seguente, che riproduciamo senza commenti:

   «In questi giorni è corso un equivoco malizioso, e ciò per voler travisare o tacere il 1° articolo della legge 4 marzo 1848 sulla guardia nazionale. – L’articolo è questo:

   «La milizia comunale è instituita per difendere la monarchia e i diritti che lo Statuto ha consacrati, per mantenere l’obbedienza alle leggi, conservare o ristabilire l’ordine e la tranquillità pubblica, secondare all’uopo l’esercito nella difesa delle nostre frontiere e coste marittime, assicurare l’integrità e l’indipendenza dei nostri Stati.

   «Ogni deliberazione presa dalla milizia comunale intorno agli affari dello Stato, della provincia e del comune è un’offesa alla libertà pubblica ed un delitto contro la cosa pubblica e contro lo Statuto.

   «Ora si è detto: l’arresto del deputato Giuseppe Garibaldi è una violazione dello Statuto: la Guardia Nazionale è instituita per difendere i diritti dello Statuto: dunque gli uffiziali della Guardia nazionale debbono protestare col dare le loro dimissioni.

   «Si è usato la milizia nel formare un tal concetto e nell’operare per tradurlo ad atto. Si è usato la malizia nel concetto, perocchè si è posta in principio una parte sola dell’articolo di legge, e si sono taciute le altre parti che vanno insieme. Infatti, l’obbligo di conservare o ristabilire l’ordine e la tranquillità pubblica, e difendere la monarchia con i dritti che lo Statuto ha consacrati, è un tutt’uno e non può scindersi. Se si ammettesse che la G. N. può nei momenti appunto di minacciato disordine, astenersi, rifiutarsi e ritirarsi, si dovrebbe pure ammettere che contro una violazione dello Statuto, la quale ove fosse verificata, non sarebbe altro che il fatto di un uomo o di un ministero, si può legittimamente protestare con una violazione flagrante e certa dello Statuto medesimo. Ma ciò è un assurdo. Di più, la guardia nazionale, appoggiando la discorsa dimissione ad una deliberazione presa intorno ad un affare dello Stato, viene anche per questo a violare lo Statuto e la pubblica libertà.

   «Si è usato malizia nell’opera di tradurre ad atto il suddetto reo concetto, perché si è andato a dire agli ufficiali p. e. della 6 ͣ legione che tutta la 1 ͣ legione col suo colonnello a capo, aveva dato le dimissioni, il che è falso; e poi si è passato p. e. alla 4 ͣ dicendo che quelli della 6 ͣ avevano dato le dimissioni, il che pure è falso; e così via.

   «Infine, si avverte che i graduati della guardia nazionale che si dimettessero in seguito di deliberazione presa su di un affare dello Stato, si renderebbero rei di delitto contro la cosa pubblica e contro lo Statuto, perciò si avrebbe il dovere di mandarli ai tribunali ordinarii.

   «Il fatto poi è, che non ostante molte seduzioni corse per le varie legioni, vi sono stati 66 graduati della 12 ͣ che hanno presentato in massa le dimissioni.

   «Non vi ha dunque che 66 graduati dimissionari sopra i 2853, quanti sono da colonnello a caporale nella guardia nazionale di Napoli.»

  

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   E quand’anche è necessario un delitto per raggiungere il loro scopo, i nostri signori ladri non esitano punto a perpetrarlo. Non istabilimenti pubblici, non chiese, non abitazioni particolari, nulla è rispettato. Sabato sera 21 settembre essi operarono sul panificio militare nel Castello dell’Uovo.

   Esisteva in quello stabilimento una cassa contenente una certa quantità di valori necessarii pel movimento quotidiano degli affari… (non si è potuto precisarsene la cifra). Per potere portare via la cassa, si pose fuoco all’edificio, e, in mezzo al turbamento cagionato dall’incendio, la cassa sparì. I pompieri, accorsi col loro solito zelo, si rendettero tosto padroni del fuoco; ma la cassa non si è potuto ritrovare.

   Quando i masnadieri ed i camorristi, tutta questa razza per la quale Napoli è divenuta un vero paradiso, cesseranno d’avere tanta immaginazione e tanta fortuna?

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   Quattro manigoldi avevano giorni fa divisato di commettere furto in una casa al vico Tornieri. Venuto a sapere ciò la Questura, vi appostò i suoi bracchi; ma allorquando i galantuomini giunsero sul luogo stettero perplessi sospettando la presenza della forza, e già stavano per ripartire, allorché le guardie che erano nascoste vicino alla casa in discorso perché non avessero a fuggire tutti, adocchiarono uno che portava un palo di ferro, sbucarono; e quantunque si fossero dati a precipitosa fuga, quello del palo fu arrestato. Chiamasi Vincenzo Abbate.

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   Ruinui Pasq. aveva destramente strappato l’orologio ad un signore; ma nel fuggire fu arrestato da una guardia di pubblica sicurezza della sezione Montecalvario col corpo del reato in saccoccia.

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   Un guardiano al bagno del Granatello, trovandosi per caso a camminare su una strada in vicinanza dello stabilimento, si avvide di un cambiamonete che lo precedeva di pochi passi, al quale erano caduti dieci biglietti di banca di lire 10 cadauno. L’onest’uomo, raccoltili, raggiunse il proprietario, e glieli restituì. Quel guardiano chiamasi Pacciano Rocco.

   Anche un soldato  del 64mo di fanteria a nome Domenico Prato, nel recarsi da Napoli a Portici rinveniva sulla via una quantità di biglietti di banca per una cospicua somma. Il bravo militare non appena giunto in quartiere ne fece rapporto al maggiore comandante del suo battaglione, al quale rimise il denaro trovato, per essere restituito a chi lo aveva perduto.

                                      FRANCESCO MASTRIANI