FATTI DI PARIGI. 31 MARZO 1867

    Come promettemmo, diamo da’fogli francesi la narrazione de’particolari della esecuzione del giovine parricida Carlo Lemaire:

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   Nello spazio de’tre giorni, dilazione legale, Lemaire, ad onta delle istanze del suo difensore, era persistito nella risoluzione di non ricorrere in Cassazione contro la sentenza capitale che lo aveva colpito.

   «Voi non mi conoscete dunque ancora? – diceva – imparerete a conoscermi».

   Trasferito alla prigione della Roquette, e posto nella cellula de’condannati a morte, Lemaire ripeteva ad ogni istante di voler morire siccome era vivuto.

   Riceveva le visite dell’abate Crauzes, ma non voleva che gli parlasse di cose religiose.

   «Io voi non veggo – ei diceva – che un uomo; non riceverei il prete. Chiacchieriamo come due esseri, di cui uno sta per abbandonare il mondo, e l’altro cerca di consolarlo».

   Da parecchi giorni i curiosi, in gran numero, si recavano ogni mattina sulla piazza della Roquette, per assistere al supplizio, contro la voce assai divulgata che questa non avrebbe avuto luogo, perché alcuni medici incaricati dall’autorità giudiziaria avevano asserito essere lui folle.

   Lo spaventevole cinismo del condannato, il suo spudorato sangue freddo, ne facevano difatti una specie di essere privilegiato, una fisionomia bizzarra e selvaggia, misto ibrido in cui la ferocia si collegava alla più enfatica vanità e l’ostinatezza toccava la monomania. Le osservazioni dei medici sono state unanimi nel presentare Lemaire come il tipo più strano, più deforme, più spaventevolmente reo.

   L’8 marzo, alle 4 p. m., il signor prefetto di polizia era dal procuratore generale invitato a fare eseguire la sentenza contro Carlo Lemaire.

   Furono immediatamente presi i provvedimenti necessari, e sin da mezzanotte si pose mano alla costruzione del palco sulla piazza della Roquette, i cui sbocchi erano custoditi da gli uffiziali di polizia, da distaccamenti della gendarmeria della Senna e della guardia di Parigi.

   Come nelle notti antecedenti, la folla cominciò, sin dall’una a. m., ad accalcarsi sulla piazza e nelle adiacenze.

   Alle cinque era immenso.

   Carlo Lemaire non dormiva quando, alle cinque e mezzo, il sig. Lambquin, commissario di polizia, che aveva passato la notte in permanenza nella prigione, l’abate Crauzes, il capo della sicurezza pubblica signor Claude, il direttore della Roquette, il carnefice e gli aiutanti entrarono nella sua cellula.

   Alla loro vista, Lemaire, con viso tranquillo e sorridente, disse:

   «Ah! è per oggi finalmente?».

   E, gettandosi giù dal letto con fretta, si lasciò, con aria contenta, togliere la camicia di forza e vestire dai custodi.

   Appena vestito, si rivolse ad un custode:

   «Ora – disse – pettinatemi, lisciatemi per bene i capelli, gittateli da dietro, scopritemi la fronte».

   A questo, l’abate Crauzes s’avvicinò al condannato, per porgergli di nuovo i conforti religiosi.

   «Sapete che è tutto inutile – rispose Lamaire – abbracciamoci da fratelli; diamoci il bacio umanitario, ciò basta».

   E s’abbracciarono e baciarono.

   Dopo ciò, Lemaire fu condotto nella stanza che precede la cancelleria per subirvi l’ultimo abbigliamento, nel qual tempo, serbando un’attitudine ferma, parlò poco

      «Il mio primo delitto sarà per fortuna l’ultimo» furono le sole parole che proferì.

   Ricordandosi esser nato il 18 marzo 1847, mormorò:

   «Altri dieci giorni, ed avrei avuto venti anni».

   Chiese allora da bere; gli si porsero parecchie bevande; scelse un bicchiere d’acqua vinata che ingoiò con avidità.

   Dato fine ai funebri preparativi, il condannato, con a destra l’abate Crauzes, con a sinistra il carnefice, camminò con passo sicuro, accelerato anche, sino al palco, di cui rapidamente salì i gradini. Giunto sulla piattaforma, gittò a destra ed a manca uno sguardo sulla piazza, e si die’, senza aprir bocca, all’esecutore.

   Stando sulla tavola in bilico e nell’istante in cui s’è abbassata, egli ha, con un vigoroso movimento in avanti, situato la testa sotto la mannaia che doveva troncarla.

   Alle sei e tre minuti, Lamaire non esisteva più.

   Alle sei e cinquantacinque il corpo del giustiziato è stato trasportato al cimitero Montparnasse, dov’è stato seppellito.

   Gli è certo che, se ami supplizio è stato meritato, è quello patito da Lemaire; egli è certo pure, che se la pena di morte debb’essere talvolta applicata ancora, non la debb’essere che pe’mali di natura cancrenosa e di perversità irrimediabile. Ma se la pena, siccome lo indica il suo nome, non è che una espiazione, una specie di taglione di sofferenza che la società infligge al delinquente, non è possibile che Lemaire si sarebbe trovato, siccome lo diceva egli stesso, più crudelmente punito di quello che è stato, se si fosse condannato a vivere, come una bestia feroce, tra le quattro mura d’una prigione cellulare? Tutti i criminalisti, tutti i moralisti d’osservazione sono d’accordo per riconoscere che il delitto è contagioso. Lemaire stresso non invocava lo esempio di taluni grandi colpevoli, i Lapommerais, i Philippe, i Casteix, di cui, da alcuni anni, la giustizia francese fece cadere le teste sotto la mannaia del boia? Chi può assicurare la società che la selvatichezza ed il cinismo di Lemaire non rinverranno, alla loro volta, altri imitatori? E chi potrebbe rispondere che il supplizio prolungato della vita nel buio e nello isolamento non spaventerebbe, più del dramma solenne del palco, que’mostri di vanità e di sanguinaria iattanza?

   Chi scrive queste parole è un partigiano dell’abolizione della pena di morte: ei crede però che può essere utile che questa continui a figurare in principio ne’codici per trattenere sul pendio del delitto talune nature cupide e crudeli, vili soltanto innanzi alla morte. ma quando, per uno dei tanti strani traviamenti dello spirito umano, la società e la giustizia stanno di fronte ad un malvagio che invoca la morte come un onore ed una fortuna, elleno sarebbero incontrovertibilmente nel loro pieno diritto e nella sana logica penale, rifiutandogli l’orribile conforto che egli chiede loro, e costringendolo invece a vivere il più che sia possibile da solo a solo con sé stesso e col dolore incessante della sua impotenza per altri assassinii.

   La legge ebrea diceva: Occhio per occhio, dente per dente. Ad ognuno secondo il proprio merito e demerito; al reo impenitente e perseverante, la pena che può essere per lui la più grave espiazione.

                                        FRANCESCO MASTRIANI