FRANCESCO MASTRIANI E LA MALAVITA: NAPOLETANITÀ E ATTUALITÀ

   In Pensoso vo mesurando di Giorgio Bàrberi Squarotti, in tema di trasformazione del romanzo del Novecento, riporta un passo del viaggio verso Napoli di Carlo Levi affiancabile, per fatti e personaggi, a La Malavita di Francesco Mastriani, inedito di spiccata napoletanità e attualità tra i trentadue rivenuti dagli eredi, cugini Emilio e Rosario.

   Ciò detto, ci preme sottolineare che gli individui strani, ambigui in cui Levi si imbatte nel viaggio verso il Sud, da La Malavita mastrianea mutuano progenitura e collateralità ravvisabile nel tipo tarchiato, con viso più bestiale che umano, suscitatore di pensieri tutt’altro che edificanti, ad almanaccare sul tatuaggio, in bella mostra sul braccio e raffigurante, poco distante da uno stemma complicato e confuso, un uomo e una donna abbracciati che ballavano intrecciando le gambe. Sotto i piedi, quasi a seminare terrore, a caratteri cubitali azzurri, la scritta MALAVITA NAPOLITANA, bubbone purulento con genesi nella camorra che Marco Monier definisce associazione di uomini del popolo, corrotti e violenti, che ponevano e tuttora pongono, a contributo coll’intimidazione i viziosi e i vigliacchi.

   Una Napoli, insomma, aggiogata al carro di malavitosi che gestivano la delinquenza, fiorente, oggi, come nel primo dopoguerra di Levi e nel lontano 1861, anno in cui Mastriani ambienta La Malavita, connotandola di un malversare che ristagna nella gora del furto, del mercimonio, della prostituzione, dello stupro, dell’ omicidio, antemurale ad ogni forma si sanificazione morale per la decadenza dei fattori storico-politici e socio-ambientali.

   Sulla ribalta dell’ex lege una deteriorata fenomenologia del vissuto che nel romanzo in predicato, pubblicato in 103 appendici sul Roma dal 29 settembre 1889 al 20 febbraio 1890, come già nella trilogia, il Nostro coglie e trasmette al suo pubblico con lo sconcerto e l’amaro dell’osservatore attento e dolente dei mali della città e dei suoi fuorviati.

   Le strade ne sono il palcoscenico. Attraversandole ne assorbe, impregnandosene, odori, profumi, colori, sapori, parlata dialettale, larga e sguaiata, scienza di arrangiarsi, psicologia, furfanteria, voci tristi e canore di popolani anonimi e sconosciuti, tutti e sempre in mezzo alle strade; imperciocchè la casa è un pretesto; la strada è casa, è bottega, è tutto (p.111). Un tutto, all’epoca de La Malavita, esposto all’invasione di eserciti di vacche e di capre, che inondavano in ogni ora del giorno e della sera tutte le strade, ed anco le più nobili (p.118). Uno scadere della proverbiale bellezza, ieri contaminata da mandrie e greggi ambulanti, oggi da cumuli di rifiuti solidi maleolenti e mefitici, ad attestazione del senso civico abiurato e delle Istituzioni traballanti, latitanti sul piano operativo, se non colluse con le eminenze grigie della criminalità organizzata o imprenditoriale.

   Un degrado endemico: analogizza la Napoli mastrianea alla nostra del Duemila, sfigurata da problemi insoluti. L’humus più fertile? I vicoli da sempre malfamati, dove si praticano omicidi e agguati camorristici.

   Se oggi nelle budella del ventre spadroneggiano boss di acclamati clan, ieri ne erano signori e padroni gli affiliati alla paranza, masti, tamurri, picciotti di sgarro, ombre sfuggenti, larve immateriali che dileguavano nei meandri di una toponomastica di vizi e perversioni, una casbah di prostitute di infimo bordo: nei loro bassi soppalcati davano ricetto agli amanti ricercati da poliziotti e questurini.

   Esempio tristemente noto, Ciccillo, il figlio della tignosa, bravaccio abile a giocare di coltello nelle tirate e nelle faide della gang.

   Individui sanguinari e violenti sfruttano per sottrarsi a carcerazioni in attesa di giudizio, correità e complicità di decodificate bacate, rodate nell’arte di procacciarsi con illiceità il fabbisogno giornaliero e quanto altro. La Malavita ne annovera a iosa, da Rosaria Sorci a donna Luisa a Giovannina, la Granatiera, una Masaniello in gonnella, fiancheggiata nella rivolta contro Poggiali da altre scalmanate par suo. Armate di coltelli, mazze, grosse pietre, schiamazzano, anatemizzano l’ispettore, nella loro crassa ignoranza, colpevole dell’aggravio fiscale imposto dal Regno Unito. Però, ad una più approfondita chiave di lettura non sfugge che la sollevazione è una scaltra diversione in difesa di Ciccillo, dopo un regolamento di conti, imboscatosi nella casupola della Granatiera, sua amante.

   La sommossa, organizzata da donne, decapsula dalla fissità in libris e si contemporaenizza per effetto di un processo che è di attualizzazione del passato e storicizzazione del presente. Nel boomerang ieri-oggi, nelle reprobe del Mastriani che inscenano la sedizione per strappare il figlio della tignosa al braccio della giustizia, si ravvisano le donne di mala del nostro Mezzogiorno, furenti lanciatrici di sassi contro la Polizia per scongiurare o boicottare la cattura dei loro uomini, stanati dai bunker della clandestinità.

   Sull’ordito dell’appendicista le forze dell’illegalità e della legalità si antagonizzano, sbilanciate tra istintualità primitiva delle reiette, accomunate dalla solidarietà di gruppo, e l’intelligenza sottile, farisaica del tutore dell’ordine. Calmo, pacato, arguto e determinato, garantista come Ferrer al forno delle grucce, con battute di disarmante buonismo, l’ufficiale persuade le bellicose viragini alla consegna delle armi e, di lì a poco, con la mediazione della Granatiera raggirata, Ciccillo alla resa, mistificando una convocazione in questura per informazioni di prima mano.

   È il gioco dei vinti e dei vincitori con attore professionista il Poggiali. Diplomatico consumato, questi sfodera un bifrontismo gianino che fa invidia al più prudente e virtuoso dei politici.

   Con la visone di un contingente sbrecciato da imponderabilità, il feuilleton di Mastriani gode di larga divulgazione tra le classi non abbienti della popolazione. Laddove un abitante del vicolo si destreggia in una lettura, sia pure sillabata, è immediatamente circondato da parenti e conoscenti, ansiosi di apprendere il prosieguo della storia, secretata dalla strategia di interrompere il corso naturale degli eventi per riprenderli quando il tempo della narrazione lo richiede.

   Sfasamenti di tal genere si susseguono ad intermittenza nel corpus de La Malavita con un recupero memoriale che riannoda l’episodio antecedente a quello in corso di discettazione.  

   Tangibile, a mezzo di Rosaria Sorci, la vendita di Giustina alla megera che l’ avvierà alla prostituzione.

   Frutto di una relazione adulterina di Paolo Borghi con la serva Taide, la bastardina è affidata dallo stesso padre, in procinto di defilarsela per lidi lontani, all’ex moglie Delfina costretta, suo malgrado, all’incombenza sotto sventagliate di contumelie e minacce ricattatorie.

   Afflitta da annoso disagio economico, nel quale si dibatte con la figlia legittima Andreana, la donna, impossibilitata a soddisfare la voracità dell’intrusa, vera macchina digerente (p.137), si sbarazza, a cuor leggero, dalla calamità disturbante, piovuta nel suo quotidiano per un ingrato e crudele disegno del marito, fedifrago dispotico.

   Il baratto, preannunciato e predisposto con: Volete comprare per i vostri servigi una bella fanciulla di quindici anni appena? (p.15) è portato a compimento a p.76, proponendo l’interrogativo con le stesse modalità espositive e articolazione verbale.

   Innestata la permuta sulla forbice della depravazione, il lettore è istintivamente sollecitato ad illazionare sul futuro precario della giovane: guasta dentro, con disinvoltura e spudoratezza, si lascia menare alla perdizione per prurigine di sesso e di cibo a sazietà.

   Nella stagione del Secondo Ottocento, dominata dal sentimentalismo edulcorato e mellifluo, Giustina è l’antieroina romantica, archetipo di tante minorenni di oggi, disinibite e disamorate, che offrono le loro fresche e acerbe grazie anatomiche a deviati posizionati, esponenti del bel mondo e, perché no, dell’agone politico.

   Contropartita del traviamento, la futilità, la velleità di esibire griffati di moda e prodotti ultimo grido della tecnologia avanzata.

   Il guaio è nelle famiglie: di niente si accorgono con buona pace dell’ incomunicabilità, fomentata dal contrasto generazionale, che liberalizza consensi taciti e involontari.

   Sono piaghe cancerose, fiamme che non inceneriscono in ciniglia, reificazione della femminilità e della dirittura morale.

   Mastriani, acuto osservatore del tralignare, eletto a sistema del vivere di uomini e di donne, sulla scala degli esseri vicini alle suggestioni dei bruti, si qualifica scrittore di scottante attualità, immerso in una realtà vecchia-nuova, la realtà di un ieri che si è fatto oggi e, presumibilmente, si farà domani a norma di un nihil novi sub sole, sfrondato di valori etici e deontologici.

   In merito alla peculiarità de La Malavita non si può sottacere la consuetudine, tipicamente mastrianea, di calarsi in prima persona nel contesto narrativo per raccordare accadimenti premessi e volutamente accantonati nel limbo della suspense.

   La sua non è la cavatina di Charlie Chaplin, che abbandona, brevi tempore, la macchina da presa per improvvisarsi comparsa, compiacendosi di un ruolo autoreferenziale. L’abito di narratore interno onnisciente è indossato dal Nostro per l’innato bisogno di circostanziare e particolareggiare.

   La prova, tra gli altri, a p.159, dove si richiama alla memoria il caso della friggitrice di peperoni e paste cresciute nel vico Stella a Porto, obbligata dal Poggiali a disertare, con il marito, la locanda di dubbia moralità dove entrambi, a corto di quattrini, trovavano ricovero per la notte, a prezzo abbordabile per le loro tasche.

    Utilizzando il plurale maiestatis, modo convenzionale per inserirsi con autorevolezza nella realtà romanzesca, Mastriani, come un raccontatore da salotto, esordisce: Sul principio di questa storia narrammo ciò che era stata in sua giovinezza Rosaria Sorci.

   Riallacciandosi alla sequenza del primo capitolo, ritocca: Dicemmo che ella serviva in casa di un avvocato.

   Indubbiamente, interferire con la fabula è uno degli elementi che suffragano la tesi di quanti, a partire dalla Serao, ritengono il buon Francesco Mastriani romanziere d’eccellenza, ma fuori dai canoni del manifesto verista, assunto da lui contestato con cronica indignatio.

   A sorvolare sulla querelle verista, non verista, l’intromettersi nel feuilleton, interagendosi, attiene all’ansia di meglio dettagliare l’azione drammatica popolare, nella quale si odiano, amano, affrontano, azzuffano creature diseredate come tutta la Napoli ghettizzata che lo legge, all’infuori, a dare credito alla voce del Croce, della gente letterata che lo snobba, ovattandolo, ieri come oggi, in una cortina di dimenticanza, dalla quale i cugini Emilio e Rosario, intendono snebbiarlo, per restituirlo ad una collettività di benpensanti, intellettualmente meno selettivi e scevri di pregiudizi letterari.

   Ritrattista dalla faccia oscura e nascosta della città, Mastriani sensibilizza il fantasticare ad occhi aperti del suo pubblico, per empatia, ibridato con i suoi popolani, cui l’affratellano sofferenze comuni e piccole iliadi di giornata. L’ immedesimazione è così inestricabile che ogni lettore, al clou del coinvolgimento emotivo, non esita a formulare ipotesi sulla sorte dei personaggi di bene e di male prima che l’azione drammatica approdi alla catarsi finale.

   Da qui il congetturare e l’arzigogolare sul riscatto dei derelitti, sulla punizione dei reprobi, sul castigo dei vili adescatori della fanciulle illibate. Vittima lustrale, in La Malavita, Andreana, abusata e abbandonata dal suo seduttore, un dissoluto travestito da gentlemen: approfitta di lei, come un dì della madre Delfina, donne indifese e prostrate da un’indigenza con radici ataviche.

   Accosta alla lordura e al marciume, in zona umbratile, vigila la nemesi: rende giustizia agli oppressi, punendo i malfattori come il commendatore F…, il libertino vecchio e libidinoso che stupra Andreana. Colpito dalla perniciosa epidemia del colera, che infesta la città, chiude la sua partita con la vita in una notte di spasimi e di solitudine.

   Tale l’antropologia umana e sociale de La Malavita e di Napoli, città visceralmente cara al Mastriani, monitorata nel suo ventre di perversione, promiscuità e malaffare, tenuti in piedi da gente, succida come Ciccillo, la Granatiera, Rosaria Sorci, Giustina, il commendatore F…; una Napoli nuda di lusinghe, consustanziata con l’ appendicista, ma ostracizzata dalla cultura ufficiale, perbenista e borghese. Ostativa di trame scabre e licenziose, infligge frustate, che non piegano a compromessi né incrinano la dignità e la natura dell’uomo e del galantuomo.

   Forse la serietà del carattere, l’isolamento dell’intellettuale, l’eccentricità di eruditi classisti gli hanno precluso il riconoscimento che merita, almeno in ambito di letteratura regionale e popolare, se è vero, come è vero, che tra la Invernizio, Liala, la Peverelli, Salgari, Guido da Verona, citati nei manuali scolastici, alcuna menzione è riservata all’Iddio dei Romanzieri.

   Al vaglio della dimostrata napoletanità e attualità de La Malavita, i cugini Emilio e Rosario Mastriani sono intenzionati a rimuovere dalle ceneri dell’oblio, con un intervento di rilettura e rivalutazione, il loro antenato, mortificato da un oscurantismo letterario di vista corta e timpani tarlati.                   

                  ANNA GELTRUDE PESSINA