IL COLERA IN LETTERATURA

 

 Questa edizione è im possesso degli eredi Mastriani

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   Il colera scoppia in Europa nel XIX secolo, e subito colpisce la fantasia di molti scrittori a cominciare, in Italia, da Pio Bandiera con I fiori sempiterni e il cholèra (1848). Da quel momento saranno in tanti a farsi suggestionare e a considerare, come untori, i ricchi o i governanti (Capuana, De Roberto), i viandanti o gli stranieri (Verga), perfino i soldati e i medici che si aggirino nelle strade per soccorrere gli ammalati (De Amicis, Farnè). In tutta Europa, gli assassini del marito o della moglie sono addirittura fiduciosi di farla franca perché i sintomi dell’avvelenamento sono simile al colera (Mastriani, Dumas). Temerari sono poi quanti affrontano la malattia assecondando i precetti della medicina fisiologica (Janin, Sand) o sfidando il male con euforia carnevalesca (Bazin, Heine, Sue); temerario è anche colui che, con follia e piromania visionaria (Maupassant), è alienato dall’onnipresenza dei microbi ufficializzata da Pasteur nelle seconda metà del secolo. Temerari divengono inoltre quanti sopravvivono alla morte apparente con l’impeto vendicativo del redivivo (Corelli, Mastriani, Kipling), e temerario untore si rivela infine il bioterrorista descritto nella narrativa dell’anticipazione di H. G. Wells sullo scorcio del secolo. Se, da un lato, la letteratura dà della malattia un’importante interpretazione spirituale legata ad una nemesi divina (Chateaubriand, Zola, Erckmann-Chatrian), dall’altro, l’inatteso arrivo del colera scatena istinti non proprio rassicuranti. [1]

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   A Francesco Mastriani è dedicato il terzo paragrafo «Un caso particolare: il colera di Francesco Mastriani», pp.41-50, e di cui riportiamo l’incipit:

   «Ammirato da Matilde Serao e da Jessie White Mario, che tentarono di penetrare, come lui, nel ventre di Napoli, impegnato nella drammaturgia, nel giornalismo e nell’attività di professore di inglese e di francese nelle scuole, Francesco Mastriani è soprattutto le plus notable feuitelloniste d’Italie, come lo definisce Riccardo Reim nella sua prefazione a La cieca di Sorrento. In particolare, lo studioso definisce il nostro appendicista napoletano come il più considerevole autore di narrativa d’appendice d’Italia non solo per la quantità degli scritti in prosa, che superano il centinaio, ma anche per il merito di aver introdotto il genere del romanzo sociale nella nostra penisola, ambientando la finzione letteraria nella sua città e nella sua regione d’origine, ricettacoli di drammi umani e di misteri [2].

   I romanzi del Mastriani che abbiamo citato a proposito del colera sono successivi al 1860 e non sono quindi soggetti alla censura borbonica. Riconosciamo in essi la penna di un abile creatore di suspense che intreccia dinamicamente alla trama principale, puntata dopo puntata, vicende diverse, parimente avvincenti, che troveranno alla fine uno scioglimento pressoché simultaneo; riconosciamo la voce di un narratore onnisciente che apostrofa spesso i lettori e lettrici del giornale aventi in comune con lui il rigoglioso repertorio storico-folkloristico di Napoli, un narratore che può permettersi analessi e prolessi tanto storiche quanto letterarie, che si serve al contempo di una focalizzazione interna variabile per poter apprezzare con maggiore empatia e per guardare più da vicino i suoi personaggi, piuttosto stilizzati nel bene e nel male. Si precisano e si ripetono di frequente i nomi di strade e quartieri della sua Napoli, come a fissare continuamente i luoghi dell’azione. Frequenti sono le puntate interamente dedicate al flash-back, che danno al lettore tutto il tempo di comprendere e amare gradualmente le storie e i personaggi. I fatti narrati sembrano in finale trovare un loro senso provvidenziale. Tutto è in linea con il genere del roman-feuilleton dove il pathos non può mancare […]».

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    ROBERTA PELAGALLI, dottoressa di ricerca il Letterature comparate, insegna nelle scuole secondarie di secondo grado. Attualmente studia il ruolo che il colera riveste tanto nella produzione narrativa e poetica quanto nella stampa europea del XIX secolo.

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[1] Nota in quarta di copertina

[2] Riccardo Reim, Prefazione a La cieca di Sorrento di Francesco Mastriani, Roma, Avagliano, 2009, pp. 7-13