IL FIORE. A GENTIL DONZELLA NAPOLETANA

   Il più vago oggetto della natura vegetale è certamente il fiore: niente di più voluttuoso, di più tenero, di più bello di questo rigoglioso dono di primavera.

   Il suo magico profumo inonda i sensi e l’anima di un piacere tanto più puro quanto meno perturbatore dell’ intelletto.

   Il fiore richiama al pensiero gli anni dell’innocenza e dell’amore, quando svellava la prima corrispondenza d’ un puro affetto sedeva altero ed invidiato sul capo ingemmato d’una diletta sposa.

   Figliuolo prediletto del cielo e della luce, di cui riveste i tanti svariati colori, il fiore, rivelando all’infelice un asilo di inalterabile riposo, alla speranza ne schiude il cuore.

   Quando le ombre della notte ed il fioco raggio della luce nascente si contrastano l’impero dell’orizzonte. Quando gli augelli desti dai primi aliti del giorno fanno udire ne’ fogliami il loro confuso cinguettio, il fiore aprendo leggermente la sua finissima corolla, umettata dalle rugiadose stille del mattino, lascia traveder l’ estremità de’ suoi petali da’ più dilicati colori dipinti.

   E già lo spiro d’oriente ne va il seno più ampiamente scovrendo; già il cielo a lui sorride con un sorriso d’amore…

   Eccolo, esso apre i suoi tesori, ed un profumo rapitore soavissimo, come l’arcana presenza d’una donna adorata, si esala da quel diafano sottilissimo tessuto, su cui scherzano i prismi tutti dell’iride.

   Eccolo… immobilmente dritto in su lo stelo superbetto, circondato da un’aureola di voluttuosi vapori, il capo innalza verso il sole, quasi un misterioso accordo, una secret’armonia ivi lo chiamino; mai con più tenerezza non vuolse una figliuola vereconda le luci a colui, dal quale tiene la fecondità e la vita.

   Il fiore generato da un tenero sospiro della natura ( the breath of nature), educato dal fiato gentile degli Zeffiri, nutrito di rugiada e di luce, e fecondato dall’aura, è l’ amico indissolubile della umana vita.

   Gradito dono d’amore, e felice corona dell’Imene, esso è pure pietoso compagno di morte, e muto custode delle tombe.

   Ma l’ora si avvicina in cui quest’orgoglioso re de’ prati perderà tutta la pompa e lo splendore de’ suoi colori; in cui appassito da’ raggi del sole renderà alla terra il tributo delle sue foglioline.

   Già le montagne sussurranti ancora degli ultimi addio del giorno fanno cadere le loro lunghe ombre; già i boschetti si covrono de’ misteri della sera, e l’usignolo rivela ad eco romita il primo canto della natura.

   Che si guardi ora questo fiore che non ha guari formava il desiderio di mille amanti, che si guardi ricurvo in sullo stelo pronto a spezzarsi al più lieve fiato dell’aura.

   Dov’è dunque la freschezza voluttuosa del suo seno, dov’è il profumo della sua polvere, la vivacità de’suoi colori e la finezza del suo tessuto?

   O tu che ammiravi con sì vivo piacere questo figliuolo del mattino, questo vezzo di flora, tu che dal balsamo de’ suoi dolci effluvi incantata restavi, getta ora il tuo  sguardo su queste secche foglioline che il vento della sera disperderà.

   Come te sorrideva quel fiore, fidato nella calma di un bel mattino, come te all’aura amorosa schiudeva il suo seno.

   Oh quando è caduco ciò che si ammira, ed oh quanto è più fragile chi l’ammira!

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              Francesco Mastriani

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   Questo articolo fu pubblicato la prima volta sul giornale Gli Animosi il 20 maggio 1837. In seguito venne riprodotto sui giornali: L’Innominato, il 15 ottobre 1840, La Formica, il 31 maggio 1844 e infine su La Domenica il 21 maggio 1867.