IL TEATRO DEI FIORENTINI

   Siccome promettemmo negli scorsi numeri, noi ci occuperemo di ciascuno dei nostri teatri in particolare, dei quali daremo rapidissimi cenni istorici. Parleremo delle opere e delle produzioni che vi si dànno non meno che de’principali artisti esecutori.

   Cominceremo da questo Teatro dei Fiorentini, che è, se non andiamo errati, il più antico tra quelli che oggi sono in Napoli.

   Il teatro dei Fiorentini fu così chiamato dappoichè fu costruito appo la Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini. La costruzione fu nella sua origine tutt’altra di quella che vedesi oggi: l’ingresso principale era nel vico Cavallerizza vecchia: il lato che oggi è proscenio era platea e viceversa. La ristrettezza dell’area dove questo Teatro venne costruito fu causa che l’architetto non seppe, come quello che costruì il Teatro Nuovo, industriarsi a trarre partito da una ingegnosa distribuzione del luogo; sicché questo teatro nacque informe, storto, con anguste scale e corridoi, e con mille difetti di costruzione. Non ricordiamo con precisione l’anno in cui questo teatro venne costruito; ma ciò fu in su il principio dello scorso secolo; e pare che un tal teatro fosse edificato dopo che venne condannato al silenzio o demolito quello di S. Bartolommeo, dove si eseguivano le così dette cantate.

   È ben noto che questo teatro dei Fiorentini fu destinato primamente alla musica, come era stato il teatro di S. Bartolommeo.

   Troviamo nel Signorelli [1] fatto cenno di una musica d’un maestro Domenico Fischetti col titolo Le Cantarinole  Chiaiese eseguita nell’anno 1754 su le scene di questo teatro. Pare che questo teatro accogliesse la musica buffa fino al tempo in cui appo la Chiesa di Monte Calvario surse il così detto Teatro Nuovo, di cui vuole giustizia che rivendichiamo la bella costruzione ad uno de’nostri congiunti antenati [2].

   Perocchè questo novello teatro fu adibito alla esecuzione delle opere buffe, quello dei Fiorentini si volse alla prosa. Esso era già stato ricostruito a nuovo nel 1779, pigliando altra forma, che è quella appunto che oggi si vede. (continua)

   Pare, se non andiamo errati, che una delle prime compagnie di prosa che recitassero su le scene di questo teatro a’principi di questo secolo fosse la compagnia Fabbrichesi che aveva a primo attore l’immortale GIUSEPPE DE MARINI.

   Era in que’tempi scarsezza di autori drammatici. Non ancora era piombata su le scene italiane la sterminata falange de’drammi francesi. La severità della censura teatrale napolitana allontanava dalle nostre scene i primi parti di quel fecondo e terribile ingegno che in Francia cominciava a far parlare di sé; intendiamo parlare di Vittorio Hugo. Non era possibile il portare su le nostre scene Le Roi s’amuse, Marion Delorme, Hernani, Lucrezia Borgia. Il repertorio del Teatro Fiorentini nel tempo del de Marini era in gran parte composto di alcune commedie del Goldoni, de’drammi del Metastasio, di quelli del nostro barone Giov. Carlo Cosenza, di alcune cosacce del Checcherini, di parecchie traduzioni del Kotzebue, di alcuni drammi di Alberto Nota e di altri, i cui nomi sfuggono alla nostra memoria.

   Tra i drammi e le commedie che in quel tempo si rappresentavano sul teatro de’Fiorentini, ricorderemo La Satira e l’Oculista, La Selvaggia, I pazzi per progetto, Il filosofo maritato, Le nozze in testamento, Il pittore per amore, Il medico Olandese, L’Abate de L’Epèe, Bernardo della Zucca ecc. ecc.

   Due parole su Giuseppe de Marini:

   Questo grande artista drammatico nacque a Milano, da buona famiglia, il 13 Agosto 1772. La sua prima apparizione su le scene fu in un teatrino di provincia in Lombardia: venne poscia accolto nella compagnia Paganini, diretta da Pianea, attore di qualche nome. Le tragedie dell’Alfieri e del Monti formavano in quel tempo quasi tutto il repertorio della più parte dei teatri italiani; e de Marini avea per emuli nella tragedia Marocchesi, Brunacci, Prepiani e Blanes. Ma il genere del de Marini non era il tragico. Al pari di tutt’i sommi artisti drammatici, egli era grande e inarrivabile nello esprimere gli affetti di famiglia. Napoli fu il teatro de’suoi trionfi e della sua fama. Nel 1816, egli fu scritturato dal Fabbrichesi nella comica Compagnia lombarda, che recitava dapprima nel Teatro Nuovo, e indi era passata su le scene de’Fiorentini. De Marini veniva da Palermo, dove aveva recitato nella Compagnia Paganini. È inutile il numerare qui tutt’i drammi in cui il de Marini rapiva i cuori e gli applausi; ma i personaggi da lui creati furono l’Abate de Epèe, il Pittore per amore, l’Avaro festoso del Goldoni, il Tiranno domestico, il Saggio Ministro, il Delirante per la speranza.

   Questo grande attore rimase con la Compagnia Fabbrichesi in Napoli per più di cinque anni; indi volle seguire il Fabbrichesi a Trieste. Dopo alcuni anni i Napolitani il rividero su le scene de’Fiorentini nella Compagnia Tessari; ma, per mala ventura, il suo ritorno su le scene non fu di lunga durata.

   Parea che la povertà di autori e di opere drammatiche fosse stata un fatto provvidenziale per far risaltare l’eminente ingegno del gran de Marini, il quale operava il miracolo di galvanizzare certe agghiacciate scempiaggini che alla semplice lettura faceano l’effetto di emetico o di saporifero. Immaginate, per esempio, una insipida e sciocca cosa come il Delirante per la speranza del Checcherini. Eppure, il de Marini, che rappresentava la parte del genitore cui la perdita della figliuola fa smarrire il senno, strappava torrenti di lagrime da’suoi numerosi uditori; sicché non sappiamo per quante centinaia di sere questo Delirante per la speranza fu ripetuto con frenetici applausi.

   Erano degni compagni del de Marini il Prepiani e il Marchionni, l’uno grande attore tragico, l’altro generico unico in Italia, il quale non avea competitori.

   Al principio dell’anno 1829 il sommo de Marini fu costretto, con immenso rammarico del pubblico napolitano, a lasciare le scene per ostinato male d’iscurie, che il tolse a’viventi in S. Maria di Capua il dì 10 maggio dello stesso anno. Il vuoto ch’ei lasciava nell’arte non dovea essere colmato in parte che parecchi anni appresso col Visetti e col Monti, entrambi morti in istato di demenza, come verremo dicendo estesamente.

   Alla Compagnia Fabbrichesi era succeduta quella che s’intitolò dal Tessari. La fama della Tessari suona tuttavia fra noi; e i vecchi la ricordano con passione e ne parlano ancora con entusiasmo. Nella Figlia del generale Orloff, nella Idrofoba, nella Maria Hall, ed in altri simili drammacci, assurdi per quanto strazianti, la Tessari mettea la febbre ne’polsi degli spettatori.

   Si è fatta l’osservazione che il gusto del pubblico per gli spettacoli teatrali è sempre in antitesi de’tempi che corrono; in guisa che, dove sereni e tranquilli son questi, vengono preferite le produzioni truci, sanguinose, strazianti; e, pel converso, dove tempestosi e agitati da vicende politiche o da altre cause corrono i tempi, il pubblico fa buon viso alle commedie di preferenza che a’drammi troppo commoventi.

   Ed invero, non mai sentesi così fortemente il bisogno di produzioni teatrali semplici pregne di gentili affetti, come ne’tempi che sono funestati da vicende politiche. La Francia gemente sotto la scure di Robespierre correva in folla al teatro per sentire commedie pastorali ed arcadiche; ed, all’opposto, allorché stavasene assopita ed effeminata sotto i regni di Carlo X. e di Luigi Filippo, non trovava altro pabolo che ne’sanguinosi drammi della scuola di Hugo.

   Questo dimostra come lo spirito umano agogni il riposo quando è troppo agitato dalle tempeste delle passioni, e brami invece di essere scosso violentemente quando l’indolenza dei tempi o una pace prolungata il lasciano addormentarsi in quella apatia tanto contraria al progresso naturale delle intelligenze.

   Erano nella compagnia Tessari valorosi artisti drammatici, come il Tessari marito (padre nobile), il gran Pertica (attore comico), il Gottardi (amoroso), il Visetti (primo attore), il Livini (brillante), il Prepiani (primo attore tragico), il Merchionni (generico), il Cristiani e il Suzzi (caratteristi). Ciascheduno di questi attori avrebbe di per sé solo formato la fortuna dell’impresario. (continua)

                                                  FRANCESCO MASTRIANI

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[1] Storia dei Teatri

[2] Architetto Saverio Mastriani colpito di apoplessia fulminante nella Chiesa dello Spirito Santo nell’anno 1825.