LA SERA

   …La lumière se perd comme nos forces, comme la santè, le plaisirs, la vie même sans que nous en apercevions. BAILLY.

   Ascolta… si fa già sera, la campana del villaggio ha già suonato a rilento l’ultima salve del giorno, e si è raccolta scura scura nel suo campanile. Il giorno che muore non ha altra apoteosi che il gemito di quel bronzo, cui fanno eco mille aure che muoiono del pari soffocate tra le ali dei silfi… Un giorno! Sai tu quanto valga un giorno? Dimandalo ad un condannato a morte dalla legge; o per dir meglio, dimandiamolo a noi medesimi, chè anche noi siamo condannati a morte dalla natura. La sola differenza che vi havvi, è che il primo ha letto la sua sentenza, e noi non ancora. Migliaia di ricchi a quest’ora stan rendendo in tutto il mondo l’estremo sospiro d’ambizione e di gloria. Migliaia e migliaia di sventurati giacciono similmente sui loro letti di morte, ansiosi di sprigionarsi dai tribolati corpi. Oh quante tempeste di affetti, quanta lotta di passioni, quanti avvenimenti contrari, quanti sorrisi e quante lacrime schiudono a quest’ora tante tombe!… Eppure, osserva, neanche un fiato di vento ti annunzia questa catastrofe di affetti umani, neanche un sospiro da la natura per così doloroso dramma? Non così avviene quando muore un giorno. Guarda … la luce comincia a perdersi nel cielo; la sua iride brillantissima si sfiora nell’ombra malinconica che sorge dall’oriente, come la bella poesia del cuore si perde nella fosca vacuità dello scetticismo… Appena un ultimo getto di colori vacilla nelle pieghe di quella bigia nube, che a poco a poco si stende e s’ingrossa come uno strato di cenere gittato sulla tomba del sole. Perché tacciono i venti sotto il mesto fogliame? Perché la gioconda farfalla si rimane pensierosa nel suo rosaio? Perché quella vergine sì casta de’fiori, la rosa, manda scolorata e pallida un estremo profumo, cui niun’aura bacia, niuno silfo raccoglie? Perché sulle colline, sui poggi smaltati di belle aiuole, sulla sommità dei monti, giù nel profondo di vergini vallate, e fino nel concavo seno delle grotte vagola indistinta un mormorio, come d’un sospiro, d’un lagno, di una morte?…

   Non ti dissi che il figliuolo primogenito di natura, il biondo sire della luce, il giorno, sta per morire nel suo letto di morte?… E che cosa è l’uomo in paragone del giorno? Un po’di polve più superba di quella che egli calpesta, un’ombra più passeggiera di quella che sovra un fiore gitta una nube nel suo rapido passaggio. Utopie di visionari, gridano i mondani, illusioni di capi romanzeschi, esclamano quelle infelici creature che non vedono altro nella fine d’un giorno che l’approssimarsi di una scadenza. Per costoro religione, poesia e amore, le tre delizie del cuore, i tre semi onde sbucciano le più care speranze, nonché le più soavi consolazioni nelle miserie della vita; per costoro queste tre parole rappresentano il zero nei loro calcoli. Guarda dall’altra parte dell’orizzonte come si inoltra la luna sovra la schiumosa orlatura di quelle nugolette! Non la diresti una rosa lasciata sur un soffice guanciale? Contempla come vagamente essa si insinua attraverso le vaporose filacciche di quella eterea bambagia; come si stacca sul bruno fondo del cielo, a modo d’un pallone che s’innalza nell’aria! Una bella sera di Napoli, ecco l’immagine più schietta d’una romita e tranquilla felicità. Io non so, diceva la signora di Staël, che simpatia di rapporti esiste tra i raggi della luna che riposano sulla montagna, e la calma della coscienza. Slanci di un cuore innamorato, ricordanze di cari affetti, ansia di un bene immenso qual è Dio, lagrime d’intemerata gioia, sospiri di belle anime cui vergine è tuttora il fiore di innocenza, sublime filosofia del cuore, per voi si stende lucido e gemmato quell’arco di zaffiro, oscuro ed ultimo riverbero dell’Eterna Gerusalemme. Misero chi non mai levò un guardo d’ammirazione alla tacita volta de’cieli, quando l’Angelo del Moto Celeste posa l’invisibil piede sull’asse dell’Universo e contempla rapito in un affabile amore la incantevole decorazione d’una sera d’Italia. Misero che mai non sollevò per poco dal fango della terra il pensiero tarpato dal fascino d’una oscura ed abbietta felicità.

                                                                                                             FRANCESCO MASTRIANI