La sonnambula di Montecorvino

 

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…………………. Questa edizione è in possesso degli eredi Mastriani

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Altro titolo: Peppe il brigante di Sora.

 

   Fu pubblicato in appendice su:

   – Roma, 16 luglio – 11 ottobre 1881.

 

   Altre edizioni in volume:

   – Napoli, Gennaro Monte, 1906, col titolo Peppe il brigante di Sora o La sonnambula di Montecorvino.

   – Firenze, Adriano Salani, 1915, 1922, 1928.

   – Cava dei Tirreni, Palumbo-Esposito, 1972.

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Il romanzo è preceduto dalla seguente INTRODUZIONE dell’autore:

 

INTRODUZIONE

   Verso lo scorcio di ottobre dell’anno 1877 io visitai il bel paese di Montecorvino-Rovella nel Principato Citeriore.

   Non bisogna confondere questo paese con l’altro Montecorvino-Pugliano, poco discosto da quello.

   La stazione ferroviaria di Montecorvino Rovella è su la linea di Eboli, a pochi chilometri da Pontecagnano.

   Partendo da Napoli si arriva in circa tre ore alla stazione di Montecorvino-Rovella; ma per giungere nel paese bisogna fare in carrozza una salita che dura oltre un’ora.

   Il Municipio di Montecorvino-Rovella fa trovare pronta la carrozza ad ogni fermata del treno ferroviario in quella stazione; e col modicissimo nolo di 70 centesimi si ha un posto in carrozza per trarre al paese.

   Partito da Napoli col treno delle sei e un quarto del mattino arrivai alla stazione verso le dieci.

   Colà mi aspettava il compitissimo giovane dottore Carmine Majorini, la cui gentile famiglia mi offeriva cordialissima ospitalità; e con lui presi posto nella carrozza che rileva i viaggiatori che si recano a Montecorvino-Rovella.

   Ci trovammo in compagnia d’una maestrina municipale e di un prete.

   Trovatemi una diligenza postale, una carrozza da viaggio, un vagone di ferrovia od un carrozzone-tram, in cui non ci sia un prete od un frate! E per lo più sono sempre i più pingui che viaggiano!

   Se il tempo mi avanzasse e l’animo mio fosse disposto alle cose umoristiche, mi piacerebbe di descrivere i miei viaggi in terza classe per le mie tre gite settimanali ad Aversa, dove dettavo lezioni d’italiano in quel Liceo. Le curiose avventure di cui io fui testimone per lo spazio di cinque anni e che avvennero ne’carrozzoni di terza classe in quelle mie gite e ritorni formerebbero un romanzo de’ più divertevoli.

   Giungemmo nel paese alle undici e mezzo.

   Come venni accolto dalla cara famiglia Majorini e da quel fiore di gentilezza che è il signor Carlo Budetti, cognato del dottor Majorini, non dirò per tema di non dire abbastanza della squisitezza de’loro tratti.

   Tutti in quella famiglia gareggiarono in fina cortesia nel procurare che di nulla difettasse la geniale ospitalità offertami e che dilettoso mi riuscisse il mio breve soggiorno il quel ridente e pittoresco paese.

   E ne’pochi giorni della mia dimora colà ebbi a sperimentare la gentilezza e la bontà di que’nativi del paese, gente cordialissima per quanto sincera e colta.

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   Montecorvino è alla distanza di circa 15 miglia da Salerno; ed è il capoluogo del circondario: ha ad oriente l’antico fiume Tusciano, oggi Battipaglia, e ad occidente il fiume Picentino o Cagnano, donde piglia nome di Pontecagnano la stazione ferroviaria che precede immediatamente quella di Montecorvino venendo da Napoli.

   È situato a semicerchio alle falde di un monte che domina la vasta pianura di Salerno, di Eboli, e delle antiche città picentine Sibari e Pesto.

   È diviso in due così detti ripartimenti, Montecorvino-Rovella e Montecorvino-Pugliano.

   Rovella è circondato da’paeselli o casali Castiuli, Occiano, Martorano, Gauro, Marangi, Chiarelli, Votraci, Molinadi, Cornea, Ferrari, Nugola, S.Martino.

   Ricchi di rigogliosi oliveti sono que’colli i quali, in certi punti riesono così pittoreschi per ridenti vallette, per sussurranti cascate di limpide acque, per frastagli di ombrosi poggi di lussureggiante verdura, h’io ne trassi così grata impressione che mi pareva di stare nel mezzo delle romanzesche vallate della Svizzera.

   A breve distanza l’uno dall’altro sorgono sul pendio del monte que’tanti paeselli, in cui sì modesta ad un tempo e dolce è la vita, dove l’animo si riconforta a sereni pensieri, e dove ogni tempestosa passione si assopisce, per così dire, in quella placidezza e calma di natura.

   Ricorderò sempre di aver passate dilettosissime ore in quelle lunghe passeggiate da me fatte in compagnia della cara famiglia Majorini su per quella incantata collina dov’è la chiesa con l’annesso convento de’Cappuccini.

   Noi altri napolitani, abitanti di popolosa e romorosa città, storditi da mane a sera dallo incessante e indecente baccano delle nostre strade, in cui lo schiamazzo, i gridi e i canti si protraggono fino a notte avanzata, noi abbiamo bisogno, assoluto bisogno, di andare di quando in quando a respirare l’aria pura de’luoghi dove non arriva la pestifera respirazione di questa noiosa e intollerabile eterna schiamazzatrice che si domanda Partenope. Abbiamo bisogno di ritrovarci nel silenzio pensoso de’colli, dove le odorose aure fuggenti ci parlino amore e Dio.

   Lungi per qualche giorno dal turbinio delle inettezze che ne circondano in una popolosa città; lungi da questo fango che è polve delle generazioni che sono passate, lungi dalla menzogna, dalla vanità, dalla ipocrisia, virtù della civiltà; lungi da questa bulima che corre ogni giorno appresso alla cartamoneta, calpestando il galateo, il codice, il vangelo e Dio; lungi da questo formicolio nauseabondo come quello de’neri insetti che tappezzano di notte le pareti di un refettorio.

   Oh com’è dolce il ritrovarsi per poco lungi dalla maschera umana!

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   Nel primo giorno della mia breve dimora in Montecorvino, ospitato in casa dello esimio avvocato Vincenzo Majorini, ebbi l’onore di essere visitato da parecchi gentiluomini del paese, de’quali ebbi a notare la squisitezza del tratto.

   Montecorvino-Rovella diede i natali a non pochi eminenti ingegni, tra i quali ricorderemo un Luca Gaurico, celebre astronomo e scrittore di dotte opere, vissuto nel secolo decimosesto, un Pomponio Gaurico, fratello di Luca, poeta, letterato ed astronomo, professore nella Università di Napoli, e maestro del celebre Ferdinando Sanseverino, principe di Salerno; e tra i contemporanei un Errico Franchini, consigliere d’Intendenza in Salerno, versatissimo nelle lingue ebraica, greca e latina ed erudito in lapidaria e numismatica; ed un Michelangelo Franchini suo nipote, che fu vescovo di Nicotera e Tropea.

   Ci piace di ricordare tra gli egregi uomini d’ingegno di Montecorvino il signor Francesco Serfilippo, autore d’una importante monografia sul suo nativo paese, dalla quale attingemmo non poche notizie per questo nostro lavoro.

   Nelle mie campestri escursioni ne’dintorni di Montecorvino volli visitare i ruderi di un antico castello che si trova sulla via che mena al comune di Pugliano.

   Questo castello era conosciuto negli antichi tempi col nome di Castrum Nubilarum ovvero Castello Nebulano, forse così addimandato perché messo, per così dire, tra le nugole, atteso la sua eminenza.

   Fu assediato nel duodecimo secolo da Guglielmo Normanno, figliuolo del duca Ruggiero; e poco tempo appresso il re Ruggiero, per vendicarsi degli abitanti di Montecorvino, i quali aveano serbato fedeltà al pontefice Innocenzo II ed al Lotario imperatore, assalì Castel Nebulano e lo demolì facendo strage de’cittadini, e saccheggiando, a mo’ de’barbari, e templi e case.

   Il Castello fu riedificato; ma, nelle guerre tra Ludovico d’Angiò e Ladislao di Durazzo, venne assalito dal conte Alberico da Barbiano, generale di Ladislao, che mise anche barbaramente a ruba il paese.

   Venne in appresso il Castel Nebulano abitato dal primo Alfonso d’Aragona, il quale in compenso de’servigi rendutigli da parecchie famiglie di quelle circostanze, concedette loro diversi titoli di nobiltà.

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   Pare che su i principii di questo secolo il Castello non fosse ancora distrutto, dacchè la storia che narreremo ebbe per teatro questa magione o qualche altra vasta abitazione attigua al Castello.

   Comunque fosse una storia commoventissima è ligata all’ultimo abitatore del Castello Nebulano o di quella magione che ne aveva ereditato il nome.

   E quest’ultimo abitatore del Castello fu il conte Baldassarre de Vittorio di San Pietro, l’ultimo che ereditò i titoli di nobiltà conferiti a’suoi antenati dal monarca aragonese.

   Mi fu narrata la storia del conte di San Pietro; e, trovatala ricca di strani avvenimenti e piena di così detto interesse drammatico fermai di farne il subietto di un mio nuovo lavoro.

   Presa questa determinazione, mi posi alla ricerca dei ragguagli che potevano completare ed arricchire il mio racconto; e da un vecchio e garbatissimo proprietario di quei dintorni, il cui padre era stato l’amministratore generale de’beni del conte, mi ebbi tutte le più minute notizie su i principali personaggi e su li strani casi della storia che mi accingo a narrare.

   Questo signore conservava il ritratto del conte Baldassarre di San Pietro e quello della giovane Rosalia, protagonista della presente istoria.

   Questi due ritratti ad olio e a dimensioni naturali mi furono di gran giovamento per la dipintura dei due personaggi.

   Su la effigie del vecchio conte ottuagenario io lessi chiaramente scolpite la dolcezza del suo temperamento e la bontà del suo cuore.

   E su quella della giovane Rosalia, era scolpito il pietoso dramma, che mi accingo a svolgere in queste pagine.

   Rosalia di Sant’Eustachio (come la chiameremo dal nome del paese o del villaggio che le die’i natali) non era bella, a giudicare dal ritratto e da quanto asseriva quel vecchio signore che l’avea conosciuta; ma era una di quelle figure che viste una volta, non si dimenticano più.

   Ci era in quel sembiante qualche cosa, direi, di soprannaturale. I suoi occhi neri e profondi, scavati, per così dire, nell’anima, parea che ti narrassero i misteri della seconda vita.

   I vecchi ricordavano di questa Rosalia di Sant’Eustachio; e la chiamavano la Sonnambula di Montecorvino ovvero la folle di Castel Nebulano.

  Di queste due denominazioni sapremo le ragioni in appresso.

   Ed ora, senz’altri preliminari, noi porremo sotto gli occhi de’nostri lettori i personaggi di questa singolarissima storia, che narreremo con que’coloriti onde ci venne raccontata da’vecchi paesani di Montecorvino e di Pugliano